Che pensare dello Stato Curdo?

Un botta e risposta fra un lettore e Giulietto Chiesa sulla questione curda, un rompicapo geopolitico estremamente complesso

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21 Giugno 2017 - 13.29


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Sig. Giulietto Chiesa,
 
Ora che i Russi hanno dichiarato di considerare gli aerei Americani dei bersagli, se scoperti ad abbattere aerei Siriani che bombardano i Curdi, la spende una parola sulla situazione dei Curdi in Siria? Che posizione ha su questo delicato argomento, i Curdi hanno il diritto di un loro stato? O lei ritiene che quella parte di Siria appartenga a Damasco? E un po’ che la seguo e il suo silenzio su questo punto sta diventando assordante; una buona giornata a lei e a me che ce la possiamo permettere.
 
Stefano Nazzani
 
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Sig. Nazzani,
 
Il mio silenzio su molte questioni non è assordante. È semplicemente mancanza, o di tempo, o di adeguata informazione. A meno che lei pensi che io disponga di uno staff di aiutanti numeroso. Il che non è. Inoltre io non sono, e non ambisco a diventare, un tuttologo. Quindi prima di parlare cerco di informarmi. Nel caso specifico una posizione ce l’ho. Ma non basta nemmeno avere una posizione di principio; occorre collocarla nel tempo reale in cui viviamo. In linea di principio i milioni di curdi che costituiscono indubbiamente un popolo, sono dispersi in diversi stati: Turchia, Siria, Iran, Irak, fondamentalmente. Costruire uno “stato curdo” nel senso che comunemente diamo a questa parola, cioè un paese, con un determinato territorio di insediamento, con leggi comuni etc, è impresa attualmente insormontabile. Richiederebbe il consenso di quattro grandi stati, due dei quali sono addirittura potenze regionali e di grande importanza internazionale. Significherebbe ridisegnare i loro territori e chiedere rinunce molto rilevanti. Richiederebbe enormi trasferimenti di popolazioni. Coinvolgerebbe interessi giganteschi, tra i quali quelli petroliferi. Gli attori che si muoverebbero (e si muovono anche oggi) sarebbero molto più numerosi dei governi implicati. Ci sono le grandi corporations, le religioni, la finanza mondiale. Dunque, riassumendo, non è un obiettivo realistico. Certo il popolo curdo, diviso e subalterno nelle diverse aree della sua diaspora storica, è oppresso, non può godere dei suoi diritti, non ha alcuna sovranità. Infine — da non sottovalutare — le diverse componenti politiche curde sono divise aspramente tra di loro, non hanno comuni obiettivi, alcune sono state assoldate a interessi che nulla hanno a che vedere con quelli del popolo curdo.
In queste condizioni reali io penso che l’unico obiettivo, che potrebbe diventare realistico, ed essere appoggiato da una parte importante della comunità internazionale, è quello dell’allargamento dell’autonomia delle comunità curde in ognuno dei paesi in cui esse si trovano, e la costruzione di uno stato curdo che, pur senza un proprio territorio unitario, possa esercitare un’azione coordinata (di concerto e sulla base di trattati benedetti dalle Nazioni Unite) per sviluppare le sue potenzialità culturali, economiche, religiose, in forme comuni, riconosciute come legittime, che non contrastino con quelle dei paesi che la storia ha definito come “ospitanti”.
Qualcuno potrebbe pensare trattarsi di una questione irrisolvibile. E infatti lo è. Ma anche quella attuale è irrisolvibile e produce solo guerre, tensioni, divisioni. Io penso che si debba procedere per gradi. Per esempio il governo siriano potrebbe cominciare a trovare un accordo con la comunità curda al suo interno. Occorre creare un modello che dimostri di poter funzionare. Io penso che la Russia favorirebbe una tale soluzione, che potrebbe contribuire non poco alla fine della guerra in Siria. Certo non basta la Russia e la buona volontà di Bashar el Assad. Qui l’Europa potrebbe svolgere un ruolo cruciale. ma a Bruxelles le teste pensanti sono troppo poche.
Spero di avere ridotto l’assordante silenzio che lei mi rimprovera.
 
Cordiali saluti,
Giulietto Chiesa
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