Le riforme strutturali e il riformismo liberista

'Tra i mantra dei politici: le ''riforme'', che ''famiglie e imprese ci chiedono'' e che ''ci faranno crescere'', a detta di esponenti di destra e sinistra, ora capeggiati da Renzi.'

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15 Maggio 2014 - 23.50


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di Sergio Cesaratto. 

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Un mantra con cui politici ed economisti si sciacquano continuamente
la bocca è quello delle riforme, quelle che “famiglie e imprese ci
chiedono” e che “ci faranno crescere”, come veniamo ammoniti ogni sera
da esponenti di destra come di sinistra, ora capeggiati da Renzi. 

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A tal
proposito Maurizio Zenezini dell’Università di Trieste – un valoroso
economista vicino alla tradizione della gloriosa Facoltà di Economia di
Modena nata sull’intreccio di Sraffa-Keynes e lotte operaie – ha curato
un prezioso numero di Economia e società regionale (13/2 2013), una rivista legata all’IRES-CGIL veneta, dedicato a “Le riforme e l’illusione della crescita” (una versione più ampia e aggiornata del saggio di Zenezini è disponibile qui.)



Quello che opportunamente Zenezini denomina “riformismo competitivo”,
per distinguerlo dal ben diverso riformismo socialista, altro non
appare come una copertura allo svuotamento di una vera azione di
politica economica, questo dovuto sia dal ritorno dell’egemonia di
teorie solo momentaneamente scalzate dalla rivoluzione keynesiana, che
dallo spostamento delle decisioni presso gli organismi europei. 

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Risulta
così svuotato ogni esercizio democratico nazionale nelle scelte di
politica economica: “bloccata, date le caratteristiche del palinsesto
della politica economica europea, ogni possibilità di significativo
impiego della politica macroeconomica a sostegno della crescita e della
domanda, la crescita viene consegnata alle politiche dell’offerta la cui
efficacia è affidata al funzionamento flessibile dei mercati” (p.5).

 Il
“patto faustiano” proposto ai lavoratori è fra “sacrificio dei diritti e
l’impoverimento della democrazia in cambio della crescita” (p.6).

 Ma è
poi vero che il “riformismo competitivo” porta a maggiore crescita? Gli
studi presentati nel volume sembrano documentare una risposta in larga
misura negativa. Così Elena Podrecca nei riguardi delle riforme nel
mercato dei beni, Laura Chies nei confronti delle riforme del lavoro
tedesche, Visentin e Gentile su quelle spagnole. 

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Nel proprio saggio
Zenezini esamina con certosina meticolosità le valutazioni quantitative
sui risultati attesi dalle riforme presentati nei documenti del governo
italiano (i Piani Nazionali di Riforma allegati al DEF) e dagli
organismi internazionali ricavandone un quadro desolato di stime che
dicono tutto e il suo opposto. I modelli impiegati sono, Ã§a va sans dire,
di stampo neoclassico “in cui vengono inseriti rigidità e frizioni” la
cui rimozione in seguito alle riforme dovrebbe sortire magici effetti di
crescita. 

Come al solito il modello racconta quello che gli si è
insegnato – per cui pluralismo e onestà intellettuale vorrebbero che il
Ministero dell’Economia impiegasse una pluralità di modelli, per esempio
anche keynesiani. E come sempre le risultanze quantitative sono così
sensibili ai valori assegnati ai parametri che “ci troviamo di fronte ad
esercizi largamente arbitrari che richiedono una certa dose di fede e
devono fare affidamento sulla credulità degli interlocutori” (p. 100).


L’obiettivo ultimo dell’agitazione riformista nei riguardi del
mercato del lavoro, neppure tanto simulato, è quello di ridurre il
potere contrattuale dei lavoratori con l’obiettivo della riduzione di
salari reali (p.101). 

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Il paradosso è che molti risultati anche ufficiali
mostrano come le riforme abbiano ostacolato la crescita, deprimendo per
esempio l’aumento della produttività del lavoro. Peraltro le medesime
fonti ufficiali ammettono che l’Italia già si trova prossima alle
“migliori pratiche” (cioè a una piena liberalizzazione) ma ciò
nonostante gli effetti di tali riforme sono “relativamente piccoli” (p.
106). Ciò nondimeno si continua ad agitare la necessità di “ulteriori
riforme” per aumentare la flessibilità.


Le riforme del mercato dei beni e servizi sono il cuore ideologico
del “riformismo competitivo” in quanto pongono al centro il benessere
del consumatore e non più quello dei lavoratori e delle loro famiglie. 

 Nei fatti, argomenta Zenezini, “le riforme del mercato dei beni e dei
servizi sono sempre state, almeno in parte, riforme del mercato del
lavoro en travesti (le privatizzazioni come messi per ridurre
alla ragione i sindacato delle imprese pubbliche, le liberalizzazioni
degli orari nei supermercati come occasione di contratti flessibili dei
commessi)” (p. 107). 

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Da dubitare che i salari reali si avvantaggino di
prezzi più bassi in seguito alla “maggiore concorrenza
sicch頠“l’argomento che le persone possono essere protette come
consumatori dopo essere state punite come lavoratori non è molto di più
di un’offa propagandistica” (ibid).


Impietoso è il giudizio di Zenezini sulle riforme volte a ridurre il
carico burocratico sulle imprese da cui, nei documenti dei governi
italiani, ci si ripromettono mirabolanti effetti di crescita definiti
“scrosci di cifre quasi senza senso” (p. 109). 

“Surreali” sono certe
stime dell’Ocse per cui gli effetti dei vari pacchetti di riforme
adottate nel 2010-12 varierebbero fra 0% e 11% del Pil, che è come dire
“non li conosciamo”; ma invece di stare zitta l’Ocse ricorre a
ragionamenti “metafisici” sostenendo che senza le riforme sarebbe
comunque andata peggio.

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Sarebbe naturalmente sbagliato che la sinistra si presentasse solo
con dei dinieghi come se tutto in Italia andasse bene. Ma più che di
riforme il paese sembrerebbe aver bisogno di competenza e spirito civico
a ogni livello, pubblico e privato, e anche di flessibilità positiva,
quella che non smantella i diritti ma piuttosto colpisce privilegiati e
imboscati. Ma questo non ha nulla a che vedere con il vacuo
chiacchiericcio “riformista” di politici incompetenti e in malafede che
solo copre lo svuotamento della democrazia economica nel nostro paese
sacrificata, in particolare, sull’altare di un’Europa matrigna del
“riformismo competitivo”. C’è chi crede che quest’Europa sia riformabile
in una direzione diversa. Com’è noto noi ne dubitiamo assai.


Fonte: il manifesto (1/5/2014)

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Tratto da: http://keynesblog.com/2014/05/12/le-riforme-strutturali-e-il-riformismo-liberista/#more-5442

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