L'indipendenza da Washington ha un prezzo, e si paga in Yuan

Cosa ci fanno XiJinping (e Putin) in America Latina. Gli accordi raggiunti da parte di paesi che sono oltre un quarto del PIL mondiale: trasferimento di egemonia economica.

L'indipendenza da Washington ha un prezzo, e si paga in Yuan
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28 Luglio 2014 - 20.00


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Cosa ci fanno XiJinping (e Putin) in America Latina

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di Dario Clemente.

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I presidenti di Cina e Russia hanno partecipato al
sesto meeting BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a
Fortaleza, in Brasile, il 15 e 16 luglio passati. Entrambi hanno però
realizzato anche numerosi incontri bilaterali in sud e centro-america
per firmare accordi commerciali e stringere allenze strategiche. La
qualità degli accordi raggiunti da parte di paesi che rappresentano
più di un quarto del P.I.L. mondiale ha fatto parlare dell’inizio
concreto di un trasferimento di egemonia economica dall’ occidente ai
Brics in ascesa. Vediamo cosa si è deciso e quali sono le principali
ricadute sul continente sudamericano.

VI Meeting BRICS

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Oltre ad aumentare la sinergia politica rispetto alle
grandi crisi internazionali e in sede ONU, i Brics avevano un altro
grande obiettivo: concretizzare quel fondo di riserva comune di cui si
parlava da tempo. Questo infatti il principale evento della sesta
conferenza, l’istituzione di una “Banca di sviluppo” e di un fondo
di divise di riserva, con un capitale di 100 miliardi di dollari
destinato a finanziare progetti di sviluppo ma anche a salvaguardare i
paesi brics da future crisi finanziarie o attacchi speculativi.   Il
fondo verra’ presediuto a rotazione e comprendera’ l’istituzione di
uffici in tutti i paesi Brics.

La Cina

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Come era da aspettarsi, il gigante asiatico ha fatto
la parte del leone nella convention sudamericana, dato anche che
versera’ circa la meta’ dei fondi iniziali della nuova banca, la cui
sede principale sara’ a Shangai. I Brics hanno infatti un enorme bisogno
della liquidita’ cinese per poter pensare di fondare un sistema di
finanziamento credibile e solido, alternativo alla Banca mondiale e il
Fondo Monetario Internazionale e fuori dal controllo degli Stati Uniti.
La rilevanza del gigante asiatico nella economia del continente e’ stata
poi confermata dai vari ulteriori accordi che XiJinping ha sottoscritto
in occasione di numerosi incontri bilaterali.

Se storicamente gli investimenti di Pechino si sono
rivolti principalmente alle risorse naturali di paesi emergenti
(acquisti massivi di terre in Africa, il gas e petrolio venezuelano, i
minerali in sudamerica), con l’eccezione di Canada e Australia,
l’agenzia di consulenze Rhodium Group segnala che la tendenza ha avuto
pero’ una parziale inversione di marcia dopo la crisi del 2008, quando
l’indebolimento delle economie occidentali ha consentito un maggior
ingresso di capitali cinesi. Nel 2013 la Cina ha raggiunto il terzo
posto, dietro Stati Uniti e Giappone, nella classifica dei maggiori
investitori mondiali. Gran parte di questo denaro e’ stato destinato al
continente sudamericano, passando gradualmente dal solo acquisto di
materie prima alla fornitura di infrastrutture, manifattura di alta
gamma, tecnologia agricola, logistica e ricerca e sviluppo, costruendo
strade, ferrovie, porti, centrali elettriche e di telecomunicazione.

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Gli interessi cinesi in America Latina

La Cina e’ il maggior partner commerciale del
Brasile, considerata da Pechino la “porta d’ingresso all’America
Latina”. Lo scorso anno lo scambio commerciale ha raggiunto i 90
miliardi di dollari, di cui pero’ solo 21 in export brasiliano. Questo
sbilanciamento si riflette nella tipologia di merci scambiate, dato che i
Cinesi continuano a comprare principalmente soia per i loro
allevamenti, grano, petrolio, minerali, prodotti dallo scarso valore
aggiunto. Inoltre la carne brasiliana trova ancora difficolta’ a
penetrare nei mercati indiani e cinesi, anche se quest’ultimi hanno
finalmente risolto di sospenderne l’embargo sanitario proprio in
occasione dell’incontro fra XiJinping e Dilma.

