Il destino delle utopie, la forza dell'immaginazione

Intervista a Riccardo Mazzeo, a cura di Paolo Bartolini.

Il destino delle utopie, la forza dell'immaginazione
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27 Giugno 2016 - 05.55


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(a cura) di Paolo Bartolini

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Nella tua esperienza di scrittore e di editor ti sei occupato molto di educazione e formazione. In maniera provocatoria vorrei domandarti se pensi che, all’epoca di internet e delle nuove tecnologie multimediali, sia ancora possibile “educare” i giovani. Alle soglie di un millennio iniziato tra le convulsioni di una crisi sistemica senza precedenti, come possiamo rianimare il lavoro educativo per accompagnare le nuove generazioni verso un futuro che non sia già scritto?

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Jean-Pierre Lebrun, nel suo libro La perversion ordinaire, assimila l’atto di pensare al sostenersi nel vuoto: una pratica da apprendere da chi l’abbia già appresa, e scrive: “È a questo che servono – o dobbiamo dirlo all’imperfetto? – i maestri”. Secondo me Lebrun, al pari di Massimo Recalcati nel suo L’ora di lezione, ha centrato il problema che è la progressiva scomparsa degli intercessori. I nostri ragazzi pensano di potersi “educare” in internet, di seguire corsi o di laurearsi on line e adottano così la massima di Racine “Le plus profond c’est la peau”, “Non c’è niente di più profondo della pelle”, della superficie. Una simile educazione, proprio in quanto dà un senso di onnipotenza visto che in rete si può trovare di tutto, in realtà disabilita e preclude ai nostri giovani l’unico vero tipo di apprendimento che possa far maturare, quello che si carica del significato e quasi del respiro dei nostri insegnanti migliori e che al tempo stesso non è né “comodo”, né immediato, ma allena la nostra mente a confrontarsi con le difficoltà che immancabilmente ritroveremo amplificate e infittite nella vita adulta.

Il neoliberismo e la logica dell’accumulazione economica sono penetrati non solo negli spazi sociali, ma anche nei recessi dell’anima individuale. Come commenteresti questo senso di separazione e di isolamento che vivono ormai molti giovani sballottati tra precariato e culto della performance?

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Secondo Lacan, ai quattro discorsi rispettivamente del padrone, dell’isterica, dell’università e dell’analista, ne era subentrato un altro, che a Milano nel 1972 aveva definito “il discorso del capitalista” e che corrisponde allo spaccato della tua domanda. Quando ne avevo parlato con Bauman, lui aveva corretto la definizione: si tratterebbe del “discorso del consumatore”. Per quanto mi riguarda, parlerei del “discorso del vampiro e delle vittime omogeneizzate”, con un riferimento esplicito al protagonista Patrick Bateman di American Psycho, l’atroce grande romanzo di Bret Easton Ellis. Bateman lavora a Wall Street (prima della bolla) e si inebria di notte delle torture che infligge alle proprie vittime, tutte giovani donne. Il problema è che queste donne si somigliano tutte, non hanno un pensiero e non volano, non si sostengono nel vuoto. Sono belle in modo dozzinale, sono ignare delle cose del mondo. In Sud America, in qualunque resort, si è circondati da una quantità esorbitante di donne molto belle senza eccezione e molto simili l’una all’altra; poi, se le si guarda più da vicino, ci si accorge che si sono sottoposte a vari interventi di chirurgia estetica, nel desiderio di conformarsi a un’immagine stereotipata e, nella loro ingenua convinzione, “vincente”. Il grande problema di noi occidentali ipnotizzati dalle novità ipertecnologiche è che siamo come quelle donne, ignari, narcisisti e incapaci di fare comunità al di fuori di quella delle community in cui ci si specchia in cloni che condividono i nostri gusti (“le nostre idee” sarebbe sovradimensionato).

È da poco uscito un libro che hai scritto con Ágnes Heller sul binomio utopie/distopie. A fronte di un orizzonte saturato dalla narrazione consolatoria e funebre del capitalismo globale, quali sentieri intravedi per rinnovare lo slancio libertario delle utopie senza replicare gli errori del passato?

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Nel libro Il vento e il vortice, che sta ricevendo un’ottima accoglienza, Ágnes e io mettiamo in chiaro che nonostante “lo slancio libertario” di alcune utopie come quella che ho vissuto io nel Sessantotto, la realizzazione di un’utopia, di qualunque utopia, coinciderebbe con l’avvento di uno Stato totalitario. Il libero arbitrio non è contemplato da chi desideri una società perfetta, e quindi per noi esseri umani, tutti imperfetti e mortali, tale “perfezione” non è neppure desiderabile.

Cosa hai imparato, nelle tue collaborazioni recenti, da intellettuali di valore come Bauman, Benasayag, Heller e Morin?

