'L''anti-politica made in UK'

Il voto del 7 maggio nel Regno Unito e l’insofferenza dei cittadini verso le vecchie strutture della rappresentanza politica. [Lorenzo Del Savio, Matteo Mameli]

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29 Aprile 2015 - 06.47


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di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli

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I cambiamenti demografici, sociali ed economici – molti dei quali generati dalle varie componenti della globalizzazione – stanno lentamente ma inesorabilmente logorando i sistemi politici europei. Il logoramento assume forme diverse in paesi diversi, sulla base di meccanismi elettorali differenti e specificità culturali, anche se ci sono ovviamente importanti convergenze e somiglianze. Questo logoramento si sta manifestando anche nel sistema britannico, spesso considerato particolarmente stabile e robusto, e anzi preso talvolta a modello dai fautori italiani del bipolarismo e del bipartitismo.

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Le elezioni che si terranno il 7 Maggio porteranno molto probabilmente a galla alcuni aspetti della forma specifica che il logoramento delle vecchie strutture politiche sta acquisendo nel Regno Unito. Il primo punto da sottolineare è lo sgretolamento del tradizionale bipartitismo britannico. Il partito conservatore e quello laburista, per quanto fortemente avvantaggiati dal sistema elettorale maggioritario, non sembrano in grado di raccogliere consensi tali da poter formare un governo senza doversi coalizzare con qualche forza minore.

Un fattore importante nell”erosione del consenso delle forze politiche tradizionalmente dominanti è sicuramente UKIP, il partito capitanato da Nigel Farage, che spinge per l”uscita del Regno Unito dall”Unione Europea e per la riconquista della sovranità ceduta a Bruxelles. Farage insiste sulla necessità di ritornare a una situazione in cui le decisioni importanti vengano prese dal parlamento e dal governo nazionali invece che da grigi burocrati europei troppo spesso pronti a fare gli interessi della potenza dominante dell”Unione, ossia la Germania.

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Farage e i suoi sostenitori insistono inoltre sul bisogno di fermare il flusso di migranti europei, soprattutto quelli provenienti dall”Europa dell”Est, ma si comincia a parlare in maniera decisamente negativa anche di migranti provenienti dall”Italia e dal Sud Europa in generale, impoverito dalla crisi economica degli ultimi anni. I migranti vengono accusati di rubare il lavoro ai britannici, di sottrarre risorse al sistema sanitario pubblico, di far salire il prezzo degli immobili, e così via. Il tema immigrazione è ovviamente complesso, ma gli argomenti dello UKIP sono spesso basati su teorie semplicistiche e riduttive, o su dati mal interpretati o presentati in modo fuorviante. Inoltre, non viene mai menzionato il contributo positivo degli immigrati europei ed extraeuropei all”economia britannica, sia in termini di diversificazione delle competenze sia in termini fiscali. Recenti studi mostrano ad esempio che il contributo netto degli immigrati all’economia britannica (gettito fiscale meno costo per lo stato in servizi pubblici e contributi vari) è largamente positivo.

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Nonostante ciò, UKIP riesce a togliere voti sia ai conservatori che ai laburisti. Una parte dell”elettorato Tory vede l”immigrazione come una minaccia per i valori e le tradizioni britanniche, senza rendersi conto che sono stati Margaret Thatcher e il thatcherismo ad accelerare la dissoluzione di quei legami che tenevano in piedi le comunità locali a cui nostalgicamente UKIP sembra far riferimento. Inoltre, molti di coloro che appartenevano a quella che un tempo era la working class, tradizionalmente Labour, si sentono invece minacciati dalla globalizzazione e dalla precarizzazione del lavoro, e vedono in Farage e nei suoi proclami anti-immigrazione una possibile difesa dei loro interessi, interessi a cui la leadership laburista sembra prestare ben poca attenzione.

Le paure a cui UKIP fa appello sono paure importanti che i partiti tradizionali non riescono a interpretare in maniera sensata, o che elaborano solo in maniera goffa e inadeguata. Per esempio, Ed Miliband, il leader dei Labour, nelle ultime settimane di campagna elettorale ha messo sul tavolo una serie di proposte che a molti sono sembrate soltanto scimmiottare le proposte anti-immigrazione di UKIP. Mentre il problema di come rapportarsi all”Unione Europea e di come rendere più democratica la cooperazione politica in Europa purtroppo non è un tema su cui i laburisti sembrano aver niente da dire.

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Seguendo la sorte tipica degli attuali partiti socialdemocratici in Europa, il Labour sembra incapace di elaborare idee convincenti di cambiamento. Il suo programma sembra limitarsi alla promessa di ridurre leggermente l”austerità con cui David Cameron e George Osborne hanno strangolato il paese negli ultimi cinque anni, di diminuire i tagli senza però annullarli, di rallentare un po’ lo smantellamento e la privatizzazione della sanità pubblica, e via a seguire. Il messaggio sembra essere: faremo quello che hanno fatto i conservatori, ma cercheremo di farlo in maniera un po’ più dolce e un po’ meno dolorosa, o perlomeno più annacquata.