I due leader hanno firmato un totale di 32 accordi su
vari temi, le principali collaborazioni riguarderanno come sempre le
esportazioni di grano e minerali e lo sfruttamento energetico.

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Sul primo versante il progetto piu’ ambizioso sarebbe
la costruzione, in associazione con il Peru’, di una ferrovia
transoceanica che attraversi tutto il continente, dal litorale
brasiliano a quello peruviano, per facilitare le esportazioni navali
verso la Cina. I Cinesi sono pero’ molto interessati ad investire anche
nella catena di produzione del petrolio e nella ricerca congiunta per lo
sviluppo del trasporto di energia elettrica ad “ultra-alta tensione”.
Petrobras e’ gia’ socia di aziende statali cinesi nello sfruttamento del
campo petrolifero di Libra, mentre i due paesi costruiranno assieme le
due centrali elettriche di Belo Monte e Rio Tapajós.

 Tuttavia il paese a cui sono diretti i maggiori
investimenti nella regione rimane il Venezuela. La pincipale potenza
energetica sudamericana ha infatti sviluppato stretti rapporti con
Pechino sotto la guida di Chavez, una relazione definita come
“associazione strategica per lo sviluppo congiunto” e che ha portato
alla fondazione nel 2007 del “Fondo congiunto cino-venezuelano”.
Attraverso il fondo Pechino ha versato al Venezuela piu’ di 40.000
milioni di dollari e sottoscritto piu’ di 300 accordi di cooperazione,
la maggior parte destinati alla costruzione di ferrovie e trasporti
sotteranei e alla messa in orbita di due satelliti. Quello che i Cinesi
ricevono in cambio e’ sempre lo stesso: energia per quella “fabbrica
manifatturiera del mondo” che e’ la loro economia. La sostanza dei 38
nuovi accordi da 4 miliardi di dollari sottoscritti da Maduro e Xi
Jiping dopo la visita al pantheon di Simon Bolivar riguarda infatti
principalmente forniture di petrolio e minerali. Pechino e’ il secondo
compratore mondiale del grezzo venezuelano dopo gli Stati Uniti, e
Caracas si e’ impegnata a fornirle un milione di barili al giorno fino
al 2016, quasi il doppio degli attuali 524.000.

Dal Venezuela a Cuba. Il presidente cinese ha
concluso il suo viaggio con una visita al paese centroamericano, a pochi
giorni dall’approvazione della nuova legge sugli investimenti stranieri
con la quale Raul Castro cerca di alleviare la crisi economica cubana.
Xi Jiping e 13 grandi imprese cinesi hanno visitato l’isola,
interessandosi in particolare alla zona franca del porto di Mariel, dove
il governo vuole realizzare un polo industriale con capitali esteri.

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Nonostante la visita del premier cinese sia stata
salutata quasi unanimamente come una opportunita’ per il continente di
inserisi nei nuovi equilibri mondiali in formazione, la presenza
economica cinese rimane oggetto di molte critiche.

La maggior parte degli analisti hanno infatti
sottolineato come le relazioni commericiali dei paesi sudamericani con
il partner orientale siano ancora fortemente diseguali e impediscano
alle industrie nazionali di svilupparsi, danneggiano i mercati locali.

Vi e’ inoltre un altro aspetto preoccupante
dell’influenza cinese, quello ambientale. Qui la critica prende di mira i
danni provocati dalla reiterazione del modello di sviluppo
agroesposrtatore e “extraccionista”, come per esempio nel caso
dell’acquisto in marzo di 8,1 milioni di ettari di foresta amazzonica
ecuadorena per sfruttare i giacimenti di petrolio che cela, decisione su
cui avra’ pesato non poco il debito di 7 miliardi di dollari che Quito
ha con Pechino, corrispondente al 10% del suo P.I.L. A questo proposito
spaventa non poco quello che e’ forse il progetto piu’ ambizioso dei
cinesi in latinoamerica: un concorrente al canale di Panama. Con una
operazione che pare proprio un affronto agli Stati Uniti nel loro ex
“cortile” di casa, il Nicaragua ha appena approvato il progetto “Grand
Canal”, un canale di 280 cilometri che tagliera’ il paese a meta’,
collegando i due oceani e surclassando gli 80 chilometri della via
d’acqua panamense, a lungo “controllata” dagli U.S.A.

