Alzare lo sguardo, dire-la-verità

Intervista al filosofo Luigi Vero Tarca. [Paolo Bartolini]

Luigi Vero Tarca

Luigi Vero Tarca

Redazione 1 maggio 2018megachip.info

(a cura) di Paolo Bartolini


Megachip e il curatore dell'intervista, Paolo Bartolini, ringraziano il filosofo Luigi Vero Tarca per la generosità con la quale ha deciso di affrontare questa intervista. Ne è venuto fuori un piccolo saggio, impegnativo e illuminante. Lo offriamo ai nostri lettori convinti che, in tempi bui come quello presente, sia indispensabile rischiare l'azzardo dell'intelligenza.


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L'intervista è ampia e strutturata. Segue, al termine della pagina, il link alla versione completa. I temi trattati, che qui proponiamo in forma di parole chiave, sono molteplici: la filosofia come modo di vivere, la verità, la differenza, la politica "positiva", la democrazia, i diritti umani, la natura dei cosiddetti organismi metantropici (eserciti, multinazionali, stati, istituzioni finanziarie...), ecc. Tutti questi argomenti vengono trattati da Tarca a partire da una originale filosofia della differenza.


 


Domanda n. 1)


Di recente è uscito un libro, “Verità e negazione. Variazioni di pensiero” (Cafoscarina, Venezia 2016), che raccoglie numerosi saggi da Lei scritti negli ultimi dodici anni e ci offre una panoramica assai istruttiva sugli esiti di un pensiero che, con caparbia generosità, si confronta da sempre con concetti filosofici quali la “differenza”, il “positivo” e il “negativo”. Partiamo da qui: in che senso la ricerca di un nuovo modo di porsi verso il negativo rappresenterebbe il compito principale della filosofia a venire?


Grazie, caro Bartolini, per le domande, molto meditate e appropriate. Dimostrano che Lei prende sul serio la mia filosofia, ed essere presi sul serio in generale aiuta chi pensa a sentirsi un po’ meno solo. I Suoi interrogativi sono ricchi e anche complessi, così suddividerò ciascuna delle risposte in alcuni punti, che indicherò con le lettere alfabetiche maiuscole. Riprenderò anche, nel corpo delle risposte, alcune parti delle sue domande, in modo che risulti chiaro a quale questione specifica mi sto riferendo in quella parte della risposta.


 


A) Premessa.


Lei parla di “un nuovo modo di porsi verso il negativo”, e poi di “filosofia a venire”. Tutto questo naturalmente è sensato e pertinente, tuttavia partire da qui significherebbe conferire alla dimensione temporale e storica (“nuovo”, “a venire”) una sorta di primato, di privilegio; tale dimensione verrebbe così a fungere da orizzonte il cui significato risulterebbe presupposto rispetto alla dimensione veritativa del mio discorso, pregiudicandone in tal modo la comprensione. Se quello che io dico viene inteso come la risposta a un compito storico-antropologico-politico assegnato pregiudizialmente, cioè senza fare i conti con la verità del tempo e della storia, allora il senso del mio discorso resta originariamente piegato in una certa direzione, per esempio di tipo pratico (attivo) e temporale, la quale in realtà costituisce essa stessa un enorme problema. In effetti, dal punto di vista filosofico-veritativo anche il significato di queste parole (pratica, attività, temporalità) può essere adeguatamente compreso solo alla luce della verità quale essa emerge dal discorso filosofico complessivo. Così inizierei presentando, nella maniera più sintetica possibile, il mio pensiero filosofico. Naturalmente nel fare questo mi affido alla benevola intelligenza del lettore, perché da un lato verrà richiesto un grande sforzo di attenzione, e ciò nonostante, dall’altro lato, quello che dirò risulterà al massimo una serie di illustrazioni dei titoli di una trattazione, ciascuno dei quali meriterebbe per sé almeno un volume (o un’enciclopedia…).


 


B) La mia prospettiva filosofica.


B1) Il positivo e la trappola del negativo.


Peraltro, nel presentare la mia filosofia posso senz’altro prendere le mosse da quello che Lei dice quando parla di un nuovo atteggiamento nei confronti del negativo. Potrei dire infatti che il punto centrale è precisamente la posizione del positivo rispetto al negativo. Del resto, la differenza tra il positivo e il negativo coinvolge tutto il nostro sapere e tutta la nostra esistenza: vita/morte, salute/malattia, amore/odio, pace/guerra, e così via.


