Se Oriente e Occidente si sfiorano

Un viaggio nel cuore dell'Impero partico, della dinastia Han e dei domini di Roma: lungo la Via della Seta, dove Oriente e Occidente s'incontrano. E se Romani e Cinesi avessero potuto allearsi?

Se Oriente e Occidente si sfiorano
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14 Settembre 2017 - 22.24


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di Roberto Laforgia

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Entrando in una qualsiasi scuola italiana è possibile osservare sulle pareti cartine geografiche di varia sorta: l’Italia pre-unitaria, la mappa politica del mondo o, molto spesso, l’Impero Romano alla sua massima espansione sotto Traiano, nel 117 dopo Cristo. Traiano, proveniente da una ricca famiglia di coloni italici stabilitasi in Baetica, l’odierna Andalusia, si rivelò uno dei più grandi imperatori dai tempi di Augusto; dopo aver risollevato l’economia e portato il senato dalla sua parte, decise di volgere le attenzioni dello stato romano verso un vecchio nemico, i Parti, con l’intento di compattare ancor più gli schieramenti politici sotto il proprio giogo.

Tra tutti i popoli incontrati fino a quel momento, i Parti erano stati responsabili della sconfitta più cocente dopo quella a Canne ad opera di Annibale: la battaglia di Carre, nel corso della quale aveva trovato la morte uno dei più grandi generali della Roma repubblicana, ovvero Crasso. Controllavano un territorio immenso (equivalente agli attuali Iran ed Iraq) ed erano eredi politici, in quell’area, dell’Impero Achemenide rovesciato da Alessandro Magno circa quattro secoli prima; proprio come per i Persiani, il loro regno andava ad occupare quel territorio (spesso montuoso e frastagliato) compreso tra il Mar Caspio e l’Oceano Indiano; un varco naturale ed obbligato (vista l’impraticabilità della Siberia più a nord) per chiunque volesse andare da Occidente ad Oriente.

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L’Impero romano al tempo di Traiano

Risulta quantomeno inquietante l’attualità di un tale scenario storico, con la serie infinita di conflitti e guerre che vedono vittima il Medio Oriente sin dall’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, passando poi per il Kuwait, l’Iraq e la Siria. I russi avevano compreso l’importanza strategica di quella che tutti i maggiori esperti di geopolitica chiamano gola del mondo; sia i Persiani prima, che i Seleucidi e i Parti poi, andavano ad occupare la parte centrale di quel percorso che porta dall’estremo levante a ponente. Il brevissimo impero di Alessandro fu però un ponte naturale tra l’ellenismo e le culture orientali della Battriana, della Sogdiana e, probabilmente, anche se in minor misura, dell’India nord-occidentale: Alessandro ed i suoi eredi favorirono un vastissimo interscambio culturale (peraltro inviso alle élite rimaste in Macedonia) ed economico che fece da terreno fertile per la nascita, nel primo secolo avanti Cristo, della Via della Seta.

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Quest’ultima ha ricoperto per una quindicina di secoli un’importanza incredibile nello scambio di beni rari e preziosi dal Levante prossimo e da quello più lontano, andando probabilmente a formare il primo esempio di commercio internazionale della storia; il suo declino è cominciato con l’espansione dell’Impero Ottomano nel quindicesimo secolo e con la caduta di quello Bizantino. La chiusura della gola del mondo e l’affermazione in quell’area e nel Mediterraneo orientale di un partner commerciale come quello turco, acerrimo rivale sia sul piano economico che su quello politico di Veneziani, Spagnoli e Portoghesi, costrinse questi ultimi a cercare vie alternative per arrivare in Oriente; li portò a cercare la via per l’India in modi diversi, circumnavigando l’Africa con Vasco da Gama e arrivando così all’Oceano Indiano. In ogni caso Oriente e Occidente, nelle loro forme più paradigmatiche (Alto Impero Romano e dinastia Han cinese) arrivarono più volte a cercarsi, scoprirsi e accettarsi, principalmente in via ufficiosa, con spedizioni di privati, ma anche in via ufficiale con messi e ambascerie di vario tipo: il ripetuto sfiorarsi di queste immense civiltà è uno dei più grandi scenari utopici capaci di stimolare la fantasia di storici e letterati d’ogni tipo da cent’anni a questa parte.

