Geopolitica e disinformazione strategica

Paolo Borgognone: La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media (Zambon editore). [Alberto Melotto]

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3 Dicembre 2013 - 12.17


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di Alberto Melotto

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In un volume uscito nei primi mesi di quest”anno, Invece della catastrofe, Giulietto Chiesa suggerisce, anzi afferma senza giri di parole, che la lotta di classe è stata esautorata, vanificata d”ogni reale significato, dal fatto che il nemico ha saputo trasportare la battaglia altrove, su un altro livello, in un”altra dimensione.

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Ciò significa che da qualche parte alcuni tremebondi soldati stanno ancora attendendo che si diradino la nebbia e il fumo dei cannoni per poter tornare a caricare le spingarde e mirare alla volta delle divise ostili. Attendete di vedere il bianco dei loro occhi!, grida rauco il sergente, col poco fiato che gli rimane. Nel mentre il grande capitale ha aggredito città, preso d”assedio comunità, sventrato e rovinato mari, pianure e montagne.

Si poteva evitare questa capitolazione, l”onta di essere assaliti alle spalle quasi senza colpo ferire? Forse, a patto di riconoscere che la cognizione degli uomini, la loro capacità di discernere la realtà esterna, passa attraverso l”abbeverarsi a quella fontana generosa, multicolore e mai spenta che è la società dello spettacolo. Chi controlla quei canali di immissione di contenuti fittizi può formare come morbida argilla la coscienza di interi popoli.

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Il volume del quale vogliamo raccontare è il primo di una trilogia dedicata a questa volgare truffa, a questo insistito inganno. L”autore, Paolo Borgognone, tratteggia in questa prima parte i tratti che contraddistinguono il fenomeno nel suo insieme e passa poi ad analizzare la situazione del continente latino-americano. Borgognone ha chiesto a Giulietto Chiesa una prefazione, che di fatto, costituisce un vero e proprio capitolo a sé stante.

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Partiamo allora da queste pagine, dedicate in buona parte alle bombe della maratona di Boston. Chiesa prende in esame i due colpevoli designati, i fratelli Dzhokar e Tamerlan Tsarnaev, e ne ricava ragioni sufficienti per smontare le velleità dei frettolosi giudici accusatori.

Prima di tutto, l”essere di nazionalità cecena depone violentemente a loro sfavore: terroristi e islamici. Poi, i media sembrano peccare di schizofrenia, di bulimia quando raccontano della morte di Tamerlan, e in seguito lo riprendono, mentre, nudo, viene arrestato dalla polizia statunitense. In questa grande confusione sotto il cielo, non ci è dato di sapere, ma possiamo lasciarci prendere dal panico.

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Ad ogni buon conto, i filmati relativi al pre-attentato mostrano strani personaggi, con l”aria di “guardinghi poliziotti in borghese”, ma impegnati in attività che poco o nulla hanno a che fare con la sicurezza degli abitanti della zona. Si tratta di mercenari, contractors? Chissà.

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Già Edgar Allan Poe, nel racconto La lettera rubata ci diceva che spesso la verità va messa in primo piano per poterla meglio nascondere, e in questo i media americani (ed europei) sono davvero maestri. O forse semplicemente dimostrano di possedere il grado di miopia d”un archivista d”operetta.

A conti fatti ci troviamo di fronte ad un altro tassello di quella strategia della tensione su scala planetaria, in versione bigger than life per restare all”idioma yankee, che predispone l”uditorio ad una supina passività, ad una studiata altalena di acquiescenza e di smodata partecipazione emotiva, fatta di paura e di aggressività.

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Dalla settimana dell”odio di Orwell siamo giunti a questo lungo, interminabile decennio post 11-settembre dove si induce l”essere umano a rifuggire dagli strumenti che madre natura e poi la cultura gli hanno donato, per rifugiarsi nel già pensato.