Preciso però subito, per evitare un equivoco fondamentale, che la mia posizione andrebbe propriamente definita come quella che dice il positivo. Intendo per positivo ciò che caratterizza la relazione per la quale entrambi i poli che la costituiscono si pongono (e quindi si confermano) a vicenda nel loro essere ciò che sono. In questo senso il positivo, consistendo nel reciproco gradimento da parte dei due differenti poli, è essenzialmente piacere, ovvero ciò che implica la propria ri-pro-posizione (cioè la ri-chiesta della propria ri-petizione, la quale costituisce un momento essenziale del piacere). In quanto dice il positivo, la filosofia rappresenta il positivo formale, e quindi il tutto del positivo, che è anche il tutto in quanto positivo; sicché il suo dire si costituisce originariamente come un dire l’assoluto, ovvero il tutto-positivo: ciò per cui ogni/qualsiasi essente è positivo. Ogni ente è positivo giacché il tutto, essendo ciò che è ogni cosa e che ogni cosa è, si presenta appunto come ciò che (si) com-pone (di) ogni cosa ed è com‑posto di/da ogni cosa. Arrivati a questo punto, per enfatizzare l’aspetto positivo del discorso che propongo, potrei dire: punto e a capo.


Tuttavia un aspetto particolarmente significativo della nostra esperienza, che comprende naturalmente il nostro viverci come esseri umani e come mortali, è il rapporto con il negativo (dis-piacere, dolore, morte). Questione non solo fondamentale, ma anche ineludibile, dal momento che il negativo si presenta come l’innegabile, giacché persino la sua negazione lo conferma (appunto perché la negazione, in quanto rende negativo ciò a cui si riferisce, genera negativo, come si vedrà meglio più avanti).


La figura dell’innegabile svolge un ruolo peculiare in relazione al positivo perché nomina ciò che, in quanto non negabile (in‑negabile), a maggior ragione non è negato; quindi non patisce le offese portate dalla negazione ed è per questo salvo rispetto al negativo. In tal modo l’in-negabile si pone come il perfetto positivo: è positivo in quanto viene posto, ed è perfetto in quanto, non essendo negativo, è libero rispetto alla negatività propria del negativo. Da questo punto di vista, il compito della filosofia pare essere quello di dire l’innegabile come realizzazione del perfetto positivo. In effetti, la nostra tradizione filosofica ha inseguito con forza questa meta, alla quale ha dato, prevalentemente, il nome di “verità”. La verità è, appunto, l’innegabile, e tutto ciò che ha inteso presentarsi come il perfetto positivo non ha potuto sottrarsi all’obbligo di soddisfare i requisiti posti dalla verità innegabile.


Ma c’è un problema, quello che la mia filosofia evidenzia in maniera particolare e che appunto per questo è in parte già emerso. In quanto negativo è ciò che si determina mediante la negazione, accade che il non negativo, proprio per via di questo “non”, viene a determinarsi mediante la negazione, e quindi ad essere a sua volta negativo. Questo è espresso da un mio ‘mantra’, che recita: “Il negativo del negativo è negativo”. Accade così che quello che doveva essere il perfetto positivo (l’in-negabile) venga a coincidere con il negativo. Perché ciò che si determina mediante la negazione si determina come negazione (almeno in qualche senso), e ciò che si determina come negazione si configura come negativo, in quanto risulta negato (dal momento che la negazione è una relazione reciproca tale che chi nega qualcosa resta a sua volta automaticamente negato dalla cosa che esso nega). Insomma, l’in-negabile, che dovrebbe essere il perfetto positivo, si presenta in realtà come negativo, per via di quella negazione (in-) che lo rende tale. Anzi, esso si presenta addirittura come il negativo insuperabile, dal momento che persino la sua negazione lo conferma, essendo necessariamente anch’essa, appunto in quanto negazione, un negativo.


