Spirit, il nuovo album dei Depeche Mode

La nostra recensione del Quattordicesimo album in studio per una band iconica del nostro tempo. Dopo molti anni i testi riprendono temi di carattere socio-politico

Megachip 18 marzo 2017






La nostra recensione





a
cura di Paolo Bartolini
.










Quattordicesimo album in studio per una band
iconica del nostro tempo. Spirit è il
nuovo album dei Depeche Mode, dopo
molti anni il primo a riprendere nei testi delle canzoni tematiche di carattere
socio-politico. Dodici i brani, otto scritti dal compositore principale del
gruppo (il biondo e geniale Martin Lee Gore), tre dal frontman Dave Gahan (con l’ausilio di alcuni collaboratori) e uno (You move, francamente il peggior brano
del disco) co-partecipato da Gore e Gahan.


Chi segue da tempo, come lo scrivente, il
cammino artistico dei tre di Basildon (il terzo membro è Andy Fletcher, ce ne
fu anche un quarto, assai rimpianto da alcuni fan della prima e della seconda
ora, Alan Wilder) non può che felicitarsi per la qualità complessiva di questo
lavoro. Spirit è un album cupo,
attraversato da suoni gelidi e da una ritmica sensuale e penetrante – il nuovo
produttore, James Ford, ha svolto un lavoro egregio. Larga parte dei brani (Going backwards, Where’s the revolution, The
worst crime
, Scum e Poorman) insiste sull’odierno scasso
delle relazioni umane dovuto allo sviluppo ipertrofico delle tecnologie di
consumo e al dominio incontrastato degli appetiti delle corporations.


La chiusura dell’album, dal sapore quasi
apocalittico, è lasciata alla canzone Fail, il cui titolo è già esplicativo di
per sé.


Canta Martin
Gore



“People, do
we call this trying?
/ We’re hopeless, forget the denying/
Our souls are corrupt/ Our minds are messed up /Our consciences, bankrupt/ Oh, we’re fucked
”.



I brani centrali, sospesi tra un inizio intenso
e un finale drammatico, ripiegano con arte sulla sfera dei sentimenti,
dell’amore ai tempi del deserto tra le anime. Cover me, Poison heart, Eternal, No more (This is the last time) e So much love si posizionano quindi, pur con variazioni stilistiche
notevoli, in continuità tematica con il mood degli ultimi lavori della band.


L’impressione complessiva su questo disco
molto atteso è che i Depeche Mode siano scampati, come la fenice, a una lenta
ma continua combustione della loro vena creativa (gli ultimi lavori del 2009 e
del 2013 non ci hanno mostrato un gruppo particolarmente ispirato). Spirit funziona. È forse il loro miglior
album da quel Playing the angel del
2005 che li rilanciò al grande pubblico, conquistando nuovi adepti. Sì, perché
l’amore per i Depeche Mode ha parecchio a che fare con la devozione, con il
culto. Sono infatti milioni gli ammiratori di questa avventura musicale che, partita
ormai nel 1980 nel Regno Unito, ha assunto una rilevanza mondiale lasciando
dietro di sé tracce inesauribili di bellezza (pensiamo qui a tutti i capolavori
del periodo 1986/1997: Black Celebration,
Music for the masses, Violator, Songs of faith and devotion, Ultra).


Spirit aggiunge
a questa formidabile carriera un tassello significativo, dimostrando come la
musica pop possa veicolare non solo emozioni, ma anche percezioni complesse
sullo spirito del tempo, sulle tendenze della vita collettiva. Sbaglia chi
pensa che i Depeche Mode – signori cinquantenni facoltosi dai trascorsi
inquieti – vogliano rappresentare un’avanguardia politica, il nuovo fronte
musicale della critica sociale. Loro si accontentano di scrivere canzoni che
offrano, nel buio profondo dell’epoca che viviamo, un battito indomito, un
segno di vita che colora gli scenari macchinici del presente lasciando intuire
un mondo diverso, quello che solo la musica sa anticipare qui ed ora.


Ecco, Spirit
conferma che ci sono riusciti. Ancora una volta.








Voto
al disco: 7.5/10


Brani
da non perdere: Going backwards, Where’s the revolution, Scum, Cover me,
Poorman, Fail


Uscito
il 17/3/2017 per Columbia/Sony











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