Debiti, Dollaro e bolle: le crepe dell'impero americano

Debito record, dollaro in ritirata, industria stagnante e mercati in una fragile euforia. Sei numeri raccontano la fragilità crescente degli Stati Uniti e i rischi globali di una transizione imperiale. [Alessandro Volpi]

Debiti, Dollaro e bolle: le crepe dell'impero americano
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22 Giugno 2026 - 07.30


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di Alessandro Volpi.

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La pericolosità degli Stati Uniti sta in alcuni numeri molto espliciti. Ne ho già scritto ma voglio provare a metterli in fila con chiarezza.

1) Il debito federale è ormai vicino ai 40 mila miliardi di dollari. Il costo annuo degli interessi è di 1200 miliardi di dollari. I rendimenti dei titoli decennali sono superiori al 4,5. L’assicurazione contro il rischio di insolvenza del debito degli Stati Uniti è la più costosa tra quelle per i debiti dei principali paesi del mondo. I compratori esteri del debito Usa sono scesi al 25% del totale e le aste vedono una domanda non molto più ampia dell’offerta, per cui è fondamentale l’intervento delle banche americane che sono però imbottite di titoli che valgono sempre meno. Oggi il debito pubblico americano è pari al 40% del debito pubblico globale.

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2) Il dollaro ha perso l’11% rispetto ad un paniere di valute globali e continua a registrare una tendenza la ribasso che non è giustificata solo con la volontà dell’amministrazione statunitense di favorire le esportazioni con una moneta debole, ma ha a che fare con una crisi di credibilità internazionale. La percentuale di asset in dollari delle banche centrali del pianeta è crollato a poco più del 50% e nel caso dei fondi sovrani è sceso ulteriormente al 48%.

3) il disavanzo delle partite correnti ha raggiunto il record di essere pari ai 2/3 del disavanzo globale del pianeta, mentre il disavanzo commerciale, pure essendosi parzialmente ridotto, continua ad essere pari a circa 56 miliardi di dollari a maggio 2026.

4) La produzione industriale statunitense è ferma a poco più dello 0% e gli Stati Uniti producono il 15% dei beni manifatturieri mondiali contro il 35% della Cina.

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5) L’inflazione a giugno ha superato il 4,2% in costante crescita e il perdurare della crisi di Hormuz la farà crescere ulteriormente. In questo senso sono fallite le speranze di Trump di non importare gli effetti inflazionistici della guerra e dei dazi, facendo immaginare in maniera sempre più concreta la prospettiva di un aumento dei tassi da parte della Fed di Kevin Warsh che genererà un effetto duro sul costo del debito pubblico e privato. Questo farà contrarre i consumi, che negli Stati Uniti avvengono in base al debito e costituiscono un elemento primario nella formazione del Pil, stimato a fine 2026 intorno all’1,5%.

6) Le borse statunitensi sono in piena bolla finanziaria. Il rapporto Prezzo/Utili stimati a 12 mesi e di 21,5. Questo dato è significativamente superiore alla media storica degli ultimi 25 anni (che si attesta intorno a 17,6x). Indica che il mercato è “caro” e che gli investitori stanno pagando un premio elevato per ogni dollaro di utile atteso. Il mercato infatti sta scontando una crescita degli utili del 12-14% per il resto del 2026. Se la produzione industriale continua a segnare lo 0,1% o se i consumi dovessero flettere a causa dell’inflazione (al 4,2%), le società non riusciranno a soddisfare queste aspettative, innescando una correzione violenta dei prezzi.

In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno giganteschi debiti, dipendono in maniera determinante dai prestiti fatti dai risparmiatori e dagli investitori mondiali, non possono più stampare nuovi dollari per coprire il debito e producono sempre meno. Per questo il dollaro sta perdendo terreno.

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A fronte di ciò registrano una gigantesca bolla finanziaria, sganciata dalla realtà e sorretta, di nuovo, dal trasferimento dei risparmi globali verso i titoli Usa in larga misura per la mediazione decisiva dei grandi gestori, a cominciare da BlackRock. Inoltre, e si tratta di un dato decisivo, scontano un’inflazione che riduce il potere d’acquisto di larga parte della popolazione Usa, afflitta dagli alti tassi di interesse imposti proprio dall’inflazione e dal dollaro debole.

Da tutto ciò deviva la pericolosità dell’ex Impero, che si trova a fare i conti con un vero e proprio cambiamento epocale di ruolo nelle gerarchie mondiali; un cambiamento che la politica e persino la cultura popolare degli Stati Uniti dovrebbero affrontare, dopo aver coltivato per decenni il culto del primato.

Mi sembra che sia una situazione davvero difficile, e pericolosa.

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Tratto da: https://www.facebook.com/alessandro.volpi.5/posts/pfbid02A3n6sESdpqvyiVXZ6koFBCbEF1KacHTeft11TZH9jz961hhHdP9uSKWK336kVFw2l.

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