 

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Questa grande arteria commerciale, che ha definito fortune e disgrazie di tutto l’Oriente medio fino all’epoca delle grandi esplorazioni, prende il nome dalla merce più ambita scambiata al suo interno: la seta. Quest’ultima arrivò a Roma già dal primo secolo avanti Cristo, e, vista l’origine misteriosa e l’uso (ritenuto poco pudico) che ne facevano le matrone romane, il Senato fu costretto ad emanare vari editti per proibirne l’uso in luogo pubblico, essendo considerata simbolo di decadenza. Tale considerazione venne anche sottolineata da Seneca nel De Beneficiis:

Video sericas vestes, si vestes vocandae sunt, in quibus nihil est quo defendi aut corpus aut denique pudor possit

(Vedo vesti di seta, se possono essere definite vesti cose che non celano il corpo, nemmeno le parti intime)

L’aggettivo sericas utilizzato da Seneca deriva dal fatto che era opinione comune, a Roma ed in tutto il mondo mediterraneo, che la seta venisse prodotta poco oltre i confini tra Partia e India, nella parte nord-occidentale di quest’ultima; i cinesi la chiamavano 天竺 – Tianzhu, mentre i Romani terra dei Seri e dei Frini. Si credeva che i primi ricavassero la seta dalle foglie delle loro foreste, come difatti scrive Plinio il vecchio:

I Seri sono famosi per la sostanza lanosa che si ottiene dalle loro foreste. Dopo un’immersione nell’acqua essi pettinano via la peluria bianca dalle foglie […]

Anche Virgilio ne parla nelle Georgiche:

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[…] di come i Seri cardano con il pettine / i sottili fili di seta dalle foglie.

Queste misteriose popolazioni, ritenute all’origine del commercio della seta, venivano descritte con tratti somatici indoeuropei, dunque molto spesso biondi e longilinei; vista la loro presunta collocazione è stato ipotizzato che si trattasse in gran parte di discendenti delle variegate armate alessandrine spintesi fino alla Sogdiana (e ivi stabilitesi, mescolandosi con le popolazioni autoctone), e che ragionevolmente acquistassero seta e altre merci preziose dall’India, per rivenderle a prezzi più alti a chiunque avessero come partner commerciale sui loro confini in direzione della Mesopotamia. È evidente, dunque, viste le fantasiose ricostruzioni su ciò che avveniva oltre il Tigri e l’Eufrate, che persino le élite culturali romane ignorassero totalmente l’esistenza, dall’altro lato del continente eurasiatico, di una civiltà dal valore culturalecivile e militare simile al loro, come fu quella cinese. Contemporaneamente, in Cina, v’era altrettanta poca consapevolezza di cose esistesse dopo l’India, principalmente per motivi logistici; i regni della dinastia Hanoccupavano soltanto la parte più a nord-est di quella che va ad occupare la Cina odierna, a ridosso quindi della penisola coreana. A nord l’espansione era frenata dal Deserto del Gobi e della presenza delle ostili tribù nomadi degli  匈奴 – Xiongnu, identificati come antenati degli Unni che meno di seicento anni dopo sarebbero entrati prepotentemente in Europa dalle steppe Sarmatiche; a sud e a sud-ovest erano presenti come ostacoli naturali le fitte foreste dell’Indocina e l’altopiano tibetano, oltre che la stessa catena montuosa dell’Himalaya.

L’imperatore Han Wudi mentre adora statue dorate del Buddha conquistate nel 121 a.C.

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Allargare i propri orizzonti e la propria area d’influenza fu dunque difficile per la Cina (tranne ovviamente che per piccoli manipoli di viaggiatori ben organizzati), finché, intorno al 120 d.C, venne scoperto (nella parte più ad ovest dell’attuale territorio cinese) il 河西走廊 – Corridoio del Gansu, una sottile striscia di terreno tra deserti e catene montuose invalicabili che porta all’Asia centrale e alla fine della quale venne successivamente fondata 西安 – Xi’an, divenuta città/posto di dogana utile per incanalare tutte le spedizioni mercantili dirette in territorio cinese; da Xi’an, spingendosi verso sud, i cinesi riuscirono per la prima volta nella storia a raggiungere in modo piuttosto lineare l’India (o più che altro il già citato territorio del Tianzhu) con grossi contingenti di uomini, quali eserciti e ambascerie. Visto e considerato che era più unico che raro per un qualunque viaggiatore cinese giungere sano e salvo oltre il Tibet, andrebbe considerato un successo il fatto che, già nel 130 a.C, si ha notizia di una spedizione diplomatica Han condotta dall’ambasciatore 張騫 – Zhang Qian verso la Sogdiana, la Battriana e la Ferghana. Ragionando sul fatto che tale messo era già stato inviato presso gli 月氏 – Yuezhi (ricchissimo popolo stanziato sotto la Mongolia, di etnia non definita e perno degli equilibri politici nell’estremo Oriente) in cerca di un’alleanza contro gli Xiongnu, è probabile che l’imperatore si trovasse in quel periodo ad affrontare una minaccia militare concreta. Venne scritta una relazione dettagliata sul viaggio:

Ferghana (Dayuan), Battriana (Daxia) e Partia (Anxi) sono grandi stati, pieni di cose rare, le loro popolazioni abitano in case ben ferme e sono occupate in attività in qualche modo identiche a quelle del popolo cinese, ma hanno eserciti deboli e tengono in gran conto i ricchi prodotti della Cina.

