Dalla città pubblica al mercato della città

Siamo ormai abituati ad una tale lontananza dalla qualità urbana che accettiamo che ambiti e spazi che nulla, o quasi, hanno in comune, abbiano lo stesso nome. [Enrico Bettini]

Dalla città pubblica al mercato della città
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14 Settembre 2015 - 12.37


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di Enrico Bettini

Il destino riservato al Palazzo del Lavoro di Torino (su progetto di Nervi per “Italia ‘61”), al di là del giudizio di merito sull’opera (alla forse troppo facile sua iscrizione a capolavoro fondamentale dell’architettura del secolo scorso, personalmente rispondo suggerendo di andarsi a ripassare l’opera, tipologicamente corrispondente, del salone uffici della sede della Johnson Wax, di F.L. Wright, antecedente di 15 anni) ripropone il destino di tutti gli edifici ritenuti patrimonio artistico e culturale – imperdibile – dalle amministrazioni torinesi. E si ripropone, con indubbia monotonia, la loro trasformazione – in tutto o in parte – in shopville di vario taglio e rango.

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A me si ripropone l’interrogativo di sempre e cioè: se l’ente locale non fosse con il coltello alla gola per i suoi debiti, riserverebbe lo stesso destino ai suoi capolavori, ritenuti tali (che sono pubblici, di tutti)? Nel caso specifico: sarebbe disposto a scegliere – quale immagine d’ingresso della sua città (metropolitana!)- quella di un supermercato annunciato da quattro torri con le sue sfavillanti insegne? E’ l’interrogativo lecitamente da porsi per altri siti di riconosciuto valore di ricerca della forma e dell’organizzazione di questa città nella sua storia recente e meno recente.

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Va detto che il problema riguarda in più larga parte l’architettura del cosiddetto Movimento Moderno e successive tendenze ma non solo (non è detto che ne sarà esente, ad es., la ‘Cavallerizza Reale’ risalente a tre secoli fa e da un anno oggetto delle cronache). Dunque, siccome non si è in grado di far fronte al degrado di un simbolo dell’arte, per quanto considerato capolavoro, non resta altro destino che vendere ai privati e assistere allo snaturamento del suo significato e ruolo urbani. E si continua ad assistere all’indegna distinzione/ separazione tra forma esteriore e contenuto con vergognose giustificazioni -anche teoriche (!)- su tale indipendenza. Il risultato lo conosciamo ed è diventato ormai un ‘format’: ci si preoccupa di salvaguardare la ‘scatola’ (nel caso del ‘Palazzo a Vela di Rigotti, neanche quella: si è salvata solo la grande volta, utilizzata come un capannone per infilarci sotto un ‘palaghiaccio’) e, dentro, succeda quel che deve succedere.

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Così, l’architettura che è stata sede e simbolo della storia del lavoro di una nazione (prima riunita da Nord a Sud e poi capace di risollevarsi da una seconda e più devastante guerra); l’architettura che ha voluto essere espressione della forza – della fiducia nella propria forza – di un intero popolo ed eretta a spese delle istituzioni di quel popolo, viene spogliata e defraudata del suo contenuto storico per essere abbandonata, svenduta, per finalmente liberarsi del suo insopportabile peso, del suo fastidio. La separazione vuol dire questo, è strumentale a questo.

Ma non si può certo chiedere all’investitore privato di spendere i suoi denari per assicurare la continuità di una funzione pubblica. La separazione tra involucro e finalizzazione interna sono l’inevitabile conseguenza della rinuncia da parte pubblica. Gli utilizzi del Palazzo del Lavoro – decisamente parziali e costantemente improntati alla provvisorietà – esperiti in passato dal Comune, non sono mai stati il frutto di un piano organico di riassetto generale delle pubbliche proprietà volto ad assegnare, in modo stabile, la destinazione d’uso anche del Palazzo del Lavoro. Non ho notizie in tal senso che testimonino l’esistenza di proposte di utilizzo da parte di Regione, ex-Provincia, Comune. Perché scartare, ad es., l’idea di farne la sede amministrativa della costituenda ‘Città metropolitana di Torino’ ergendola ad immagine del potere e dell’amministrazione pubblici?