Questo risultato paradossale e tragico è confermato dall’esito, che possiamo chiamare nichilistico, al quale perviene la ricerca della verità innegabile. Chiediamoci, infatti, che cosa possa esserci di davvero innegabile. La risposta decisiva che si trova nel pensiero filosofico è quella, che abbiamo già introdotto, la quale considera innegabile ciò che viene confermato persino dalla propria negazione. (Questa è la fondazione chiamata “elenctica” perché si fonda sul procedimento al quale dai Greci è stato dato il nome di elenchos: confutazione). Ci accorgiamo allora che la realtà che pare godere immediatamente di questa proprietà è proprio la negazione, per il semplice motivo che “la negazione della negazione è una negazione” (per dirla con lo slogan che io uso e che è evidentemente una variazione del ‘mantra’ sopra presentato).


Sembra così che si possa tranquillamente affermare che innegabile è la negazione; e quindi concludere pure che la negazione è universale, ed è dunque la verità. Ma se la negazione è universale, allora (dato che ciò che si determina mediante la negazione è negativo), in-negabile e universale viene ad essere il negativo, sicché si deve concludere che “Tutto è negativo”. Tutto è negativo; perché anche il non negativo è evidentemente negativo (per via di quel “non”), e anche ciò che si volesse ipotizzare come differente dal negativo (altro da esso) sarebbe, in quanto non negativo, da capo negativo. La ricerca del perfetto positivo ci conduce in tal modo, in una maniera che pare assolutamente necessaria e inevitabile, a riconoscere che tutto è negativo. A questa circostanza io do il nome di “trappola del negativo”, perché qualsiasi tentativo di sfuggire al negativo finisce per riprodurlo e quindi in qualche misura per rafforzarlo.


Questo esito può essere compendiato nella seguente formula: “Il positivo, in quanto è non negativo, è negativo”, la quale esprime quello che io chiamo il rovesciamento del positivo in negativo. L’apparente ineludibilità di tale rovesciamento si palesa nel fatto che esso si presenta come verità innegabile, la quale può essere espressa da questa formula: “La verità in-negabile è che la verità si determina mediante la negazione”. Questa affermazione appare innegabile appunto perché persino chi volesse, con qualche verità, negarla, con ciò stesso la confermerebbe. A questo problema, in particolare, siamo tenuti a dare una risposta tutti noi contemporanei quando proclamiamo con assoluta sicurezza quello che siamo stati ammaestrati a dire, ovvero che non vi è alcuna verità innegabile.


 


B2) La liberazione dalla trappola.


La soluzione di questo problema – o, se vogliamo, la liberazione da questa trappola – è resa possibile da quell’aspetto della negazione per il quale essa stessa conferma ciò che pure nega; sicché il negato, appunto in quanto resta confermato persino dalla propria negazione nel suo essere ciò che è, risulta proprio per questo salvo/libero rispetto al negativo. Si tratta pertanto di un aspetto della negazione diverso da quello nocivo. Possiamo dunque chiamare positivo questo rapporto con la negazione (con il negativo) che fa sì che persino il negato risulti, e proprio mediante questa negazione, salvo/libero rispetto al negativo. Il “nuovo” atteggiamento nei confronti del negativo consiste dunque nel rapporto positivo con il negativo, positivo in quanto riconosce il suo (del negativo) confermare ciò che pure nega, e quindi scorge la proprietà del negato di essere salvo rispetto al negativo.


Vi è insomma un modo di determinarsi mediante la negazione per il quale anche il negato resta confermato nel suo essere ciò che è (resta dunque ri-pro-posto) e si presenta quindi come un positivo piuttosto che come un negativo. In tale rapporto ciò che viene negato risulta sì determinato dalla negazione, ma resta pure confermato nel suo essere ciò che è. In relazione a tale aspetto della negazione, anche il positivo si determina mediante il negativo, ma restando ciò che è, ovvero positivo. Possiamo chiamare vero essere l’essere in quanto resta confermato anche dalla propria negazione, e quindi vero positivo il positivo in quanto resta confermato (come positivo) anche dalla propria negazione (dal negativo).


Ora, un positivo – intendendo con l’espressione “un positivo” ciò che ha la proprietà di essere positivo in quanto si congiunge con il positivo in sé (che quindi indicherò con la parola “Positivo” scritta con l’iniziale maiuscola) – nella misura in cui si congiunge con il negativo risulta nello stesso tempo negativo e positivo (ovvero contraddittorio). Ma in questa relazione il positivo (inteso sia come “un positivo” sia come “Positivo”) si differenzia dal negativo in una maniera diversa da quella che rende negativi i due differenti (in quanto l’uno non è l’altro). Chiamo dunque “pura differenza” questa differenza per la quale il positivo si distingue dal negativo in toto (che indicherò come Negativo), compreso dunque anche quel particolare negativo che è il non-negativo e, in generale, tutto ciò che in qualsiasi modo si determina negativamente mediante la negazione.