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Il progetto di una societa’ di investimento di Hong
Kong costera’ 40 miliardi di dollari e rientra nelle previsioni di un
accrescimento esponenziale del commercio marittimo cinese in container
via America Latina. Creerebbe inoltre centinaia di posti di lavoro
legati alla costruzione e alla gestione del canale. Molte le
perplessita’ sulla fattibilita’ dell’opera, sulla sua concorrenzialita’
con le rotte artiche e sulla concessione di diritti tax-free alla
compagnia orientale su di un’ ampia porzione del territorio
nicaraguense, tanto che il progetto ha accumulato 32 accuse di
incostituzionalita’. Inoltre il canale, navigabile dal 2020, passerebbe
attraverso il “Lago del Nicaragua”, il piu’ grande dell’America Centrale
ed importante bacino di acqua potabile, che sarebbe resa inutilizzabile
dalla navigazione, con devastanti effetti sull’ecosistema e le
comunita’ locali.

Nel frattempo pero’ e’ in corso anche un ampliamento
del canale di Panama, per il quale passa ad oggi il 6% del commercio
mondiale. L’obiettivo del consorzio a guida spagnola “Grupo Unidos por
el Canal”, di cui fa parte anche l’Impregilo, sarebbe di garantire per
il 2016 il triplicamento degli attuali volumi di transito.

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La Russia

Il viaggio di Putin, che oltre a partecipare alla
conferenza dei Brics ha realizzato un numero di incontri bilaterali
equiparabile al presidente cinese, e’ stato presentato dagli analisti
come una manovra dettata da esigenze contingenti, piu’ che da una
strategia a lungo termine. La crisi ucraina e le conseguenti sanzioni
economiche hanno infatti accentuato ulteriormente l’isolamento russo in
Occidente, come dimostra l’esclusione dei suoi rappresentanti
dall’ultimo G8, e Putin starebbe cercando di uscirne con un
rafforzamento dei rapporti tra paesi Brics, ai quali e’ destinato il 13%
dell’export russo. In testa la Cina, ovviamente, con cui i legami sono
sempre piu’ stretti, al punto che il quotidiano tedesco Der Spiegel ha
parlato della prossima firma di un nuovo accordo di collaborazione
politico-militare. In questo senso un altro segnale puo’ essere stato la
breve visita “a sorpresa” in Nicaragua, dove Putin ha manifestato
interesse a partecipare al “Grand Canal” cinese.

Il presidente russo e’ atterrato in America Latina
con la cancellazione del 90% del debito “sovietico” cubano in tasca
(35.000 milioni di dollari, il restante 10% investito nell’economia
dell’isola) e ha visitato, dopo l’Havana, i principali partner
sudamericani, Argentina e Brasile. Quest’ultima la fermata piu’ lunga,
per ricevere il “passaggio di consegne” dei mondiali, che nel 2018 si
svolgeranno in Russia, e per partecipare alla conferenza dei Brics.

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Nel 2013 lo scambio commerciale e’ stato di 185
milioni di dollari con Cuba (macchinari, prodotti chimici e metalli per
rum, tabacco, frutta), 1500 milioni con l’Argentina (gasolio e
fertilizzanti per carne e frutta), 5500 milioni con il Brasile (gasolio,
metalli e fertilizzanti per carne, zucchero e caffe’). Alcuni
commentatori hanno anche sottolineato come Mosca potrebbe acquisire un
nuovo ruolo nella fornitura di armamenti e “know-how” militare a Brasile
e Argentina, i cui progetti di sviluppo sono al momento frustrati
dall’indisponibilita’ di Washington.

Putin, che non visitava il Brasile dal 2004, e’ meno
cauto del collega cinese nel delineare gli obbiettivi della sinergia
russa con il partner sudamericano e i paesi Brics. Definisce le
relazioni bilaterali con Brasilia di carattere “strategico”, dato il suo
peso crescente nella comunita’ internazionale, nel G20 e nelle
oganizzazioni regionali: Celac, Mercosur, Unasur. La presidentessa Dilma
Rousseff conferma, citando il nucleare a fini pacifici, la
collaborazione miltare, scientifica e tecnologica come i principali
campi in cui i due paesi collaboreranno.