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L’esempio, citato, della Johnson Wax (1944, Wisconsin) avrebbe potuto validamente indicare il possibile sfruttamento ad uffici open-space di tutto il primo livello tra i possenti pilastri (oggi tecnicamente molto più realizzabile dei decenni passati), oltre le balconate perimetrali già presenti . Invece, no. Si lasciano deperire migliaia di mq disponibili e, ad es., si buttano montagne di soldi in un grattacielo per la nuova sede della Regione. E dire che l’ipotesi di sede amministrativa metropolitana potrebbe contare proficuamente anche delle ‘palazzine’ in riva al Po che erano state sede della mostra delle regioni -sempre di “Italia ‘61” – progettate da Renacco. Palazzine –a suo tempo oggetto di alti riconoscimenti – alle quali è stato riservato lo stesso utilizzo parziale con lo stesso carattere di provvisorietà.

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Ma, ripeto, la ‘separazione’ contenitore-contenuto è la conseguenza della decisione, politica, dell’abbandono, della vendita. Come qualunque meretrice di mestiere, non avendo altra possibilità economica, anche l’ente locale vende il proprio corpo. Ogni persona di buon senso, raccomanda sempre la costante manutenzione di ogni bene che si vuole conservare. Chiunque sa che, altrimenti, l’onere della conservazione diventerà ripristino e facilmente diventerà insostenibile. Ed è esattamente quel che – con imperdonabile miopia – ha continuato a succedere, in questo caso per mezzo secolo. Succede, per forza di cose, che alla profusione (spesso incontenibile) di giudizi positivi sul valore dell’opera per dimostrarne la preziosità (unicità) non corrisponda , in decine d’anni, un solo euro per la sua manutenzione e che quindi quella preziosità, quel gran valore siano, di fatto, la copertura solo verbale della più chiara quanto detestabile irresponsabilità nei fatti.

Se, nello scorrere degli anni, confrontassimo le dichiarazioni dei politici sul valore culturale e storico di questo come di altri beni di Torino con lo stato di abbandono in cui loro li hanno continuamente lasciati (non di rado si arriva alla fatiscenza), qualche dubbio sul cambio di strategia e di atteggiamento dovrebbe assalirli. C’era – e c’è – un modo semplice: prevedere una voce di bilancio per l’accantonamento – programmato e costante – di somme per la conservazione e tutela, anno dopo anno, dei propri ‘gioielli’. Quanti sono i gioielli da tutelare? Se era veritiero l’interesse alla tutela, si doveva stabilire l’elenco delle opere considerate irrinunciabili da parte pubblica e programmare una linea di copertura finanziaria che consentisse il raggiungimento dell’obiettivo.

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Che io ricordi, è da prima delle ‘giunte Castellani’ (1993) che si parla del degrado del Palazzo del Lavoro e di cosa farne. L’irresponsabilità è stata così pervasiva da farci arrivare a questo punto in cui giovani amministratori attuali ci vengono a dire, con sfrontato candore, che non resta altro che ricorrere alla vendita ai privati perché “…la stagione degli interventi a debito è finita…”. Ora, senza voler abusare del dilemma, nudo e crudo, se era meglio devolvere i miliardi spesi (a debito) per una olimpiade invernale o, invece, per il restauro di tutta la ex ‘zona di comando’ sei-settecentesca (Juvara, Alfieri) di tutto il complesso di “Italia ‘61” (evitando così di disonorare la memoria di un valido collega come Rigotti) e degli altri gioielli della ‘lista’ che era da definire (es: To-Esposizioni, O.G.R., O.G.M.,. ecc.), mi pare legittimo ricordare ai nuovi politici di scuola liberista che è stata responsabilità della politica (la loro) e non della malasorte se si è giunti al punto di dover vendere il proprio corpo pubblico come qualunque merce.

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Il restauro della Reggia di Venaria – ciò che oggi essa rappresenta e significa – è la miglior risposta al ‘dilemma’ tra olimpiadi della neve e cura del patrimonio pubblico. Non siamo passati da un periodo più favorevole ad uno meno per cause indipendenti dalle decisioni di chi ha amministrato e governato. Con premesse di tale colpevole curriculum, non è permesso ai politici torinesi di mettersi in cattedra su come si salva e tutela la cosa pubblica. Anzi, con doverosa umiltà, dovrebbero partecipare, con noi, all’analisi dei gravi errori commessi e tentare di mitigare la pesante eredità da loro lasciataci e per la quale, secondo loro, altro non si potrebbe che affidarsi al mercato ed alle sue richieste/esigenze.

