Lo stupro della laguna e il ricatto infinito

In questo week end 36 imbarcazioni di grandi dimensioni sono entrate nel bacino di San Marco. Ogni giorno Venezia è sempre più a rischio. Una questione di urgenza mondiale.

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23 Settembre 2013 - 00.18


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di
Maria Pia Guermandi
.

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In
questo week end 36 imbarcazioni di grandi dimensioni sono entrate nel
bacino di San Marco.

Solo
ieri 12 enormi navi da crociera sono state temporaneamente bloccate
dalla manifestazione del comitato No Grandi Navi che da anni combatte
contro lo scempio della laguna. Si tratta di imbarcazioni che
superano di gran lunga il limite di 40.000 tonnellate di stazza lorda
fissato dal decreto Passera-Clini del marzo 2012, emanato per
tutelare le coste italiane dopo il disastro della Costa Concordia.
Peccato che, solo per Venezia, il decreto ammetteva una proroga in
attesa di una soluzione alternativa al passaggio canale della
Giudecca -bacino di San Marco.

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Quella
soluzione non è stata ancora trovata e i passaggi delle grandi navi
sono nel frattempo addirittura aumentati: il limite, che sembrava
insuperabile fino a pochi mesi fa, di 10 transiti al giorno è stato
oltrepassato più volte.

Così,
da anni, questi mostri che imbarcano anche oltre 5000 persone fra
passeggeri ed equipaggio, che arrivano alle 140.000 tonnellate di
stazza lorda e che con un”altezza di oltre 60 metri danno ai
passeggeri un”assurda visione dall”alto della città, continuano a
stravolgere l”equilibrio fragilissimo della laguna.

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Dopo
anni di silenzi e di analisi ufficiali a dir poco omertose e assai
poco rigorose sui danni, gravissimi, procurati dalle navi da
crociera, da qualche tempo, alcune indagini finalmente indipendenti
stanno svelando i dati del disastro: inquinamento pesantissimo dovuto
a polveri sottili, metalli pesanti, diossine ed altri elementi
cancerogeni, erosione dei fondali, danni a rive ed edifici provocati
dai fenomeni di risucchio, dalle vibrazioni, inquinamento acustico
(anche se ferme alla Marittima, i generatori rimangono accesi a ritmo
continuo), enormi quantità di rifiuti da smaltire.

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Se
questi sono i danni accertati e sul lungo periodo dirompenti, i
rischi connessi alle possibilità di un incidente (guasto, errata
manovra) la cui probabilità aumenta esponenzialmente all”aumentare
del traffico marittimo, sono incalcolabili e con conseguenze quasi
certamente irreversibili.

Nonostante
la scarsa reattività (per usare un eufemismo) dell”Unesco,
organizzazione ormai priva di incidenza, le proteste anche
internazionali per questo scempio continuo si sono a tal punto
moltiplicate da indurre persino gli amministratori pubblici (da
Orsoni a Zaia) fino a poco tempo fa a dir poco ambigui e
possibilisti, ad affermare chiaramente che il transito delle grandi
navi deve cessare da subito. E si comincia ad ammettere che il
passaggio di questi mostri deve essere bloccato non solo in bacino
San Marco, ma in tutta la laguna.

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Per
secoli la Serenissima, proprio per proteggere la prosperità della
Repubblica, ha curato l”equilibrio delicatissimo di questo ambiente,
provvedendo ad opere di manutenzione costanti e sottoponendo ogni
cambiamento a rigorosi principii di gradualità e reversibilità. Gli
stessi cui si ispirava la Legge Speciale per Venezia del 1973, poi
ampliata nel 1984, ma di fatto disattesa.

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Ha
funzionato magnificamente per secoli: nei primi decenni del ”900 è
iniziata invece una manomissione costante, accelerata a dismisura
dagli anni ”60 in poi, dapprima nel nome di in industrialismo
totalmente ignaro delle ragioni ambientali (Marghera) e, negli ultimi
decenni, con pari cecità, di un turismo dei grandi numeri che ha
ormai ridotto Venezia ad un parco a tema in cui le funzioni della
città sono state asservite e stravolte dalle esigenze dell”industria
turistica.

Le
grandi navi sono il simbolo, l”elemento visivamente più fragoroso di
uno stravolgimento ormai compiuto: Venezia non è più una città e
le sue istituzioni sono al solo servizio di chi, in vari modi, ha
interessi in questo settore: dalle grandi compagnie di navigazione,
agli investitori immobiliari, alle catene alberghiere, alla
distribuzione commerciale. Il finale di questa partita è purtroppo
noto: questo tipo di turismo predatorio finirà per distruggere la
risorsa che lo alimenta.

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Ma
se Venezia è forse giunta ad un punto di non ritorno, l”immagine che
ci restituisce è lo specchio di ciò che sta succedendo in troppi
centri storici, cominciando da Firenze e Roma. La spietata metafora
di Joyce che paragonava gli italiani a quel nipote che campava
offrendo la visione a pagamento della nonna defunta si sta avverando,
tristemente. È l”immagine di un paese incapace di pensare al proprio
patrimonio culturale e paesaggistico in termini diversi dallo
sfruttamento economico immediato, incapace di una visione di ampio
respiro che, in cambio di una reale sostenibilità di lungo periodo,
imponga regole e limiti, e di una politica incapace di governare i
fenomeni economici (non solo quelli macro) e quindi destinata ad
esserne serva.

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In
questa partita contro la rovina, ormai giunta allo scadere di ogni
tempo supplementare, non avremmo voluto sentire risuonare anche
l”ignobile ricatto del lavoro: come, in maniera ancora più grave,
sta succedendo a Taranto con la contrapposizione salute- lavoro,
anche qui a Venezia si cerca di opporre alle ragioni della tutela del
patrimonio e della difesa del territorio (e della salute, anche qui)
il ricatto dei posti di lavoro messi a rischio dall”eventuale
allontanamento delle grandi navi dalla laguna.

Purtroppo,
anche stavolta, neanche questo ci è stato risparmiato: la politica
ha forse l”ultima occasione per smascherare questo ricatto. Speriamo
che lo faccia, subito. Non solo per Venezia.

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Sul
problema delle Grandi Navi e più in generale di Venezia e della sua
laguna, v.
eddyburg.it
 e il suo ricchissimo archivio.

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E
ancora la collana: Occhi
aperti su Venezia
, dell’editore Corte del Fontego.

Delle
Grandi Navi e dei problemi del turismo si parla nella puntata di
lunedì 23 settembre 2013 nella trasmissione di Rai3
Geo&Geo,
h.17.00

L”articolo
è pubblicato contemporaneamente su L”Unità on-line, “nessundorma”.


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