Italia, la crisi in arrivo

'Banche italiane, situazione critica. L''incapacità del governo di rispettare le regole dell’Unione bancaria evidenzia il cattivo funzionamento dell’Eurozona.'

Italia, la crisi in arrivo
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28 Luglio 2016 - 21.08


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di Jacques Sapir

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La situazione delle banche italiane è ormai critica. La pratica della
loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate. Essa mette in
discussione direttamente le regole della Unione bancaria, che è entrata
in vigore il 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di
rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza il cattivo
funzionamento, in via di peggioramento, dell’ Eurozona.

La quota dei prestiti denominati «non performing»
nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto quasi il 18%, secondo uno
studio FMI [1]. A parte il caso della Grecia, dove il tasso arriva oltre
il 34%, questo è il tasso più alto dell’Eurozona. Il Portogallo segue
peraltro questa tendenza, ma a un livello ben inferiore, poiché la
percentuale di debito cattivo è «solo» del 12%. In sintesi,
si stima il volume totale a 360-400 miliardi di Euro, dei quali dai 70
ai 100 da coprire, o da parte dello Stato o da altri meccanismi. 

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Tabella 1

Quota dei prestiti « non performing » nei bilanci delle banche

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Va notato qui che il movimento della quota di « cattivi debiti »
può essere correlato a molte cause diverse. In Irlanda e in Spagna, è
stata una speculazione immobiliare a causare il movimento. Niente del
genere nel caso dell’Italia, cosa che rende la progressione dei debiti
negativi ben più inquietante. Questi ultimi vengono da prestiti che sono
stati concessi dalle banche regionali italiane alle piccole e medie
imprese della penisola. In realtà, è il ristagno economico degli ultimi
anni la causa di questa crisi bancaria che avviene oggi in Italia.

L’evoluzione
dei dati macroeconomici dell’economia italiana mostra l’estensione di
questa crisi, e soprattutto dimostra che la sua causa è chiaramente
l’introduzione dell’Euro. Se calcoliamo l’evoluzione dell’economia
italiana a partire dal 1990, ossia tenendo conto del decennio che ha
preceduto l’introduzione dell’Euro, i cambiamenti sono molto marcati e
molto importanti.

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Tabella 2

Evoluzione del PIL, degli investimenti e del risparmio in Italia dal 1990

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Fonte: dati del FMI, Word Economic Report Database, aprile 2016

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La
crescita del Prodotto Interno Lordo, che era relativamente forte nel
decennio 1990-2000 è disastrosa negli anni successivi all’introduzione
dell’Euro. L’Italia, del resto, non è ancora tornata al livello del PIL
prima della crisi del 2007. In effetti, il il PIL del 2015 si situa ad
un indice del 116% rispetto al 1990 quando aveva raggiunto l’indice 127%
nel 2007. Se l’Italia fosse stata in grado di continuare a crescere al
ritmo degli anni 1993-1999, sarebbe, nel 2015, a un indice 2015. Detto
altrimenti, l’Euro è costato 34% a livello del PIL nel 2015. In PIL pro
capite, che è una dimensione più in linea con l’evoluzione della
ricchezza della popolazione, e supponendo che la distribuzione interna
di questa ricchezza rimanga invariata, l’indice è solo del 108% rispetto
al 1990. In altre parole, in 25 anni, la crescita pro capite è stata
solo dell’8%.

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Ma l’evoluzione degli investimenti [sia pubblici che privati] è
ancora più preoccupante. Il forte calo degli investimenti nei primi
anni ’90, crollo che era necessario per ridurre il deficit di bilancio, è
stato successivamente corretto, e l’ investimento è salito a un indice
125 nel 2007. Ma da allora continua a calare ed è a un indice di 87. In
altre parole, l’Italia investe 13% in meno nel 2015 di quanto investiva
nel 1990. Non c’è quindi da stupirsi se la produttività del lavoro è in
declino in questo Paese e se la qualità delle infrastrutture pubbliche,
nazionali o comunali, si deteriora molto rapidamente al momento.