Risulta inoltre che questo non fu l’unico tentativo d’approccio, ma che vennero inviate missioni ogni dieci anni:

Così altre ambascerie vennero inviate verso Anxi, Yancai (Sarmatia), Lijian (Siria Seleucide) e Tianzhu. In genere vennero spedite più di dieci diplomazione all’anno, e nell’ultimo, almeno cinque o sei.

Per un concreto passo avanti nei rapporti diplomatici tra la Dinastia Han e quella che nel frattempo era passata da Repubblica a Impero, occorre aspettare poco più di due secoli. Nell’Hou Hanshu viene narrato che nel 97 d.C. il generale cinese 班超 – Ban Chao fu impegnato in una spedizione militare (alla testa di quasi 70.000 uomini) contro il nemico di sempre, gli Xiongnu, e costretto a spingersi a Occidente, ben oltre Xi’an, addirittura fino al Mar Caspio. Durante le operazioni Ban Chao inviò un messo di nome 甘英 – Gan Yingverso sud-ovest, costeggiando dunque il mare in direzione di quella Siria che da seleucide era passata a romana. Ciò che risulta straordinario agli occhi degli storici è l’esonimo scelto da Ban Chao per definire la meta del viaggio di Gan Ying: 大秦 – Da Qin, che letteralmente significa Grande Cina.

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Zhang Qian saluta l’Imperatore Han Wudi prima di partire in direzione dei territori occidentali

È evidente dunque che, rispetto a due secoli prima (forse grazie ad un fitto scambio di notizie lungo le rotte commerciali) le alte gerarchie cinesi fossero venute a conoscenza dell’esistenza, oltre Anxi e LIjian, di un’ulteriore entità politica dotata di un grande livello di civiltà e cultura; e che tale civiltà meritava d’essere paragonata alla Cina, o addirittura definita come una versione superiore d’essa stessa. Non sappiamo se, nel frattempo, a Roma, si fosse presa altrettanta coscienza del’esistenza della Cina; un aspetto rilevante fu la costante belligeranza tra Romani e Parti (che rese sempre complesso attraversare in via ufficiale la gola del mondo) contrapposta a un misto di curiosità, ammirazione e rispetto sorto tra gli imperi mediorientali e la Dinastia Han. Gan Ying tornò con un resoconto dettagliato sulla Da Qin:

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È un regno vasto, di varie migliaia di “lî” (circa mezzo chilometro), ed è formato da circa 400 città fortificate. Ha assoggettato varie decine di piccoli regni. Le mura delle città sono di pietra. Hanno istituito una rete di stazioni di posta […] ci sono pini e cipressi. Per quanto riguarda il re, non è una figura permanente ma viene scelto tra gli uomini migliori […] La gente è alta e di fattezze regolari. Assomigliano ai Cinesi ed è per questo che questa terra è chiamata “Da Quin” […] il suolo fornisce grandi quantità d’oro, d’argento e rari gioielli, compreso uno che splende di notte […] hanno tessuti con inserti d’oro per formare arazzi e damaschi multicolori e creano vesti d’oro ed una veste lavata nel fuoco (cioè l’asbesto). È da questa terra che arrivano tutti i vari e meravigliosi oggetti degli stati stranieri.

Sempre secondo il racconto, Gan Ying volle approfondire le ricerche arrivando al confine tra Caucaso ed Anatolia, lungo il Mar Nero, ma lì incontrò un gruppo di Parti che l’avvisarono dei pericoli che avrebbe corso se si fosse inoltrato ancor più in territorio romano; dunque fece ritorno verso l’accampamento di Ban Chao. Dando per scontato che tale relazione sia basata sul vero (ma vista l’origine, cioè cinese, non ci sarebbe alcun motivo per dubitarne), ancora una volta emerge la figura degli imperi mediorientali come ostacolo e barriera, più che come raccordo tra Occidente ed Oriente; non è difficile pensare che i Parti non avessero neanche lontanamente il minimo interesse a far incontrare Cesari e Han e a ritrovarsi quindi schiacciati in una morsa letale, nel caso in cui l’incontro avesse avuto esito positivo. Non va neanche sottovalutato l’aspetto economico: a nessuno sarebbe convenuto un Impero partico, nel bel mezzo della Via della Seta, capace di fare il bello e il cattivo tempo con la compravendita al rialzo di merci e beni preziosi.