Si badi che questa soluzione richiede che si riconoscano delle distinzioni interne alla negazione. Per esempio, e in particolare, bisogna distinguere la negazione in quanto nociva, cioè in quanto rende negativo ciò che mediante essa si determina, dalla negazione in quanto conferma positivamente ciò che pure determina. Io chiamo “necazione” (termine che deriva dal latino nex, necis = morte violenta, uccisione, assassinio, strage, e che è alla radice tanto di “negazione” quanto di “nocivo”) quel primo aspetto della negazione che rende negativo il negato; mentre chiamo “pura differenza” quell’altro aspetto della negazione per il quale questa differenzia i poli che mette in relazione ma in maniera positiva, cioè istituendoli-confermandoli nel loro essere ciò che sono. Ora, un punto decisivo è il fatto che tali distinzioni richiedono un modo di differenziare diverso da quello che consiste in una negazione. Perché, nella misura in cui la differenza in quanto tale consiste in una negazione, anche le differenze tra i vari tipi di negazione riproducono una situazione che richiede una nuova distinzione, e così via all’infinito. Il problema è che, se l’unico modo che abbiamo per operare le differenze è quello di effettuare delle negazioni (e se l’unico strumento che abbiamo per introdurre differenze è la negazione), allora cadiamo in un regresso all’infinito, e quindi il problema risulta irrisolvibile. Anche su questo versante resta dunque ribadito che la soluzione del problema richiede un modo di operare le differenze che sia peculiare, cioè puro (la pura differenza, appunto).


Particolarmente interessante, poi, è osservare come tutto questo risulti giustificato mediante lo stesso procedimento elenctico, quindi in maniera innegabile; o meglio, come adesso preciserò, assoluta. Perché – ecco una circostanza sulla quale la mia filosofia richiama con forza l’attenzione – essendo la verità, in quanto innegabile, definita dal fatto che persino la sua negazione la conferma, accade che la verità, se è negativa, nega qualcosa (la non-verità, appunto) che la conferma, ma dunque in qualche modo nega se stessa. Questo significa che – in veritàogni negazione è una contraddizione (che in latino suona: omnis negatio est contradictio).


Una conseguenza particolarmente rilevante della prospettiva per la quale ogni negazione è una contraddizione consiste in quello cui ho dato il nome di onnialetismo: “tutte le vere proposizioni sono proposizioni vere”. Ciò vuol dire che in ogni proposizione è presente un aspetto di verità, il quale va distinto dall’eventuale aspetto per il quale la stessa proposizione si presenta come falsa. Qui l’onnialetismo può venire motivato nel modo seguente. Ogni proposizione implica l’affermazione della propria verità; ma dunque – dato che ogni negazione è una contraddizione – la negazione di tale autoaffermazione implicita in qualsiasi proposizione è una contraddizione. In questo senso – nel senso appunto che la sua negazione è una contraddizione – si deve affermare che ogni proposizione è vera.


