Per un nuovo Occidente

E’ uscito di recente “Per un nuovo Occidente”, di Karl Polanyi (Il Saggiatore). Una collezione di scritti inediti, prodotti tra il 1919 ed il 1958. [Pier Luigi Fagan]

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1 Luglio 2013 - 10.06


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di Pier Luigi Fagan

Karl Polanyi appartiene di diritto a quel novero di studiosi che hanno provato a dare una loro definizione di quel fuggevole soggetto che è il “capitalismo”. Il capitalismo non è un sistema definito come tale, prima che s’ingeneri l’incontro tra l’opus magnum che lo criticava “Il Capitale” di Karl Marx ed uno studioso (marxista) di storia e di storia economica, Werner Sombart. Ciò avviene più o meno i primi del Novecento e da allora sentenziamo a proposito di questo sistema, anche se la sua definizione è tutt’altro che chiara e condivisa.

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Karl Polanyi si iscrive al dibattito sull’argomento, dopo Adam Smith, Karl Marx, Max Weber, Thorstein Veblen, ma certo prima di Fernand Braudel, Joseph Schumpeter e dei neoliberali. Che cos’è quindi ciò che chiamiamo capitalismo, per Polanyi ? In cosa la sua visione è differente da quella degli altri? Polanyi era sì un economista ma più sul versante della sua storia, della sua antropologia, che non della sua meccanica. La sua è quindi una visione intera, come se il soggetto fosse visto dal di fuori, cercando di abbracciarlo come fenomeno e come significato. In un certo senso, la visione di Polanyi è precocemente sistemica, nel senso che anticipa una epistemologia che si formerà successivamente ai tempi in cui lui pensa e scrive. E’ anche questo che rese Polanyi poco comprensibile ai suoi tempi ed è questo che invece ce lo rende perfettamente comprensibile e condivisibile, oggi.

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E’ uscito di recente “Per un nuovo Occidente”, edito da Il Saggiatore. Una collezione di scritti inediti, prodotti tra il 1919 ed il 1958, che risulta un ottimo compendio sintetico alle tesi polanyiane, già prodotte nella Grande trasformazione (1944), Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968), La sussistenza dell’uomo (1977). Ecco in breve, l’articolazione del pensiero di questo grande studioso:

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1) Ciò che chiamiamo capitalismo è una forma di economia ordinata dal mercato, mercato non solo dei beni, ma anche della terra (natura) e del lavoro (uomo.

2) Legando in un unico sistema i beni (i corrispondenti ai bisogni), la natura (la possibilità di soddisfarli) e l’uomo (il soggetto bisognoso), l’economia di mercato diventa un fatto assoluto che si identifica con la stessa condizione umana che è di sua natura sociale. Più dunque che una “economia di mercato”, tale sistema crea una “società di mercato”.

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3) E’ questa la prima volta nella storia umana che il fatto economico non risulta intessuto nella società regolata da un ordito di vari principi (culturali, politici, religiosi, etico-morali, militari, tradizioni), ma domina la società e quindi anche tutti gli altri suoi principi. Per la prima volta, il fatto economico non è “embedded”, incorporato nella società ma al contrario è la società ad essere embedded al fatto economico. L’economia primitiva era basata prevalentemente sulla –reciprocità-, quella antica prevalentemente sulla –redistribuzione-, quella moderna esclusivamente sul –mercato- e per la prima volta essa domina la società invece che esserne al servizio.

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4) Il mercato risulta un sistema autonomo, regolato al suo interno dalla dinamica della domanda e dell’offerta che crea quei prezzi che ne costituiscono la metrica. Se si interviene dall’esterno su questo sistema, lo si perturba ed il sistema non funziona più come dovrebbe. Funzionando male, funziona male anche la società che da quel sistema dipende. Ma anche quando il mercato funziona al meglio secondo la sua logica, non è detto che la società ne tragga sempre vantaggio. Non sicuramente nella sua interezza.

5) La società ordinata dal mercato non può essere una società ordinata dalla politica. La politica è ordinata dal mercato come ogni altra cosa che compone la convenzione sociale. Tra democrazia e mercato c’è un insolubile conflitto paradigmatico secondo la logica dell’ o – o.

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6) Modernità (tecnologia, organizzazione economica, scienza), capitalismo, dominio dell’Occidente sono fenomeni originati dalla stessa matrice che è appunto quella della società di mercato. Se la modernità è prodotta dal mercato, questo per i sistemi nazionali occidentali funziona, nella misura in cui c’è un dominio gerarchico che l’Occidente esercita (internazionalizzazione, colonizzazione, imperialismo, globalizzazione) sul resto del mondo. A ritroso, problemi in questo assetto di potere, sfruttamento, controllo e dominio del resto del mondo, agiscono sul funzionamento del mercato e tali problemi si riflettono sul funzionamento delle singole società nazionali. Il malfunzionamento delle società di mercato occidentali ha prevalentemente cause sistemiche e quasi sempre esterne.

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7) Esistono almeno due occidenti. Quello anglosassone (inglese, britannico, nord-americano) che è la culla storica di questo assetto di società di mercato e la cui forma politica è la democrazia liberale e quello continentale (europeo) la cui forma politica è la democrazia egalitaria. Tra uguaglianza e libertà, sino ad oggi, è esistito un conflitto di compatibilità.