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Ed Miliband non è Tony Blair. Ed non è bello e affabile come Tony, ha un fastidioso difetto di pronuncia, non è telegenico, è figlio di un noto sociologo marxista, ha un aspetto da nerd, viene spesso accusato dalla stampa di destra di essere un “pericoloso socialista”, e non ha l”appoggio dell”impero mediatico di Murdoch, che invece amava Tony alla follia, almeno ai tempi d”oro del New Labour. Miliband non ha neanche l’ambizione di Blair di voler creare una sinistra che non sia di sinistra, ma non ne ha neanche il bisogno: l’ambizione di Blair è diventata realtà.

La Gran Bretagna è il paese europeo con il livello più alto di disuguaglianza economica. Di anno in anno la situazione peggiora, anche in termini di povertà assoluta. Il numero di persone che si rivolgono alle mense per i poveri per poter mangiare è aumentato fino a raggiungere quasi il milione. Anche il numero di bambini che vivono in condizioni di povertà “vittoriana” aumenta continuamente e drammaticamente. Persino gli appartenenti alla classe medio-alta, coloro che in teoria dovrebbero beneficiare della dinamica economia britannica, vedono il loro livello di benessere deteriorarsi, trovandosi per esempio costretti a rivolgersi a costosi servizi privati per evitare i lunghissimi tempi di attesa della sanità pubblica, o a dover pagare cifre esorbitanti per l’asilo e l’educazione dei figli. Il sistema sembra funzionare solo a vantaggio di quelli che appartengono agli strati socio-economici più alti.

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Nonostante la voglia di cambiamento politico che esiste anche all’interno di alcuni segmenti dell’elettorato tradizionalmente laburista, i vertici del partito non sembrano in grado di portare avanti idee che possano invertire in maniera decisa la crescita sempre maggiore delle disuguaglianze, crescita che sta lacerando la società. Il timido riformismo laburista e la voglia di cambiamento sono perciò un altro fattore nel processo di erosione del consenso delle forze politiche tradizionali. Ad avvantaggiarsene elettoralmente a sinistra sono il Green Party e lo Scottish National Party. Entrambi i partiti, pur non essendo tradizionalmente classificabili come forze di sinistra radicale, e pur con stili e proposte diverse, hanno attaccato i Tory e l”attuale regime di austerità imposto alla gente comune, e di grossi e grassi benefici per le grandi corporations. Lo hanno fatto in maniera più decisa di quanto non lo abbia fatto la leadership laburista.

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Per quanto sia ancora percepita come una forza politica non in grado di coinvolgere in maniera convincente gli esclusi, secondo gli ultimi sondaggi i Green raggiungeranno forse il 6% dei voti su base nazionale, che sarebbe un record per il partito. Ma data la distribuzione dei consensi e dato il sistema maggioritario a collegi uninominali, questo risultato elettorale si tradurrà in un numero molto basso di seggi parlamentari (1 o forse 2).

La situazione è ben diversa per il partito indipendentista scozzese, il cui consenso è ovviamente concentrato nelle circoscrizioni della Scozia, ed è dunque capace di conquistare seggi a nord del “confine”. Questa forza politica è il partito di maggioranza e di governo in Scozia. Il suo consenso si è significativamente rafforzato dopo il referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito tenutosi l”autunno scorso, e questo nonostante il referendum sia stato vinto, anche se di poco, dagli oppositori dell’indipendenza. Il consenso per lo SNP va a svantaggio del Labour, che nel referendum si è schierato aggressivamente contro l’indipendenza, allineandosi dunque con i conservatori.

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In Scozia, l’entusiasmo per la democrazia diretta generato o risvegliato dal referendum ha riavvicinato molti alla politica, e ha convinto molti che la leadership laburista è troppo simile ai Tory, troppo legata agli interessi delle multinazionali, e troppo disinteressata al bene della Scozia. Da qui i vantaggi per il partito indipendentista scozzese, che nel frattempo ha anche cambiato guida. Per quanto, come detto, lo SNP non possa essere classificato come un partito di sinistra radicale, la leader attuale, Nicola Sturgeon, si è presentata sin dall’inizio su posizioni marcatamente più a sinistra del suo predecessore Alex Salmond. E anche questo ha contribuito all’erosione dei consensi a favore del Labour scozzese.

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Lo SNP accrescerà la sua presenza al parlamento di Westminster. Dagli attuali 6 passerà probabilmente a oltre 50 seggi. Visti i numeri, diversi analisti indicano al momento una coalizione tra Labour e SNP come unica possibile coalizione di governo. Si tratta di una situazione che impensierisce la leadership laburista, la quale sa bene sa che una coalizione con gli indipendentisti scozzesi sarebbe difficile da gestire, soprattutto alla luce del complicato groviglio costituzionale in cui i legislatori si sono cacciati. Al momento, i parlamentari di Westminster prendono decisioni su quanto riguarda l’unione ma anche su quanto riguarda l’Inghilterra in quanto componente dell’unione, mentre le decisioni per la Scozia sono prese dal parlamento scozzese, al momento a maggioranza indipendentista. Nicola Sturgeon, oltre a essere la leader del SNP, è anche primo ministro della Scozia.