Non solo, ma sempre da questa stessa circostanza emerge pure che è la verità innegabile stessa a porre ciò che è assolutamente salvo rispetto al negativo. Il ragionamento, alquanto sinteticamente, è il seguente. Per un certo verso il contenuto della verità (innegabile/elenctica) deve coincidere con quello della non-verità. Perché, se tra le due vi fosse anche solo una minima differenza di contenuto, accadrebbe che vi sarebbe una parte della verità che non risulterebbe confermata dalla propria negazione e per ciò perderebbe il carattere dell’innegabilità. Per questo verso la verità innegabile pare essere la contraddizione suprema, perché si mostra coincidente con la non-verità. La distinzione tra le due – verità e non-verità – è dunque possibile solo a condizione che l’unica differenza sia precisamente quel “non”, cioè la negazione. Ma soprattutto è necessario che tale differenza sia di per sé idonea a giustificare la (a rendere ragione della) preferibilità della verità rispetto alla sua negazione; perché altrimenti bisognerebbe trovare una giustificazione della stessa giustificazione ultima (quella elenctica), la quale però in tal modo cesserebbe di essere tale, in quanto risulterebbe fondata su qualcosa di ancora più fondamentale. In effetti, la negazione, in quanto è ciò che rende negativo ciò a cui si riferisce e quindi produce negativo, è di per sé peggiore della posizione, la quale è, viceversa, ciò che genera positivo. Laddove il positivo e il negativo sono qui da intendersi appunto come ciò che è rispettivamente meglio e peggio l’uno dell’altro. Così, si può dire che per definizione il positivo ha la meglio sul negativo e quest’ultimo ha la peggio sul primo. Insomma, per definizione il positivo ha ragione del negativo. Per comprendere più concretamente questo punto, potremmo dire che il motivo per il quale il positivo è preferibile al negativo è lo stesso per il quale il piacere è preferibile al dolore (dove questi due ultimi termini rappresentano appunto l’incarnazione dei primi due, più formali); sicché, in quanto il rifiuto appartiene al dolore (come spiegherò meglio nella Risposta n. 3, punto A), la posizione è di per sé preferita rispetto alla negazione-rifiuto. È per questo che la non-verità ha la peggio rispetto alla verità, la quale ha la meglio per il semplice fatto di essere libera rispetto a qualsiasi negazione. È libera rispetto alla negazione anche se implica la negazione della propria negazione, perché la negazione della non-verità è opera della stessa non-verità, dal momento che questa ha la forma dell’autonegazione, e si costituisce in tal modo come un suicidio. Ma questo, da capo, è possibile solo se la verità si distingue dalla necazione (ovvero da quella negazione che rende negativo ciò che mediante essa si determina); cioè solo se la verità si presenta come puramente differente dalla negazione, e il positivo come puro positivo.


La necessità della preferibilità del positivo rispetto al negativo è confermata dalla circostanza che la negazione di x porta in sé, automaticamente, il proprio porsi come qualcosa di meglio rispetto al darsi di x, dal momento appunto che questo viene negato. All’interno della verità, dunque, la negazione in quanto tale costituisce una posizione/conferma di ciò che viene negato, il quale si distingue dunque in una dimensione necativa e in una dimensione puramente positiva. Questo, del resto, lo si può evincere dalla semplice constatazione che la negazione di x (non-x) implica una qualche posizione di x.


Riepilogando questo punto, potremmo dire che il negativo implica sempre anche il positivo. Ovvero: se la difficoltà (la trappola) consisteva nel fatto che anche il positivo (in quanto non negativo) è negativo, la soluzione, almeno in un certo senso, è che anche il negativo è, in qualche modo e in qualche senso, positivo. Insomma, la trappola del negativo consiste nel fatto che tutto è negativo, perché anche il non negativo è negativo; ebbene, la via d’uscita consiste nel rilevare che …. anche il negativo è positivo; quindi, ovviamente, positivo è anche quel negativo che è il non negativo. Il negativo è positivo in quanto sta oltre (eccede/trascende) il proprio essere negativo, compreso il negativo in cui consiste il non negativo. Il non-negativo è dunque il nome negativo-contraddittorio del puro/pieno positivo, che è la faccia positiva del negativo.


Da questo punto di vista potremmo dire che tutto ciò è in fondo una conferma di quanto già magistralmente insegnato da Hegel, quando egli diceva che tutta la (sua) filosofia, in fondo, consisteva nella semplicissima proposizione che “il negativo è insieme anche positivo”. Ma la peculiarità del pensiero che propongo è, tanto per ridurre il tutto a una formula ultraschematica, la seguente: per Hegel il negativo implica il positivo (come abbiamo appena detto) ma anche il positivo implica sempre il negativo (L’Essere implica il Nulla, almeno come ciò in cui l’essere è sempre ‘passato’). Sicché potremmo dire che quella di Hegel è la verità del negativo. La verità testimoniata dalla mia filosofia evidenzia piuttosto la circostanza che mentre il negativo implica il positivo, il positivo è salvo e quindi libero rispetto al negativo; ovvero che è solo in relazione al negativo (quindi condizionatamente) che il positivo implica il negativo.