Ne segue la speranza di poter impiantare un nuovo Occidente. Un Occidente democratico, pluralista, centrato su i valori umani della libertà, sulla giustizia sociale, su una comunità di cultura, aperto al dialogo ed all’interrelazione paritaria con le altre civilizzazioni, ovvero il simmetrico contrario di ciò che l’Occidente sta diventando nella nostra contemporaneità. La forma economica di questa possibile nuova condizione, dovrebbe essere quella di un diverso tipo di economia di mercato basata su una forma di socialismo cooperativo, ri-embedded in una società governata dal principio politico democratico. Non c’è tanto quindi un ricetta economica specifica per originare il cambiamento, il vero cambiamento si avrà soltanto quando il fatto economico tornerà ad essere dominato dalla società, dal suo fatto politico.

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Nel libro c’è anche di più. Una serrata ed inesorabile critica al determinismo economicista che secondo Polanyi purtroppo unisce tanto la posizione liberale che quella marxista. La distruzione di quegli insostenibili assiomi sull’homo oeconomicus che sostengono l’impianto dell’economia utilitaristica neo-classica e contemporanea, assiomi per altro oggi erosi anche dai convincimenti della nuova economia comportamentale e cognitiva (H.Simon, D.Kahneman, V.Smith, R.J.Shiller). La valorizzazione di quella antropologia economica (da Thurnwald a Malinowski a Boas, poi ripresi da Mauss e Caillè oggi alla base dell’antropologia dell’economia della decrescita) che dimostrò l’esistenza passata di forme economiche perfettamente funzionanti anche senza il paradigma del mercato moderno.

La valorizzazione dello sguardo istituzionale, sostanziale (cosa l’economia è) e non formale (come l’economia funziona), come base per il sapere economico. Valorizzazione oltretutto necessaria per uscire dal grave errore di leggere l’economia passata (ogni altra forma possibile del fatto economico) secondo i paradigmi di quella presente, errore che riporta d un certo determinismo evolutivo che vorrebbe il capitalismo come una forma dovuta di progresso delle forme economiche come se queste esistessero in sé per sé. Polanyi chiama questa “fallacia economicista”, oggetto di un altro libro edito da Jaca Book nel 2011, Il sofisma economicista, con contributi di Alain Caillé, J.-L. Laville e J. Maucourant. Sguardo istituzionale che oltretutto permette di leggere con chiarezza, quanto questo sistema fosse dipendente per il suo impianto e sviluppo, dal potere politico-pubblico-statuale, diversamente da quanto sostenuto dai corifei liberali. Modo di concepire l’economia come un frame dell’umano e del sociale, da illuminare coi saperi antropologici, psicologici, sociologici, della scienza politica e non solo con la grigia luce della perfezione formale algoritmica di quell’economia che si vuole “scienza”.

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W. Benjiamin ha ben illustrato la dimensione religiosa che il totalitarismo economicista ha preso pur partendo da presupposti originari di estrema razionalità e liberalità e sentiamo oggi tutti la mancanza di un Ludwig Feuerbach che critichi in profondo questo ennesimo riproporsi della fede irrazionale alla base delle nostre “credocrazie” poco liberali e molto liberiste. Il pensiero di Polanyi ci può aiutare ad immaginare un futuro occidentale che non sia -lucrativo, orientato al profitto, egoista, individualista, competitivo, combattivo, gerarchico, alienante, ossessionatamente esibitivo (in omaggio a Veblen), ingiusto-. Questo pensiero ha il suo fulcro nella rimozione del concetto di mercato come principio ordinatore del nostro vivere assieme (non del mercato tout court ma del suo ruolo di ordinatore “unico” della convenzione sociale), un mercato a cui, nella parole dell’ungherese:

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“manca l’organo per capire come si forma la salute, il riposo, l’essere spirituale e morale dei produttori e di chi risiede intorno ai luoghi di produzione, come il bene generale è favorito o pregiudicato da questo o quell’orientamento della produzione o del modo di produzione attraverso i loro lontani effetti retroattivi. Ancora meno riesce a favorire i fini positivi del bene generale: le mete spirituali, culturali e morali della comunità, in quanto la loro realizzazione dipende di mezzi materiali. Infine deve rinunciare completamente dove gli obiettivi economici toccano i fini generali dell’umanità, come l’aiuto internazionale e la pace dei popoli” [K.Polanyi, La libertà in una società complessa, Bollati Boringhieri, Torino, 1987, pg.19].

Se il mercato va in crisi e come abbiamo detto, va in crisi quasi sempre per ragioni legate allo scenario internazionale, la priorità diventa proteggere la società. Favorire le forme di reciprocità, riattivare la redistribuzione, secondo il figlio Karl Polanyi-Levitt (economista insegna Montreal) il padre avrebbe senz’altro approvato la redistribuzione di un quoziente del prodotto sociale come diritto di cittadinanza, difendere i beni pubblici globali, riprendere il controllo sulle banche e su i movimenti di capitale. Ma, aggiungiamo noi, ci sembra che la natura strutturale ed irreversibile di questa profonda crisi del capitalismo occidentale dovrebbe portare a ripensamenti ancor più profondi. La riduzione dell’orario di lavoro come redistribuzione del lavoro stesso ad esempio. Ma più ancora, una convinta ripresa dell’impegno di tutti e di tutte a riattivare la democrazia, la partecipazione, la conoscenza, l’impegno a riportare l’economia, gli economisti, i banchieri, i rentier e gli speculatori, sotto il dominio della società, del nostro stare assieme secondo un nuovo regolamento.

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E’ giunta l’ora di ridiscutere il nostro contratto sociale, se vogliamo che l’Occidente sopravviva ai tempi nuovi.

Fonte: [url”http://pierluigifagan.wordpress.com/2013/06/21/per-un-nuovo-occidente-recensione-di-pier-luigi-fagan/”]http://pierluigifagan.wordpress.com/2013/06/21/per-un-nuovo-occidente-recensione-di-pier-luigi-fagan/[/url]

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