I resti di una torre di guarda della dinastia Han a Dunhuang sulla Via della Seta

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Passata una ventina d’anni torna prepotentemente protagonista Traiano. Siamo nel 117 d.C. e l’Impero romano è all’apice della sua potenza: i suoi confini vanno dal Vallo d’Adriano in Caledonia a nord, al Saharaa sud, dal capo di Finisterre ad ovest, in Galizia, ai confini con la Partia ad est, nell’odierno territorio siriano. È nell’interesse dell’Imperatore dare una prova di forza tentando un attacco lampo, dopo aver trovato il solito casus belli per iniziare le ostilità. Militarmente, i Parti furono la nemesi dei Romani: arcieri a cavallo, ben corazzati, ben consci delle asperità del deserto e soprattutto dotati di una mobilità e di una duttilità fuori dal comune. Nei comandanti romani è ancor vivo il ricordo di Carre, dove le invincibililegioni romane (abituate a combattere in campo aperto contro eserciti appiedati e soprattutto a muoversi in formazione) erano state attirate verso il deserto e lì circondate e dissolte, in una lunga agonia, da nugoli di frecce scoccate dagli instancabili cavallerizzi partici.

Questa volta, però, non c’è tempo per i Parti per organizzarsi: i Romani penetrano velocemente in Mesopotamia e puntano la capitale Tisifun (Ctesifonte), assediandola e prendendola in poco tempo. Sembra, e difatti è, una grande vittoria; in realtà i Romani, accerchiati su migliaia di chilometri di confine, rinunceranno molti anni dopo alla Mesopotamia, stringendo prima un trattato di pace e susseguentemente un accordo di non belligeranza con i Parti, tornando sui propri passi verso Siria e Anatolia. La vera vittoria sarebbe stata un’altra, e non solo militare, ma anche culturale ed economica (e di portata globale ed epocale). Traiano infatti non è a conoscenza del fatto che, a pochi giorni di marcia da Ctesifonte, verso est, sono disseminate decine di avamposti cinesi, eredità della precedente spedizione di Ban Chao e frutto degli accordi stretti vent’anni prima in cambio di una rinuncia a procedere verso la Da Qin da parte di Gan Ying.

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Un Catafratto partico mentre combatte contro un leone

Prima di procedere ulteriormente nell’analisi dei benefici che una alleanza avrebbe portato a entrambe le civiltà, bisogna specificare che una tale occasione non si ripeterà mai più. La presenza romana in Medio Oriente si affievolirà inesorabilmente dopo il 117 d.C. dal punto di vista politico e militare, lasciando il posto nei secoli successivi a tetrarchie, vassalli e governi fantoccio. L’area verrà in parte ereditata dall’Impero Romano d’Oriente, che per secoli lotterà con un prepotente ritorno dei Sasanidi per la supremazia sulla Via della Seta; quando poi inizierà il declino dei Bizantini, i Selgiuchidi (formando l’Impero Ottomano) chiuderanno definitivamente il varco per l’Oriente, la gola del mondo, almeno via terra.

In realtà Roma sfiorò la Cina già nel 166 d.C, cinquant’anni dopo l’occasione mancata da Traiano: dall’imperatore cinese Huan giunse un’ambasciata guidata da un certo Antun (secondo le fonti cinesi) da Da Qin, che dagli storici venne prima identificato con Antonino Pio, e in un secondo momento con Marco Aurelio Antonino, mercante originario di Palmira. È ragionevole pensare che si trattasse di una spedizione a opera di un mercante, quindi di un privato, visto che non venne registrata negli annali romani. Probabilmente (una volta chiusa la via attraverso la Partia) per le spedizioni verso l’Oriente si decise di prendere il mare, partendo dall’Egitto, e, una volta attraversato l’Oceano Indiano, di circumnavigare la penisola dell’Indocina e poi risalire, anticipando i Portoghesi del XV secolo di parecchie centinaia di anni. Visto che la Geografia di Tolomeo è datata al 150 d.C. e che questa contiene informazioni dettagliate sul sud-est asiatico, soprattutto su una penisola definita d’oro (in latino Aurea Chersonesus), ovvero l’Indocina, e sul tratto di mare compreso tra Cina, Taiwan e Giappone (chiamato Magnus Sinus), è possibile che per quell’epoca gli occidentali conoscessero già parecchio bene l’intera area geografica.