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Tutti loro mi hanno insegnato qualcosa, dapprima attraverso le loro opere e poi grazie alla fortuna della loro amicizia. Bauman mi ha insegnato la decostruzione, la capacità di individuare gli aspetti insospettabili di ciò che abbiamo sotto gli occhi e quella di decodificare quanto di familiare esiste in ciò che riterremmo remoto da noi; mi ha insegnato soprattutto che cosa sia un uomo degno di questo nome. Benasayag l’intelligenza, il coraggio e la gioia vitale. Heller il rigore filosofico e il culto della libertà autentica. Morin la complessità e il riso – nessuno sa ridere e far ridere come lui.

Infine mi piacerebbe chiederti cosa significhi per te “complessità” nelle scienze umane, in quelle naturali e nello spazio incerto dell’azione politica.

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La complessità nelle scienze umane viene descritta dal “Manifesto” che ho scritto insieme a Bauman nel nostro nuovo libro, In Praise of Literature. È essenziale che le discipline, dalla sociologia alla psicoanalisi, dalla letteratura al cinema, dall’arte alla pop culture, dialoghino e lancino ponti invece di rinchiudersi in un’autoreferenzialità che dimentichi la propria mission e resti impantanata negli avanzamenti di carriera e nel possesso di cose. È per questo che il protagonista di Sottomissione alla fine accetta di aderire alla fazione islamica salita al potere, lui vuole solo il suo posticino caldo, qualche amante (o moglie, nella nuova situazione), il prestigio del suo incarico universitario. Lo spiega bene Scaraffia ne Il demone della frivolezza: “Nel buio interiore cui ci ha condannato la luminosità inesauribile della modernità, gli oggetti hanno assunto il ruolo della bambola o dell’orsacchiotto che attutiscono i timori notturni del bambino. A differenza del bambino però non li si vuole minimamente rompere per vedere che cosa nasconde la loro lucida superficie”.

La complessità nelle scienze naturali è qualcosa che i nuovi Robinson Crusoe, tantissimi ma ciascuno per conto suo, non vogliono vedere: l’analisi delle ferite mortali inferte alla Terra non è un’occupazione divertente.

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La complessità dell’azione politica è banalizzata dai discorsi seducenti dei governanti, imbelli poiché i flussi globali volano molto al di sopra delle loro teste. La citazione in esergo, da Sansal, che Morin e io abbiamo posto nel nostro saggio in Parlare di Isis ai bambini, è forse puntuale in proposito: “Ati e Koa non capivano. Si guardavano con stupore, quasi con paura, e si rendevano conto che scoprire il mondo significava entrare nella complessità e accorgersi che l’universo era un buco nero da cui scaturivano il mistero, il pericolo e la morte, che in realtà era solo la complessità a esistere, che il mondo apparente e la semplicità erano solo travestimenti assunti da essa. Comprendere sarebbe dunque stato impossibile, la complessità avrebbe sempre saputo trovare la semplificazione più attraente per impedirlo”.

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Riferimenti bio-bibliografici

Z. Bauman e R. Mazzeo, In Praise of Literature, Cambridge, Polity, 2016.

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B.E. Ellis, American Psycho, Torino, Einaudi, 2000.

Á. Heller e R. Mazzeo, Il vento e il vortice. Utopie, distopie, storia e limiti dell’immaginazione, Trento, Erickson, 2016.

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M. Houellebecq, Sottomissione, Milano, Bompiani, 2015.

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J.-P. Lebrun, La Perversion ordinaire, Paris, Denoël, 2007.

A. Pellai, E. Morin, R. Mazzeo e M. Montanari (a cura di D. Ianes), Parlare di Isis ai bambini, Trento, Erickson, 2016.

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M. Recalcati, L’ora di lezione, Torino, Einaudi, 2015.

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B. Sansal, 2084. La fin du monde, Paris, Gallimard, 2015.

G. Scaraffia, Il demone della frivolezza, Palermo, Sellerio, 2016.

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Riccardo Mazzeo, editor storico delle Edizioni Erickson, ha tradotto circa novanta libri da inglese, francese e spagnolo e ne ha curati oltre trecento, ed è stato editor in chief di undici riviste scientifiche tra cui Nuove tendenze della psicologia. Oltre a svariate introduzioni e prefazioni ha scritto due libri con Zygmunt Bauman (Conversazioni sull’educazione e On Education, appena uscito per la Polity di Cambridge),uno con Agnes Heller (Il vento e il vortice. Utopie, distopie, storia e limiti dell’immaginazione), uno con Miguel Benasayag (C’è una vita prima della morte?). Pubblica articoli sulle pagine culturali de il manifesto e sta lavorando al nuovo libro Il sintomo e il rammendo. Strategie di sopravvivenza degli adolescenti contemporanei.

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