Michael Hudson: Vita e Pensiero. Un'Autobiografia

Alle origini della crisi attuale. Intervista al professor Michael Hudson, tradotta e commentata da Piero Pagliani.

Michael Hudson: Vita e Pensiero. Un'Autobiografia
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30 Settembre 2018 - 06.21


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di Piero Pagliani

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Michael Hudson è sicuramente il più innovativo, e a mio avviso il più importante storico economico dell’ultima metà del secolo

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David Graeber, docente di Antropologia alla London School of Economics.

 

Michael Hudson rivela il vero significato di “E rimettici i nostri debiti”. Ha molto più a che fare con la scacciata dei prestatori dal tempio di quanto i prestatori di oggi vorrebbero farvi sapere.

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Steve Keen, preside della School of Economics, Politics, and History alla Kingston University.

 

Michael Hudson è il miglior economista del mondo … I miei lettori spesso mi chiedono come possono imparare l’economia. La mia risposta è quella di passare molte ore sui libri di Hudson. La imparerete meglio di ogni premio Nobel dell’Economia

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Paul Craig Roberts, sottosegretario al Tesoro dell’Amministrazione Reagan.

 

Nota introduttiva di Piero Pagliani

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Michael Hudson è un nome pressoché sconosciuto in Italia. Non c’è da meravigliarsi ma è anche un grande peccato (nel senso letterale). Anni fa lessi il draft del suo primo libro Super Imperialism (niente a che vedere con l’ultraimperialismo teorizzato da Kautsky), mai tradotto da noi. Fu una lettura folgorante. Questo libro nasceva da una riflessione sugli inizi dell’attuale crisi (col Nixon Shock del 1971, non con la crisi dei subprimes!) basata su quanto aveva visto come consulente di grandi banche di Wall Street, di società petrolifere e del governo degli Stati Uniti e del Canada.

Michael Hudson non è, come si vede, un economista da accademia (pur essendo da anni un accademico), ma da campo di battaglia. Nelle sue analisi i fatti non derivano dai concetti (come usualmente si fa tra gli accademici col lauro in testa, e nell’intervista ciò verrà causticamente ripetuto più volte), ma i concetti derivano dai fatti. Sembra di udire l’eco delle parole di Marx quando sottolineava, molto arrabbiato col professor Wagner, che per lui “merce” non era affatto un concetto da dividere in quattro, ma il nucleo materiale della società capitalistica.

D’altra parte Michel Hudson rivendica stretti legami con il pensiero di Marx.

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Questo porta a dover dire un paio di cose sulla scienza.

Come sottolineava Max Weber, il primo compito di ogni teoria scientifica è quello di essere superata. Sembra ovvio, ad esempio guardando la storia della Fisica. Ma persino nella scienza esatta per antonomasia, cioè la Matematica, cose che parevano stabilite per sempre sono state messe in discussione (ad esempio il fatto che la geometria potesse essere solo euclidea o il fatto che ci potesse essere solo un infinito, tutte cose che sembravano ovvie e intuitive).

Invece oggi ci dicono che l’Economia è quella e solo quella. Quelli sono gli assiomi e quelle sono le deduzioni ammesse (con buona pace di Adam Smith che riteneva l’Economia un ramo della Filosofia Morale). Ma le certezze di questa “scienza economica” (l’unica che viene insegnata nelle università da quando imperversa il neo-liberismo), queste certezze da Michael Hudson sono smontate metodicamente, con la semplice opposizione di “fatti testardi”. Non fatti isolati, ma collegati in una storia, dove il collante concettuale ordinatore ovviamente interviene. Per Hudson l’economia è essenzialmente storia dell’economia.

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Attenzione, qui non si vuole sostenere la semplice ovvietà che l’economia ha una sua storia, ma che l’economia è storia. È un fluire:

“[…] l’economia è innanzitutto una storia […]. Pensare di fissare, anche temporaneamente, lo “spazio delle fasi” o dei possibili economici, necessario a scrivere le equazioni di una dinamica, è un errore concettuale, arricchito da semplificazioni o riduzioni delle dimensioni del problema assolutamente arbitrarie. O meglio, entrambe hanno motivazioni politiche che si mascherano dietro una presunta oggettività matematica.” (G. Longo, Complessità, scienza e democrazia. Intervista a cura di P. Bartolini. Megachip, maggio 2016).