Putin guarda pero’ a questa alleanza e allo sviluppo
delle relazioni Brics come qualcosa di piu’ di una semplice intesa,
piuttosto come ad un vero e proprio “grimaldello” collettivo con cui
scardinare l’attuale architettura finanziaria e monetaria mondiale.    
 Nel suo incontro con la Rousseff entambi i capi di Stato hanno
evidenziato infatti che uno degli obiettivi primari e’ la riforma dell’
FMI, perche’ diventi “effettivamente multilaterale” e ottenere piu’ peso
nelle decisioni della Banca Mondiale. Sullo sfondo il logoro e ormai
impresentabile ruolo del dollaro e degli Stati Uniti come regolatore dei
mercati, ancorato ad una egemonia militare che non puo piu”, da sola,
frenare l’adattemento degli organismi finanziari mondiali a quei nuovi
equilibri economici che da tempo si vanno delineando.

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E’ finito il tempo in cui la federal reserve poteva
“scaricare” la recessione statunitense sul mondo stampando moneta senza
freni, sembra dire Putin. E a ripeterlo e’ “un mercato di quasi 3
miliardi di consumatori, i paesi del blocco Brics, che dispongono di
eccezionali risorse naturali e di materie prime, cosi’ come di un
considerevole potenziale tecnologico, finanziario de industriale”, una
allenza che da tempo va fortificandosi e “complementando vicendevolmente
le proprie economie nazionali”. La vecchia richiesta cinese di
sostituireil dollaro con un paniere virtuale di monete  si arrichisce
insomma di nuovi interpreti e una opposizione allargata a tutti i Brics.
Il primo passo verso un superamento di Bretton Woods e’ stato compiuto a
Fortaleza, la creazione della Banca di sviluppo e del fondo di riserva
di divise per “migliorare la struttura finanziaria mondiale e renderla
piu’ equilibrata e giusta”. Ora la palla e’ in mano a chi il potere
finanziario mondiale lo tiene gelosamente stretto a se da piu’ di 50
anni e a cui viene chiesto sempre piu’ insistentemente di
redistribuirlo. La riposta, pero’, non è scontata.

E l’Argentina?

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L’Argentina non e’ membro dei Brics, ma come gli
altri paesi Unasur era “invitato” alla conferenza, dove ha ricevuto un
“endorsement” collettivo nella sua battaglia contro i fondi speculativi
statunitensi Buitres, denunciati come l’ennesima “estorsione”
finanziaria occidentale. Fatto che potrebbe anche aprirgli in futuro le
porte del nuovo fondo di riserva, pensato proprio per “difendere” i
paesi membri dagli attacchi speculativi senza passare per l’FMI.

Nonostante i giornali di destra abbiano attaccato la presidenta Cristina
Kirchner per aver posizionato il paese sul fronte “sbagliato” di una
possibile guerra Oriente/Occidente, il bilancio dei vari incontri e’
stato generalmente commentato in Argentina come estremamente positivo.

La prima visita di Putin alla Repubblica Argentina ha
fruttato infatti, oltre che la proclamazione come “socio strategico
nella regione” , cinque importanti accordi.

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Il ministro degli esteri Timerman ha concluso con il
ministro di giustizia russo Konovalov un’intesa su assistenza legale
reciproca, estradizione e trasferimento di condannati, mentre il
segretario della comunicazione Scocimarro ha firmato un accordo sui
media che contempla la collaborazione tra le agenzie di stampa statali e
l’apertura di un canale in russo sulla televisione digitale argentina.
Il piu’ importante, tuttavia, riguardava lo sviluppo di nucleare a fini
pacifici. Oltre alla collaborazione nell’uso della tecnologia “Carem”
per i reattori gia ‘in funzione, l’oggetto della discussione era la
costruzione della quinta centrale nucleare argentina “Atucha IV”, la
prima che funzionera’ a uranio arricchito e acqua leggera. Finora la
russa Rosatom era in lizza con altre aziende     (la cinese CNNC, la
coreana Kepco, la francese Areva e la statunitense Westinghouse) ma
questo accordo potrebbe darle la priorita’. Infine Putin e la Kirchner
hanno probabilmente discusso delle negoziazioni in corso da due anni tra
Gazprom e YPF (Argentina) per lo sfruttamento del giacimento di
idrocarburi non convenzionali di Vaca Muerta, uno dei piu’ grandi al
mondo.