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Fin qui l”analisi di Chiesa, che si conclude con alcuni riferimenti alla Siria, giusto per ricordarci quanto siamo giunti vicini alla guerra mondiale. Alcuni fattori, fra i quali un tardivo orgoglio del parlamento britannico, scottato dalla sacra alleanza Bush-Blair (we won”t get fooled again, cantavano The Who) ci hanno dispensato dallo scavar trincee e dall”indossare elmetti di protezione, ma nel frattempo la ruota dell”intrattenimento globale ha ripreso a girare, e non ci sarà tempo per risolvere le cause di questo e del prossimo conflitto.

Come dicevamo poc”anzi, Paolo Borgognone inizia tracciando alcune linee di un”analisi della disinformazione nel suo complesso. Si tratta di considerazioni che faranno stracciare le vesti a molti farisei del politicamente corretto. E” il caso di quel mondo “altro” che per l”intero ”900, o quasi, è stata l”Unione Sovietica.

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L”autore ci dice che l”occidente ha demonizzato l”esperienza d”oltrecortina non soltanto per scongiurare le nefaste (a suo modo di vedere) inclinazioni verso la società degli uguali, ma anche per allontanare il pericolo di un modo di intendere l”esistente che non poteva essere “normalizzato” e ridotto agli standard di questa parte di mondo. “La stampa occidentale non ha mai indagato le origini ed i fondamenti culturali, sociali e di integrazione comunitaria della tradizione russa. Ha preferito insistere sul tema della russofobia, della slavofobia …”.

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Questo tema dell”ingerenza occidentale nell”area dell”est europeo accomuna Borgognone a molti altri esponenti dell”associazione di cui fa parte, il Centro iniziative verità e giustizia, impegnata a livello culturale nell”offrire un ritratto più aderente al vero di una vasta parte del pianeta che tenta di non farsi assoggettare.

L”autore analizza poi il caso del quotidiano The Economist, rappresentante di quell”alta borghesia atlantica, in grado di influenzare dall”alto del suo “prestigio” le politiche di parlamenti e di stati sovrani. A suo avviso, è assai significativo che the Economist si mostri indulgente verso il fenomeno di [i]Occupy wall street[/i], poiché quest”ultimo non rappresenta un”autentica minaccia per l”establishment statunitense:

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“L”ideologia alla base di questi raffazzonati gruppi protestatari, più o meno estesi, è un giovanilismo sostanzialmente liberale … quello degli indignados è infatti un “movimento” eterogeneo, dove c”è dentro di tutto, dalle persone per bene ed in perfetta buona fede, ma ideologicamente assai confuse per mancanza di riferimento concreti, a particelle anarco-libertarie, ai liberal, “bravi ragazzi” di “buona famiglia” che vogliono solo allargare le maglie del sistema per entrare a farne parte in pianta organica”.

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Se fin qui il libro ha documentato, pur impietosamente, il rapporto lineare tra i produttori di falsità e i fruitori del mondo occidentale, quando si entra a parlare di sudamerica, il discorso si fa più complesso. L”autore registra infatti una sostanziale differenza nel modo di metabolizzare le notizie scaturite dai media che compongono il mainstream. In sostanza, l”autore dimostra che in diversi paesi di quel continente, quali appunto i due presi in esame, Venezuela e Cuba, le popolazioni paiono possedere ancora degli anticorpi difensivi contro la preponderante forza delle televisioni legate alle grandi [i]corporations[/i]. Come si vedrà, tale attitudine critica si rivelò l”arma vincente contro un tentativo di golpe orchestrato dalle forze reazionarie.

E” precisamente il caso del venezuela di Hugo Chavez, il “dirigente d”acciaio” recentemente scomparso. Nei primi anni del suo impegno governativo, Chavez aveva provveduto senza indugi a mutare la rotta del suo paese, in particolare furono le leggi riguardante la riforma agraria, la pesca e gli idrocarburi del 13 novembre 2001 a ledere interessi appannaggio da decenni, o da secoli, delle oligarchie locali: a farne le spese furono quegli interessi delle grande corporations, appoggiate, com”è facile prevedere, dai norteamericanos della Cia. La soluzione per gli industriali locali, gli [i]escualidos[/i]?

