Ungheria, Europa, 2013

La svolta costituzionale in Ungheria restringe gli spazi di libertà. Un vero e proprio golpe bianco guidato dal partito di Governo Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán.

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8 Maggio 2013 - 16.13


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di Federico Sollazzo,

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da criticaliberale.it

In
Ungheria, Paese in cui vivo da tre anni insegnando presso l’Università
di Szeged, proprio in questi giorni il Parlamento, guidato per due terzi
dall’attuale partito di Governo Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán,
ha approvato una riforma costituzionale che segna, di fatto, un golpe
bianco.

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Si palesano così tutti i limiti di una democrazia ridotta
a mero meccanismo, che nel rispetto formale di tale meccanismo
procedurale può svuotare dall’interno i valori che si condensarono in
quello stesso meccanismo contingente, e che però, contrariamente a
quanto spesso si professa, non devono essere fatti coincidere con quel
meccanismo.

Paradossalmente, questa situazione illiberale è
causata proprio da chi, Viktor Orbán, ha basato tutta la sua ascesa
politica sulla critica all’illiberalità dell’ex regime e sull’apertura
alle libertà occidentali (dopo che in gioventù, ai tempi del regime, fu
dirigente di KISZ, l’associazione dei giovani comunisti, assieme ad
alcuni suoi attuali collaboratori di Governo, lasciandola poco prima del
cambio di regime) proprio quelle che ora sta cancellando. In questa
sede non voglio soffermarmi sulle modiche in sé, dato che sono state già
dettagliatamente riportate da molti media italiani e internazionali, ma
cercare di fornire un piccolo affresco dell’atmosfera che si respira al
momento in Ungheria e fare alcune considerazioni sul ruolo politico che
potrebbe avere la UE e sul valore del cosmopolitismo. Tuttavia, per
avviare il discorso, è certamente opportuno partire da alcune delle
principali “riforme” appena approvate.

Viene, di fatto,
ripristinata la censura. La libertà d’espressione potrà infatti essere
limitata per tutelare “la dignità della Nazione, dello Stato e della
persona” e per evitare i “discorsi di odio”. Ma prima che questa
formulazione finisse nella Carta fondamentale, non si poteva certo
calunniare, diffamare, incitare all’odio e alla violenza, questi
comportamenti erano sanzionati come in tutti i moderni stati di diritto,
quindi perché introdurre questa formulazione, estremamente vaga, nella
Costituzione, se non per censurare chiunque avanzi delle critiche
politiche, con la scusa che offenderebbero la dignità di chi le riceve?
Il ricordo corre a quel Berlusconi che diceva che criticare la (sua)
politica equivaleva a fare un danno all’Italia e alle troppe morti
oscure di giornalisti russi che si sono permessi di criticare Putin.

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La
Corte costituzionale viene privata di qualsiasi potere sostanziale.
Essa non potrà più sollevare obiezioni di sostanza ma solo di forma su
emendamenti alla Costituzione. Inoltre, decadono le decisioni prese
dalla Corte precedentemente al Gennaio 2012, guarda caso, rientrano in
quel periodo le ricusazioni che la Corte fece su leggi liberticide
volute da Orbán su stampa, giustizia, istruzione.

Non tutte le
religioni saranno considerate a pari dignità. E’ stata stilata una sorta
di lista delle religioni degne di essere riconosciute dallo Stato e
quindi praticate con tutta una serie di agevolazioni, fra cui spicca,
come in tutti i neofascismi che si rispettino, quella cattolica; che qui
si fonde al permanere di tradizioni pagane dando vita ad un qualcosa di
assolutamente comico. Stendiamo poi un velo pietoso sulla sorte della
laicità.

Non tutte le persone saranno considerate a pari dignità.
Lo Stato definisce come famiglia soltanto l’unione ufficializzata in
matrimonio di un uomo e una donna con l’intenzione di avere prole.
Nessun altro tipo di unione, i single poi neanche a parlarne, avrà la
stessa dignità della famiglia definita come sopra. Personalmente, ancora
non mi è chiaro cosa succede se gli sposi uniti in nozze ufficiali
dichiarando di avere l’intenzione di avere figli, poi, per qualsiasi
motivo, non ne hanno: decade lo status di famiglia? C’è una deadline
entro la quale la sposa deve consegnare un figlio allo Stato?

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Criminalizzazioni
politiche. Il vecchio partito comunista, attualmente affiliato al
partito socialista europeo, è ora definito come “associazione
criminale”, sono quindi di fatto possibili processi politici.