Con Xi Jinping la Kirchner ha invece firmato 20
accordi, mentre gli oltre duecento impresari al seguito del presidente
cinese ne hanno firmati altri 28 per un totale di 1.500 milioni di
dollari. I pezzi forti sono i 4714 milioni di dollari per la costruzione
delle dighe Nestor Kirchner e George Cepernic nella provincia di Santa
Cruz, i 2400 milioni di dollari per la ristrutturazione della ferrovia
Belgrano e l’acquisto cinese di 11 navi per 423 milioni di dollari.

Ma soprattutto l’Argentina, spesso ancora presentata
come un “pariah” finanziario dalla comunita’ internazionale dopo la
crisi del 2001, ha ottenuto dai cinesi uno “swap” da 11 miliardi di
dollari per la sua banca centrale, assestando un bel colpo ai tifosi del
giudice statunitense Griesa garante dei fondi Buitres. Una linea di
finanziamento diretta da Pechino che ha infatti lo scopo di garantire
l’equilibrio e la stabilita’ monetaria del paese sudamericano, e che si
aggiunge ai versamenti del banco di sviluppo cinese per il rinnovo della
ferrovia e altri progetti di infrastrutture.

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I due leader hanno inoltre stretto accordi per
aumentare gli investimenti diretti fra i due paesi e per una maggior
integrazione culturale, con scambi per studenti universitari e la
creazione di un canale televisivo cinese in Argentina e uno argentino
per la tv cinese. YPF e la “Corporazione del Banco di sviluppo di Cina”
hanno infine raggiunto ulteriori accordi riguardanti l’industria degli
idrocarburi, mentre Pechino si aggiunge a Mosca nella collaborazione
alla realizzazione della nuova centrale nucleare argentina.

L’interesse del gigante asiatico per l’Argentina non
e’ una novita’. Pechino e’ infatti il terzo maggior investitore nel
paese sudamericano dietro Stati Uniti e Spagna, e suo secondo partner
commerciale dopo il Mercosur, con uno scambio di 14.800 milioni di
dollari nel 2013. Ma la Cina e’ anche la destinazione principale della
soia (transgenica) argentina, usata per nutrire i suoi maiali, e di cui
Buenos Aires e’ prima esportatrice mondiale. La coltivazione intensiva
di soia, favorita dal governo tramite incentivi e detassazioni, crea
pero’ non poch problemi, dalla distruzione della varieta’ agronomica ai
danni sulla natura e la popolazione causata dall’uso del Roundup, il
diserbante chimico della Monsanto. La multinazionale americana detiene
infatti il monopolio, le patenti, della soia argentina e la sua
influenza nel paese sta per aumentare con la prossima approvazione della
“Ley de semillas”. Oltre alla legittima preoccupazione sulla natura
transgenica del prodotto, insomma, c’e’ il fatto che la soia sta
modificando profondamente il panorama agricolo del paese, dove ormai e’
norma (e quasi obbligo) affittare i campi per questo tipo di
coltivazione e abbandonare la produzione diretta, spesso andando ad
abitare nelle citta’. Tutto cio’ non fa che acutizzare la centralita’
del modello agroesportatore, causa storica della debolezza dell’economia
nazionale e “banca” di tutte le dittature, finanziate e sostenute dal
potente ceto agrario. In un paese dove la “sociedad rural” e’ di gran
lunga piu’ importante della Confindustria, il governo di turno e’ sempre
in cerca dell’acquiscenza dei rappresentanti della prima economia
nazionale. E anche se il Kirchnerismo ha provato, ed e’ in parte
riuscito, a costruirsi una solida base “urbana”, l’ipoteca “agraria” sul
suo futuro si potrebbe fare sempre piu’ pesante. Tutti sanno infatti
che i programmi sociali si stanno “pagando” con la soia.

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