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Per chi afferma a chiare lettere di voler restaurare la democrazia, non v”è che il pronunciamiento, il colpo di stato. E l”11 aprile 2002 Hugo Chavez viene arrestato e relegato, sotto stretto controllo, in un”ala del palazzo presidenziale, mentre il presidente degli industriali, Pedro Carmona Estanga, viene proclamato Capo di Stato ad interim “ed il suo primo decreto riguardava l”abolizione della Costituzione, del Parlamento, di ogni forma di organizzazione politica, l”abbandono dell”Opec, il ritiro di Caracas dal patto di amicizia e cooperazione con Cuba”.

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In poche ore George W. Bush e il premier spagnolo Aznar salutano nei recenti avvenimenti venezuelani il ritorno alla democrazia e alla libertà popolare. Un imponente corteo si forma spontaneamente per le strade della capitale a difesa del presidente legittimamente eletto, subito preso di mira dai cecchini prezzolati dei golpisti (al termine si conteranno circa 200 morti fra i manifestanti).

Dettaglio tutt”altro che secondario, le reti televisive private trasmettono per tutto il tempo cartoni animati, films come Pretty woman, oltre a filmati che mirano a incolpare i sostenitori di Chavez di violenze e devastazioni. Come già detto, ciò non impedì a Chavez di ritornare al suo incarico, grazie anche al fatto che dopo un”iniziale incertezza, le forze armate, guidate dal generale Raul Isaias Baduel, si schierarono dalla sua parte, e il suo passato di paracadutista ebbe il suo peso.

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Alcuni anni più tardi, Chavez revocò le frequenze ad alcune delle emittenti che avevano appoggiato il pronunciamiento, e che alcuni mesi più tardi avevano appoggiato lo sciopero dei lavoratori dell”industria petrolifera, eterodiretto dalle stesse forze che avevano tentato di sovvertire il regime democratico. Questa decisione dovette subire l”amaro commento di associazioni quali Reporter Sans Frontiéres: “un”aggressione alla libertà di stampa”.

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Il caso di Cuba, che occupa la parte finale del volume, mostra in modo ancor più evidente – e più imbarazzante per noi occidentali – quanto il racconto di parte sappia tacere, svilire, nascondere fatti che saprebbero destare, questo sì, genuino scandalo, se solo qualcuno si prendesse la pena di renderli noti. Nell”arco di più di mezzo secolo, le diverse amministrazioni statunitensi hanno compiuto diversi misfatti ai danni di Cuba che faranno formulare esclamazioni di stupore ai lettori del volume.

Il 6 ottobre 1976 morirono settantatrè passeggeri su un volo di linea cubano, appena decollato dalle isole Barbados, a capo del commando terroristico era il pediatra Orlando Bosch “stretto collaboratore della Cia e leader formale del Coordinamento delle organizzazioni rivoluzionarie Unite, con base a Miami.

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E ancora, epidemie procurate ad hoc che procurarono strage di animali da allevamento, e agli stessi abitanti di Cuba, è il caso del dengue emorragico. Tutto questo per ripristinare un”olimpica condizione di signoraggio che aveva luogo ai tempi di Fulgenzio Batista.

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Nel capitolo si potrà ancora leggere un”utile rivisitazione critica del mito del dissidente cubano anti-castrista.

Borgognone si sofferma sulla figura, poco limpida, Yoani Sanchez, dalla carriera fulminea, rapidamente ascesa al gotha del giornalismo internazionale.

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Sanchez dovette ammettere d”aver ricevuto finanziamenti dagli Stati Uniti, necessari per spendere, ogni mese, l”equivalente di due anni di salario cubano. La classe dei dissidenti va in paradiso.

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L”opera di Paolo Borgognone prosegue nelle librerie in queste settimane con la pubblicazione del secondo e del terzo volume, dedicati rispettivamente all”analisi geopolitica degli scenari eurasiatico e mediorientale, e ad un”analisi critica del caso italiano.

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