Oltre
a queste misure, che sono quelle principali, già riportate da molta
stampa internazionale, c’è poi tutta una serie di sottomisure, non meno
tragiche. Ad esempio, il controllo dell’attività delle scuole è passato a
un ente statale di recente creazione (chiamato Centro Klebelsberg, in
onore di Kuno Klebelsberg, intellettuale ungherese e Ministro
dell’Istruzione a cavallo fra Otto e Novecento, anche se la nipote si è
affrettata a dire che disapprova l’uso del nome per questo tipo di
Centro), che si è presentato con questo biglietto da visita: ha
sottratto computers e mobilia alle scuole portandoli nelle proprie sedi;
ha tagliato i fondi alle scuole al punto che non è stato più possibile
acquistare neanche del semplice gesso, problema al quale il
Sottosegretario all’Istruzione, Rózsa Hoffmann, ha detto che devono far
fronte gli insegnanti, acquistandolo di tasca propria (come purtroppo
infatti sta avvenendo) poiché per loro insegnare è una missione (al che è
lecito aspettarsi che il materiale da cancelleria nel suo ufficio di
Sottosegretario lo porti lei stessa), mi ricorda una che disse “se non
hanno pane, che mangino brioches”; ha ritardato di tre mesi il pagamento
dello stipendio agli insegnanti precari. Inoltre, gli studenti
universitari che beneficiano di una Borsa di studio statale, nei dieci
anni successivi alla Laurea sono obbligati a lavorare in patria almeno
lo stesso numero di anni per i quali beneficiarono della Borsa; oltre ad
essere una limitazione della mobilità internazionale, è un’assurdità
sia pratica che concettuale: praticamente, perché al momento in Ungheria
di lavoro ce n’è poco, non bello e mal pagato, quindi se a un brillante
neolaureato arrivasse una bella offerta dall’estero sarebbe costretto a
rinunciare per restare in patria a fare chissà che, uno spreco di
risorse sia per lui, che per l’Ungheria (che potrebbe almeno beneficiare
del ritorno d’immagine dato dall’esportazione dei propri talenti) che
per la società tutta (dato che chi potrebbe andare, ad esempio, a fare
ricerca in qualche alto istituto si ritrova invece, nel migliore dei
casi, a guidare il tram), per non parlare delle difficoltà di chi dopo
la Laurea volesse proseguire gli Studi con un Dottorato all’estero;
concettualmente, perché stare in un certo territorio dovrebbe essere un
desiderio e un privilegio e non una condanna, lo Stato dovrebbe quindi
lavorare per invogliare le persone a rimanere, e magari a immigrare,
creando delle soddisfacenti condizioni di vita e non per ingabbiarle,
per altro in una gabbia assai scarna.

Ed ancora, le previsioni
del tempo saranno statalizzate: solo il centro meteorologico dello Stato
potrà diramare le previsioni del tempo complete, altri centri potranno
diramarle solo parzialmente e solo dopo essere state approvati dal
centro statale; confesso che il senso di questa misura mi sfugge: forse
così potranno dire che piove quando c’è una manifestazione
dell’opposizione e che c’è il sole a mezzanotte quando c’è una
manifestazione del Governo. Ed è anche vietato essere un senzatetto: chi
vive negli spazi pubblici deve essere multato o, poiché di norma è un
nullatenente, arrestato (così almeno per qualche tempo avrà un tetto e
un pasto).

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L’aria che respira è pesante. In molti si trattengono
dall’esprimere la propria contrarietà in pubblico: ci sono già stati
casi di licenziamenti strani e poco tempo fa al preside di una scuola
della Contea di Békés che era andato ad ascoltare un comizio di Együtt
2014 (Insieme 2014), il partito di Gordon Bajnai, principale avversario
di Orbán per le Politiche della prossima primavera, è arrivata una
telefonata proprio dal Centro Klebelsberg che lo invitava a non
partecipare più a simili iniziative, e non ha poi ricevuto un premio
scolastico per la sua attività di preside per il quale era il principale
candidato. Le giovani generazioni, che costituiscono la principale
forza sociale di opposizione, possono poco di fronte ad un Governo che
controlla sempre più i gangli della società (paradossalmente, Fidesz
significa unione dei giovani democratici mentre loro non sono né gli uni
né gli altri, e davanti al Parlamento ci sono gli studenti che chiedono
democrazia). E intanto cresce l’estrema destra (Jobbik) che in questo
clima sente di avere le spalle coperte e si permette cose come quella
recentemente avvenuta all’Università ELTE di Budapest dove hanno affisso
la scritta “fuori gli ebrei dalla nostra università”; si riferivano,
fra gli altri, ad Ágnes Heller.