Questo significa che il superamento del negativo è sempre nella forma della possibilità, perché nella misura in cui, come accade in Hegel, assume la forma della necessità (che è l’in-negabile), esso ricade dalla parte del negativo. O, se si preferisce, è sì necessario che la salvezza si dia, ma nel senso che è necessario che la salvezza dal negativo sia possibile; questo, appunto, rende in qualche modo assoluta la salvezza, ma la rende assoluta come possibile. Tuttavia qui anche tale parola (possibile) assume un nuovo significato. Io esprimo tutto questo mediante la formula “Il positivo (la salvezza dal negativo) è sempre possibile”. Dove questo “sempre” vuol dire: da un lato, che in ogni situazione si può conseguire la salvezza; ma, dall’altro lato, che tale salvezza ha in ogni istante la forma della possibilità, ovvero di ciò che si compie-realizza davvero solo mediante il gesto attuale che la porta a compimento; gesto che è ‘soggettivo’ nel senso che è sempre possibile/futuro rispetto all’oggettività data. La verità innegabile è insomma che il puro/perfetto positivo è sempre ‘necessariamente’ nella forma della po(s)sibilità, ovvero di ciò che può-essere-posto (‘posibile’): il perfetto positivo è sempre un’eccedenza/trascendenza rispetto alla necessità del dato e del fatto.


La via d’uscita dalla trappola del negativo, dunque, è quella per la quale il positivo si differenzia dal negativo in toto, quindi anche dal non negativo (il negativo del negativo) come pure da tutto ciò che si presenta come negativo. Essa è pertanto caratterizzata da quella che io chiamo pura differenza, la quale determina appunto quello che nel mio linguaggio è il puro positivo, cioè quell’aspetto del positivo per il quale questo si differenzia dalla totalità del negativo.


 


B3) Conclusioni.


Da questo giro di considerazioni, che alla fine è risultato ampio benché io lo abbia qui ridotto all’essenziale, risulta un esito che in qualche modo rovescia quello iniziale in base al quale pareva che la negazione avesse, dal punto di vista dell’innegabile, un ruolo privilegiato, in quanto pareva figurare addirittura come l’unica realtà sicuramente innegabile (appunto perché confermata persino dalla propria negazione). Prima, insomma sembrava che solo la negazione della negazione confermasse ciò che negava; ora, invece, risulta che ogni negazione risulta in verità essere una contraddizione, appunto in quanto nega ciò che peraltro pone: ogni contenuto negato resta confermato mediante la propria stessa negazione.


Questo risultato teoretico può essere ulteriormente intensificato dalla circostanza che possiamo chiamare il passaggio dallo elenchos negativo allo elenchos positivo. Il primo consiste nel mostrare come la negazione sia innegabile, appunto perché la negazione della negazione è una (conferma della) negazione. Il secondo, viceversa, consiste nel mostrare come anche la nozione del tutto (o dell’Essere, inteso in senso parmenideo) abbia questa peculiare caratteristica, cioè che persino la sua negazione lo conferma. Come il semplice darsi della negazione della negazione conferma (in parte) il negato (e quindi il negativo), allo stesso modo il semplice darsi della negazione dell’Essere conferma (in parte) il darsi dell’Essere, cioè del tutto/qualsiasi ente.
Ma se l’essere è tale che il suo semplice darsi è confermato dalla sua stessa negazione, allora qualsiasi essente, in quanto tale (cioè in quanto Essere), risulta confermato dalla propria negazione, e risulta quindi innegabile nello stesso senso in cui lo è la negazione.


L’elenchos positivo (cioè la giustificazione assolutamente positiva) consiste dunque nell’affermazione che “ogni essente è confermato da ogni essente”, e quindi è, in questo senso, innegabile. Circostanza, questa, confermata a livello quasi immediato-visivo dalla circostanza, già rilevata, che la stessa negazione di x (cioè non-x) implica-presuppone, e quindi conferma, il darsi di x. Anche per questa via risulta dunque confermato l’onnialetismo: ogni affermazione, in quanto affermazione dell’essere, è vera. Lo elenchos positivo (la fondazione filosofica positiva) dice/mostra dunque che la innegabilità della negazione è da considerarsi come un caso particolare della innegabilità ontologica: ogni ente è innegabile (nel senso che viene confermato persino dalla propria negazione), e quindi tale è anche la negazione.