Analogamente, per il grande economista franco-egiziano Samir Amin, recentemente scomparso, non esisteva un concetto di “capitalismo” al di fuori della storia del capitalismo.

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Per questo le analisi di Michael Hudson sono importanti per capire l’oggi, così come lo sono quelle del compianto Giovanni Arrighi, altro autore completamente ignorato in Italia. Recentemente un bocconiano ha sostenuto con me che Arrighi si era occupato, teorizzando belle utopie, di welfare. Provate a leggere Il lungo XX secolo, il suo testo più importante, e ditemi dove sta il welfare e soprattutto dove stanno le “belle utopie” visto che il futuro di cui parla ha tinte decisamente fosche. Veramente l’accademia travisa così uno dei pochi economisti che nel bel mezzo della sbornia globalista e dot-com degli anni Novanta aveva previsto crisi, guerre e fratture del mercato mondiale? In realtà c’è poco da stupirsi se si considera il credito goduto in Italia da specialisti che quando fallì la Lehman Brothers scrissero nero su bianco su un importante quotidiano che non si trattava che di una crisi localizzata, in sostanza dovuta al fatto che l’americano medio non sapeva calcolare il montante quando accendeva un mutuo.

Io so poco di economia, ma guardando con un po’ d’attenzione ciò che stava succedendo e ammaestrato dalle grandi indagini transdisciplinari di Giovanni Arrighi, Fernand Braudel, Samir Amin, Karl Polanyi e, per l’appunto, Michael Hudson (oltre che dal secondo e terzo libro del Capitale di Marx), scrissi subito che secondo me sarebbe stata una crisi globale di durata ultra decennale. Una tesi condivisa, con diverse sfumature, solo da pochissimi osservatori (alcuni molto più titolati di me) e che girò in cerchie ristrette, ignorata dal mainstream, che preferiva quella ottimistica della “crisi a V” e poi, visto che andava per le lunghe, “a doppia V”.  Magari adesso pensano a una U molto larga, chissà!

Sono comunque convinto che alcuni gruppi di élite di economisti imperiali sapevano benissimo (e sanno benissimo) cosa stava (e sta) succedendo, ma rispettavano la consegna del silenzio e dato che erano (e sono) esperti al servizio di specifici centri di potere, non avevano (e non hanno) soluzioni se non quella di cavalcare la crisi replicando sempre più in grande le stesse mosse, cosa che dall’esterno è legittimamente vista come l’opera di un deficiente, perché come diceva Albert Einstein, ripetere sempre le stesse cose e attendersi risultati diversi è da dementi. Sicuramente l’orizzonte concettuale a disposizione di molti quadri intellettuali intermedi (gli attuali clerici o scribi delle élite) è demente od opportunisticamente demente, ma insistere come fa la sinistra sulla categoria di “errore”, è ciò stesso una cantonata, perché per l’élite quello che noi chiamiamo “errore” è situato innanzitutto in un orizzonte non concettuale ma di potere.

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Riguardo al rapporto fatti-storia-concetti, in uno scambio di idee ho chiesto a Michael Hudson che rapporto c’era tra il deficit statunitense negli anni Sessanta (guerra del Vietnam), che nelle sue analisi era tutto causato dalle spese militari, e il Dilemma di Triffin (che dimostra logicamente che una moneta nazionale non può reggere nel tempo il ruolo di valuta di scambio e di riserva internazionale). La risposta che mi ha dato è stata netta: “Il deficit militare è venuto prima. Triffin faceva solo una battuta (quip) senza spiegare come lavora concretamente il sistema”.

Forse anche questa risposta è   una battuta. Ma la dice lunga su questo geniale e irriverente studioso.

 

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L’intervista al professor Michael Hudson che ho qui tradotto col suo gentile consenso, è stata condotta all’Università di Pechino per la Second World Conference del 7 maggio 2018. L’intervista è stata concessa a Lau Kin Chi della Global University for Sustainability.

Ringrazio Patrick Boylan (US Citizens for Peace & Justice e Comitato No-War) per la revisione di alcune parti specifiche della traduzione (i cui eventuali errori rimangono comunque di mia responsabilità). Pur avendo integrato alcune ellissi o troncature, ho cercato di mantenere il più possibile il tono discorsivo, quasi un flusso di coscienza, dell’intervista.

 

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Leggi o scarica l’intervista a Michael Hudson

 

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