Personalmente ritengo che in
questo scenario risulti particolarmente assordante il silenzio di
Bergoglio neoeletto papa Francesco, che sta basando la sua immagine
proprio sulla prossimità a chi si trova in situazioni di maggiore
difficoltà. Viene da chiedersi se fosse restato in silenzio anche nel
caso in cui anziché trovarci di fronte ad un regime neofascista che, in
quanto tale, esalta il cattolicesimo, ci fossimo trovati di fronte ad un
regime neocomunista.

Ora, a volte (troppo spesso purtroppo) si sente
dire che in realtà Orbán starebbe difendendo il suo Paese dalla
speculazione globale neoliberista di cui l’Unione Europea sarebbe
vettore. Niente di più sbagliato, sia nel caso specifico, che in
generale.

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Nel caso specifico, perché è evidente che le misure
prese non vanno in direzione della tutela del Paese ma, per via
neofascista, in quella della tutela degli interessi specifici
dell’attuale classe al potere che vorrebbe trasformare il territorio e i
suoi abitanti in un suo feudo.

In generale, perché il fatto che
questa globalizzazione e le istituzioni che la presiedono lasci molto a
desiderare non significa affatto che la soluzione sia da ricercarsi in
una dinamica di ri-territorializzazione (da contrapporsi ad una di
de-territorializzazione), di esaltazione delle e bunkerizzazione nelle
piccole patrie, delle e nelle comunità/identità immaginarie, del e nel
nomos della terra. «Il fenomeno al quale dobbiamo rivolgerci potrebbe
essere, allora, più congruamente definito nei termini di una produzione
globale di località: è il fenomeno delle comunità immaginate, che
vengono a configurarsi come tante nazioni di eccentrici», G. Marramao,
Passato e futuro dei Diritti Umani. Al contrario, se questo
para-cosmopolitismo è insoddisfacente, vanno cercate nuove vie al
cosmopolitismo, che lo rendano autentico e soddisfacente, dato che solo
là dove c’è “meticciato”, c’è ricchezza, c’è vita. E una simile
operazione può essere compiuta solo abbandonando i miti
dell’universalismo e del particolarismo, superandoli in una prospettiva
altra: «se vogliamo scongiurare lo sfruttamento meramente commerciale
della diversità ed evitare lo scontro fra culture che si verifica quando
la diversità alimenta paura e rifiuto, dobbiamo attribuire un valore
positivo a (…) contaminazioni e a (…) incontri, che aiutano ciascuno di
noi ad allargare la propria esperienza, rendendo così più creativa la
nostra cultura», A. Touraine, Libertà, uguaglianza, diversità; «il
cosmopolitismo, inteso realisticamente, significa (…) accettare gli
altri come diversi e uguali. In questo modo viene nello stesso tempo
svelata la falsità dell’alternativa tra diversità gerarchica e
uguaglianza universale. Così, infatti, vengono superate due posizioni,
il razzismo e l’universalismo apodittico», U. Beck, Lo sguardo
cosmopolita; «la civiltà mondiale non può essere altro che coalizione,
su scala mondiale, di culture ognuna delle quali preservi la propria
originalità [poiché] le differenze non si identificano mai con l’essere,
ma sempre lo differenziano. E soltanto perché lo differenziano
producono il fenomeno del divenire, della vita», C. Lévi–Strauss, Razza e
Storia e altri studi di antropologia; «solo per questa via, solo
affermando questo passaggio, possiamo far esplodere il dispositivo della
metafisica, che poi fa tutt’uno con il dispositivo del potere: l’idea
dell’Uno come unità delle differenze», G. Marramao, Passaggio a
Occidente (ho approfondito questi temi negli articoli Pluralismo delle
culture e “univocità” dell’etica, in «L’accento di Socrate» e
Antropologia e politica. Forme di convivenza, in «Lessico di Etica
Pubblica»).

Concludendo, in questa situazione si presenta alla UE
(nella quale molti cittadini ungheresi ripongono le loro speranze)
l’occasione di dimostrare di essere più che una mera istituzione
fiscale, di essere capace di contrastare efficacemente qualsiasi
rigurgito dittatoriale. Ci sarebbe così almeno una funzione (essenziale)
per la quale varrebbe la pena pagare e la UE potrebbe così rinvigorire
la sua legittimità (al momento sempre più in discussione).

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(19 aprile 2013)

Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/ungheria-europa-2013/.

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