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Dettaglio dell’Est e del Sud-est asiatico nel planisfero di Tolomeo. Golfo del Gange (Golfo del Bengala) a sinistra; penisola asiatica del Sud-Est nel centro; Mar Cinese meridionale a destra, con la “Sinae” (Cina)

Altri tributi giunsero in Cina nel III secolo, quando Roma visse uno dei momenti più critici della sua storia e la dinastia Han crollò su se stessa dando vita ai tre regni di Wu, Shei e Wei: uno tra il 227 e il 239, presso il re di Wei, 曹叡 – Cao Rui, e che consistette in oggetti di vetro di varia tipologia, il che porta a pensare che, se a Occidente veniva ignorata l’origine della seta, in Cina accadeva lo stesso con la lavorazione del vetro; un altro nel 284, ed attribuito a Marco Aurelio Caro. Probabile che sia stato proprio lui a spedire quest’ambasceria, visto che il suo pur flebile regno (282-284) fu contraddistinto da una ripresa delle ostilità con i nuovi padroni del Medio Oriente, i risorti Persiani Sasanidi. Dopo queste date non si ha più notizia, negli annali storici, di altre ambascerie, almeno per quanto riguarda la fase classica dell’Impero Romano (fino al 476 d.C.). Sussistettero sicuramente rapporti diplomatici tra Bizantini e Cina, ma solo a livello commerciale: inutile dire che i Turchi furono un grosso ostacolo e costrinsero i traffici a modificare le loro rotte spostandosi verso nord, sulla direttrice Costantinopoli – Mar Nero – Armenia – Mar Caspio – Xi’an. Ma le chance di un incontro politico proficuo, che visto lo scenario storico può essere sintetizzato nell’espressione occasione di Traiano, andò in fumo: ingiusto incolpare l’imperatore, che altro non fu che vittima degli innumerevoli stratagemmi messi in atto dai regni mesopotamici per scongiurare un incontro ufficiale da evitare in ogni modo possibile. Molti studiosi moderni sono d’accordo, infatti, nel sostenere che la pace lampo firmata dopo la caduta di Ctesifonte avesse lo scopo di scongiurare un’ulteriore avanzata dei Romani verso Est.

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Anche nel caso remoto di un incontro infelice sfociato in ostilità è difficile pensare a una guerra tra Roma e Cina, a meno che non si ritenga realistico sostenere e finanziare una guerra nel II secolo nella quale i due eserciti belligeranti devono, ancor prima di incontrarsi, essere stipendiati e foraggiati per 3600 chilometri ed attraversare mari, deserti e catene montuose nel quadrante geografico più secco del mondo dopo il Sahara. Se Traiano avesse insistito a colpire il corpo inerme dello stato partico, non soltanto avrebbe definitivamente eliminato una frontiera ritenuta costantemente pericolosa e bisognosa di uomini e risorse da spostare da altri frangenti del limes, ma avrebbe aperto un varco verso Oriente e le sue merci preziose, eliminando un grande interlocutore dal giro d’affari della Via della Seta e probabilmente portando a Roma un bottino tale da far impallidire quello portato dalla Gallia da Cesare; e se invece un incontro ad est del Tigri e dell’Eufrate avesse portato a qualcosa in più di un semplice riconoscimento ufficiale?

Ci si può sbizzarrire a ipotizzare divisioni del continente eurasiatico in zone d’influenza in pieno stile trattato di Tordesillas, o alleanze militari contro minacce comuni come quelle di Unni o, utopicamente, Mongoli e Turchi. O ancora, scambi di tecnologie capaci di anticipare scienza e guerra moderna di svariati secoli. Dal punto di vista culturale, poi, chissà in che modalità stoicismo e confucianesimo (per citare due delle tante correnti filosofiche) avrebbero potuto mischiarsi e dare vita a nuove correnti di pensiero e, chi lo sa, nuove religioni. La consapevolezza dell’esistenza di grandi civiltà oltre a quella del Mediterraneo, e dunque di non essere il centro del mondo, avrebbe accelerato l’affievolimento di differenze culturali e religiose in Europa ed in Cina? Quest’ultima, scongiurato il costante pericolo delle tribù nomadi a nord, avrebbe trovato la forza di colonizzare l’intero Oriente, compresa Corea, Indocina e Giappone? In tutto questo ipotetico scenario, il Medio Oriente Persiano si sarebbe lasciato romanizzare senza opporre resistenza? Che ruolo avrebbe avuto l’India? Domande che restano appannaggio di storici e scrittori di romanzi ucronici.

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Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/storia/via-della-seta-oriente-occidente/

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