Possiamo dunque dire che il risultato al quale ci conduce la verità innegabile è che la verità assoluta si distingue dalla verità in‑negabile. Il puro/perfetto positivo si distingue da tutto ciò che è negativo, come anche da tutto ciò che passa necessariamente attraverso il negativo. La verità in‑negabile evoca quella dimensione che, distinguendosi in maniera positiva da qualsiasi essente, è totalmente salva rispetto al negativo. In questo modo essa esprime il tutto-positivo in cui consiste l’assoluto. In sintesi, dunque, la verità assoluta (il tutto-positivo, cioè il positivo totalmente salvo rispetto al negativo) si distingue dalla verità in‑negabile; e quindi anche la verità davvero universale si distingue a sua volta dalla verità in-negabile. Quest’ultima nomina in maniera ambigua la negazione, e contiene quindi in qualche modo anche l’elemento necativo, mentre la prima è totalmente, pienamente positiva. La verità assoluta è che ogni essente si com-pone di ogni essente (e per questo ogni essente, e quindi tutto, è positivo); la verità in-negabile è che quindi anche ogni negativo è com-positivo, in quanto confermato dalla stessa negazione.


Ritornando al punto di partenza, potrei dire che la mia filosofia, nel riproporre la innegabile verità della “opposizione del positivo e del negativo” (formula che riprendo dal mio Maestro Emanuele Severino), evidenzia il carattere puramente positivo (anche in senso assiologico e quindi etico-esistenziale) di questa relazione, che appunto per questo io scrivo con la grafia “op‑posizione” appunto per evidenziarvi la presenza del tratto puramente positivo (posizione). Insomma, la filosofia che io pro‑pongo rileva il fatto che il positivo, in quanto non negativo, è negativo, e quindi che esso è davvero positivo (e per ciò salvo rispetto al negativo) nella misura in cui è puramente/perfettamente salvo/libero rispetto alla totalità del negativo, compreso dunque il non negativo e tutto ciò che sia comunque determinato dalla negazione come necativo; quindi salvo/libero anche rispetto a ogni forma di ne-cessità, nella misura in cui questa è intesa, in quanto in-negabilità, come qualcosa di negativo/necativo.


 


C) Passaggio.


La salvezza/liberazione rispetto alla micidiale trappola del negativo consiste dunque nel pensiero capace di elaborare in maniera nuova tutto questo complesso giro di problemi. Una trattazione davvero adeguata di ciò richiederebbe una vita passata insieme a fare filosofia, come già insegnava Platone nella lettera VII; qui però dobbiamo passare ad altre questioni, per cui mi limiterei a introdurre un’altra tematica, importante per il nostro dialogo, che può fungere da elemento di passaggio; una tematica nella quale si mostra quel punto per il quale la verità di cui stiamo parlando fa tutt’uno con quella che siamo soliti chiamare “pratica”.


La verità assoluta, abbiamo detto, è che tutto è positivo (giacché ogni cosa si com-pone di/con ogni cosa, persino con il negativo). Ma questa proposizione è vera solo a condizione che anche il gesto che enuncia tale verità sia a sua volta positivo. L’aspetto originariamente etico e pratico della filosofia risulta qui confermato in pieno anche da questo nuovo punto di vista. Cioè, è proprio l’esigenza della verità assoluta che impone di curare la positività del gesto con il quale si dice la verità, e quindi anche del contesto relazionale-sociale nel quale tale dire accade. Questa osservazione introduce il tema del rapporto tra la verità e la pratica filosofica; cosa che richiederebbe di parlare in generale delle pratiche filosofiche. Qui per ora mi limiterò a dire che il carattere sempre-possibile del vero positivo implica che la verità sia tale solo grazie alla positività del gesto che la testimonia/enuncia e in tal modo la compie. D’altro canto, e anche questo è decisivo, la stessa fondazione teoretico-logica dello elenchos, come si è già rapidamente accennato, riesce davvero solo a condizione di introdurre un elemento etico/valoriale (la differenza tra il negativo-dolore e il positivo-piacere). Per tutto questo, il gesto consistente nel dire la verità richiede essenzialmente il darsi di un contesto nel quale l’assoluta verità si mostri nel suo essere pienamente positiva in quanto si differenzia effettivamente in maniera pura rispetto alla totalità del negativo.


 


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