Questa situazione di crisi economica generale si traduce dunque, nei bilanci delle banche, nella crescita dei «cattivi debiti».
Qui però si pone il problema delle regole imposte dall’unione
bancaria. Quest’ultima impone che le banche siano ricapitalizzate dai
loro azionisti e risparmiatori. Ma vengono considerati come azionisti i
nuclei familiari che hanno acquistato i titoli di debito di queste
banche. Ora, queste famiglie hanno acquistato tali titoli in una
situazione in cui il rischio di fallimento delle banche era ampiamente
compensato dalla possibilità di un «bail-out» da parte dello
Stato italiano. Queste famiglie sono in gran parte pensionati e persone
modeste. Ora si trovano intrappolati dalle nuove regole di unione
bancaria che impongono un «bail-in», cioè addossano la
maggior parte del rischio bancario sugli azionisti e i clienti. Una
prima ricapitalizzazione delle banche, che ha avuto luogo nel novembre
2015, ha provocato la spoliazione di una parte di questi investitori.

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Il
governo italiano, indebolito dai risultati delle ultime elezioni
comunali del giugno 2016 – elezioni che hanno visto il successo del M5S a
Roma e Torino – non ha per nulla voglia di provocare una gravissima
crisi sociale nel prossimo anno. È per questa ragione che vuole imporre
alle autorità europee un «salvataggio», vale a dire una
socializzazione delle perdite. Ma su questo punto si trova di fronte al
rifiuto dalla Germania. Questo rifiuto non è dettato solo da
considerazioni di natura finanziaria, ma soprattutto perché
significherebbe il fallimento dell’unione bancaria, e questo meno di un
anno dopo la sua entrata in vigore. Nella prova di forza che contrappone
il governo italiano e il governo tedesco, ci saranno solo perdenti.

Se
la Germania impone la sua visione, l’impatto sociale della crisi
bancaria metterà l’Italia a ferro e a fuoco e causarerà un crollo dei
partiti tradizionali [PD di centro-sinistra e Forza Italia di centro-destra],
che sono sempre più coinvolti in molti casi di collusione e corruzione
con i direttori delle banche. Se il governo italiano ignora
l’opposizione tedesca e decide di optare per un «bail-out», la somma da assumere [almeno 70 miliardi di Euro, pari al 4,4% del PIL] si tradurrà in un forte aumento del deficit di bilancio e ridurrà a zero la credibilità delle istituzioni dell’ Eurozona.

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La
crisi bancaria italiana occuperà sicuramente gran parte dell’estate e
dell’autunno. Ora, dobbiamo essere consapevoli del fatto che questa
crisi avrà luogo mentre la situazione della Deutsche Bank in Germania è
molto preoccupante, e che le entrate di bilancio in Grecia sono in fase
di crollo, in particolare con una caduta media del 20% delle entrate
IVA, a causa dello «sciopero fiscale» che si sta ormai sviluppando in questo Paese.

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Tutto
si paga, un giorno o l’altro. Avendo rifiutato il principio di
solidarietà all’interno dell’Eurozona, la Germania ha imposto la sua
visione delle regole; ma oggi si rende conto che questo punto di vista è
insostenibile per i Paesi dell’Europa meridionale. Essa è dunque presa
tra due fuochi tra il perseguimento di una politica suicida che non
funziona e il riconoscimento degli errori passati. Ciò che rende il
problema ancora più grave problema è che il peso dell’Italia è molto
maggiore di quello della Grecia. Tutti capiscono che l’uscita dell’Italia dall’Euro significherà la morte della moneta unica. La crisi
greca dell’estate 2015 è stato l’antipasto; la crisi italiana sarà LA
crisi dell’Eurozona.

Traduzione a cura di Etienne Ruzic


Fonte: http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/7670-jacques-sapir-italia-la-crisi-in-arrivo.html

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