Ma se la leadership laburista è preoccupata, alcuni attivisti Labour vedono un’alleanza con SNP come un”opportunità per spingere la leadership Labour verso un riformismo meno timido. Non sorprende che i Tory stiano usando il rischio, a loro dire “catastrofico”, di un’invasione di indipendentisti scozzesi a Westminster e di un governo condizionato dai “ricatti” degli indipendentisti (come dichiarato da autorevoli giornali conservatori) per mobilitare il loro elettorato. Difficile prevedere se, negli ultimi giorni di campagna elettorale, questa strategia restituirà ai conservatori un numero di consensi sufficienti a favorire la formazione di un governo di coalizione a guida Tory.

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C’è anche chi ha suggerito, sul modello di altri paesi europei, che l’ideale sarebbe un governo di larghe intese tra laburisti e conservatori, governo che taglierebbe fuori tutte le altre forze, tutti i piccoli partiti che con le loro capricciose istanze “radicali” destabilizzano il sistema. Questo scenario sembra altamente improbabile, non tanto per le differenze di vedute tra Labour e Tory, che sono per certi aspetti minime, quanto per gli effetti esplosivi che le larghe intese avrebbero sulla tenuta dei due partiti, a causa di questioni interne ai partiti stessi e di un elettorato identitario. In ogni caso, sembra che il tradizionale bipartitismo britannico sia al tramonto.

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I sondaggi danno UKIP intorno al 15%, ma anche in questo caso, visto i meccanismi del sistema maggioritario e la distribuzione dei consensi nelle varie circoscrizioni, Farage riuscirà a portare a Westminster non più di una manciata di deputati. Nonostante ciò l’impatto di UKIP sul dibattito e le decisioni politiche negli ultimi mesi è stato enorme, ed è possibile che continui ad esserlo dopo le elezioni. L’influenza politico-culturale di UKIP è un altro sintomo della crisi irreversibile delle strutture tradizionali della democrazia rappresentativa europea. Come avviene anche in Italia e in altri contesti europei, le battaglie politiche vere non si combattono più in parlamento. Le strutture della rappresentanza sono diventate irrimediabilmente obsolete, delle vestigia tenute in piedi a difesa di pochi interessi.

UKIP incarna una politica populista e anti-elitista che va al di là delle tradizionali strutture della rappresentanza e della tradizionale divisione tra destra e sinistra, ma incarna una versione di populismo ossessionato dalla polemica anti-immigrazione e incapace di prendere di mira le oligarchie che – tramite un’aggressiva attività di lobbying, il controllo dei media e le varie consulenze e favori offerti ai politici – hanno in mano la vita politica del paese. C’è da chiedersi: c’è nel Regno Unito la possibilità di uno spazio per un populismo anti-oligarchico, inclusivistico e anti-razzista, simile a quello rappresentato in Spagna da Podemos?

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La vera novità in questo senso è Russell Brand, un comico trentanovenne molto noto, con un passato di dipendenza da droghe e alcol. Brand ha quasi 10 milioni di followers su Twitter, oltre 3 milioni di followers su Facebook, e un canale Youtube seguito da oltre 1 milione di persone dove quotidianamente posta un video di commento a qualche notizia di rilevanza politica nazionale o internazionale. Il mensile politico Prospect ha inserito Brand al quarto posto della classifica di pensatori politici al momento più influenti, dopo Thomas Piketty e Naomi Klein e giusto prima di Paul Krugman e Jürgen Habermas.

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Brand è il campione britannico dell’antipolitica: incita a non votare alle elezioni e a rifiutare le proposte dei partiti. Il comico si fa portavoce di forti istanze anti-oligarchiche, denunciando le crescenti disuguaglianze e il modo in cui i partiti le favoriscono proteggendo gli interessi dei potentati economici e smantellando le protezioni sociali. Brand usa il linguaggio populista di Occupy Wall Street, del 99% che deve unirsi per combattere quell’1% che controlla l’attuale sistema di potere. E include nel 99% gli immigrati, accusando Farage e i suoi seguaci di fomentare l’odio razzista.

È difficile prevedere il futuro politico di Russell Brand, che non ha creato un movimento politico vero e proprio – anche se i suoi “followers” costituiscono una sorta di movimento politico informale – e non sembra per ora intenzionato a farsi risucchiare dai meccanismi tradizionali della rappresentanza politica. Esistono sia somiglianze che differenze tra la proposta populista e lo stile comunicativo di Russell Brand e quello di Beppe Grillo o quello di Pablo Iglesias, il leader di Podemos. Mal al di là delle distinzioni e delle difficili previsioni, è utile notare che anche nella vecchia e stabile democrazia britannica l’insofferenza della gente per le strutture della rappresentanza – e l’insoddisfazione per le soluzioni offerte dalla sinistra tradizionale ai cambiamenti sociali, economici e culturali che stanno travolgendo l’Europa – trova espressione in forme di politica “anti-politica”.

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(27 aprile 2015)

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