Documenti rivelano che la filantropia liberale sta condannando il pianeta al disastro climatico

Abbiamo bisogno di un movimento popolare che si mobiliti per la rigenerazione ecologica e la trasformazione sistemica.

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Redazione 27 agosto 2018medium.com

di Nafeez Ahmed.


 


Abbiamo bisogno di un movimento popolare che si mobiliti per la rigenerazione ecologica e la trasformazione sistemica.


Si appresta a fallire catastroficamente una delle più grandi iniziative filantropiche al mondo per affrontare i cambiamenti climatici, secondo un documento sulla strategia che definisce il piano quinquennale dell’iniziativa.


Il documento sulla strategia, pubblicato a gennaio dalla William and Flora Hewlett Foundation, rappresenta il terzo rinnovo dell’iniziativa Climate Works, originariamente fondata nel 2008. L’iniziativa è stata realizzata mediante la Climate Works Foundation, in coordinamento con altre grandi fondazioni filantropiche, la Packard e la McKnight Foundation.


Il documento sulla strategia della Hewlett Foundation, intitolato Climate Initiative Strategy 2018-2023, riflette sull’approccio strategico alla base del processo che ha portato lo scorso dicembre all’annuncio che la fondazione avrebbe impegnato 600 milioni di dollari, per affrontare il cambiamento climatico nei prossimi cinque anni: un aumento del 20%, rispetto al precedente finanziamento.


La quinta più grande fondazione negli Stati Uniti, la Hewlett Foundation è uno dei più influenti finanziatori statunitensi per il clima e l’energia, che stabilisce tradizionalmente il programma per altre importanti fondazioni in queste aree. Ogni anno, la filantropia per il clima spende tra 600 milioni e 1,2 miliardi di dollari.


Ma il documento sulla strategia di Hewlett è completamente da rivedere, nei confronti della scienza più recente, sulla velocità e la portata delle azioni necessarie per evitare pericolosi cambiamenti climatici.


Adotta un approccio sconsiderato, minimizzando la riduzione delle emissioni, richiedendo investimenti per tecnologie dubbie e non provate per le emissioni negative(1), ignorando le prove emergenti di tecnologie più promettenti e oscurando l’urgenza di cambiamenti economici rivoluzionari.


Garantire la catastrofe: obiettivi di emissioni moderate



Estratto dal documento sulla strategia della Hewlett Foundation


Nonostante sostenga di voler “arrivare più lontano e impegnarsi maggiormente”, il documento propone una valutazione fondamentalmente errata delle scienze del clima, per giustificare ciò che definisce un approccio alla mitigazione, con orizzonte temporale più lungo, per mezzo di un “obiettivo 2050”:


“I modelli climatici ci aiutano a capire che, per mantenere l’aumento delle temperature medie globali ben al di sotto di 2°C, come previsto dall’Accordo di Parigi, dobbiamo ridurre del 60% o più le emissioni globali di gas serra entro il 2050 – qualcosa che non può realisticamente accadere, senza ridurre nello stesso periodo le emissioni di oltre l’80% nei Paesi sviluppati.”


Due gradi Celsius è ampiamente riconosciuto dagli scienziati come il limite superiore per le temperature medie globali, oltre il quale il clima entra in una fase pericolosa. Gli scienziati,tuttavia, concordano sempre più sul fatto che un clima veramente sicuro richieda il mantenimento [del rialzo] delle temperature al di sotto di 1,5°C.


Anche all’interno di 2°C, mettiamo in moto cambiamenti che attiveranno la distruzione ecologica: il 90-98% delle barriere coralline è a rischio di deterioramento, perdita del 6-16% nella rendita dei raccolti, 40-50 cm di innalzamento del livello del mare, l’aumento della gravità e della frequenza di eventi meteorologici estremi, tra cui più ondate di caldo e tempeste, diminuzione del 9-17% della disponibilità di acqua dolce nel Mediterraneo. Oltre a ciò, iniziamo a vedere l’accelerazione dei danni alle calotte polari, artica e antartica, alla foresta pluviale amazzonica, al sistema di circolazione termoalina dell’oceano(2)che regola il clima globale, massicce siccità prolungate e un’accelerazione senza precedenti delle condizioni meteorologiche estreme, che portano rapidamente a un pianeta sempre più inabitabile.


Secondo il 2017 Emissions Gap Report dell’ONU, tuttavia, sono necessari tagli molto più profondi e più ampi delle emissioni che vent’anni fa.


Il rapporto conclude che esiste un ampio “divario” tra le riduzioni delle emissioni promesse dai governi nell’ambito dell’accordo di Parigi (note come Nationally Determined Contributionso NDC) e le riduzioni effettive delle emissioni “necessarie per raggiungere questi obiettivi concordati al minor costo”.


Le ‘NDC’, secondo il rapporto di sintesi ambientale delle Nazioni Unite, sono una ricetta per il disastro, che include “circa solo un terzo delle riduzioni di emissioni, necessarie per essere su un percorso meno costoso per l’obiettivo di stare ben al di sotto di 2°C. Il divario tra le riduzioni necessarie e gli impegni nazionali presi a Parigi è elevato in modo allarmante”.


Il rapporto delle Nazioni Unite propone la seguente conclusione misurata:


“… è chiaro che se il divario delle emissioni non sarà contenuto entro il 2030, è estremamente improbabile che l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto di 2°C possa ancora essere raggiunto.”


Anche se i Paesi rispettano gli impegni assunti con l’accordo di Parigi, entro il 2030 il margine disponibile per ulteriori emissioni di carbonio (noto come “budget del carbonio”)(3) per mantenere [il rialzo del]le temperature medie globali intorno a 1,5°C “sarà già del tutto esaurito entro il 2030”.


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