Al contrario, la nuova linea della politica locale è quella di riversare le colpe sulle lungaggini burocratiche (!), ulteriore dimostrazione che all’irresponsabilità – che è all’origine del dramma – non c’è limite. Non è certo sbagliato pensare – come fa l’assessore all’urbanistica – all’aggiornamento o al rifacimento del PRG torinese i cui studi preliminari risalgono a quasi trent’anni fa. Diverso è far discendere la necessità del suo superamento dallo snellimento delle pratiche così da mettere i supermercati nei capolavori dell’architettura senza troppe storie. Di semplificazione in semplificazione, la pubblica amministrazione segue la direzione del progressivo disinteresse e de-responsabilizzazione (niente più VIA e VAS, niente più freni dalla Sovrintendenza, niente più concorsi (tanto meno per opere di privati) ma solo ‘accordi di programma’ e formule derivate…) seguendo l’obiettivo dell’annullamento delle varianti (del dovervi ricorrere) perché ogni intervento sarà una variante di per sé, costitutiva del ‘Nuovo Piano’. Sono certo che avremo il catalogo dell’applicazione di tale principio-linea ispiratrice nonché guida, nella futura realizzazione della cosiddetta ‘variante 200’ nella parte Nord di Torino.

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Abbiamo sentito ripetere il ritornello che non ci sono i soldi, che bisogna trovarli e che quindi bisogna fare quel che chiede chi quei soldi li mette. Quindi si aspetta che “Esselunga”, “Coop”, ecc. si facciano avanti perché a questo siamo ridotti. Con sicurezza (anche baldanza) ci viene dato questo destino come privo di alternative. E’ vero che i soldi pubblici – in base all’attuale sistema fiscale – non ci sono più. L’altra cosa vera è che i privati–certi privati- i soldi li hanno (più di prima). Pertanto, credo ci si possa riferire all’esempio fornito da Della Valle ed il restauro del Colosseo. Non è ripetibile e, in buona misura, generalizzabile? Quanti sono coloro in grado di rinverdire il mecenatismo a vantaggio del pubblico interesse? Non pochi, credo, già dal livello locale. A cominciare dal tanto osannato Marchionne, altri sono sicuramente coinvolgibili in operazioni di sponsorizzazione del loro nome e del loro brand per la rinascita di opere che offrirebbero un grande ritorno pubblicitario proprio per la loro levatura artistica e civile.

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L’incentivo alla detassazione – anche totale – dei novelli magnati si risolverebbe in un’operazione sicuramente in attivo per l’ente pubblico considerando che, facilmente, i maggiori possidenti sono anche i maggiori evasori. Per questa via si otterrebbe un risultato opposto a quello attualmente perseguito: verrebbe favorito e valorizzato l’apporto del capitale privato per la salvaguardia della proprietà e della funzione pubbliche! A questo impegno dei privati dovrebbe corrispondere quello pubblico di fissare, comunque, la voce permanente nel bilancio del/degli enti pubblici per il risanamento e recupero dei propri capolavori architettonici, non escluso il ricorso ad una tassa di scopo per deficit residuali dalle sponsorizzazioni.

Spiegata e motivata alla cittadinanza come facente parte di un tale sistema di comprovata responsabilità (una vera new entry), penso che non sarebbe affatto respinta, soprattutto se accompagnata, di volta in volta, dall’evidenza delle realizzazioni compiute anche con quei fondi. Un tempo, il territorio partecipava alla costruzione delle cattedrali, in lavoro e donazioni. Sono convinto che anche oggi, se si proponesse a chi vive e lavora nel territorio del torinese (e non solo) di devolvere una giornata -o anche poche ore- del proprio lavoro al risanamento e recupero dei capolavori della sua città, ben pochi si rifiuterebbero.

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Ciò che risulta insopportabile dell’atteggiamento – e delle scelte, ovviamente – dei nuovi responsabili della’urbanistica cittadina è il sentirli parlare di qualità urbana che, tra i suoi caratteri fondanti non può non avere proprio la partecipazione, il coinvolgimento della cittadinanza. Fondare la qualità della città sulla conversione di opere spiccatamente pubbliche – geneticamente pubbliche – come quelle di “Italia ‘61”, in centri commerciali privati non dà il diritto a chicchessia di parlare di qualità. La qualità inizia, semmai, dall’impegno ad evitare la decadenza, il vergognoso degrado delle opere che della città hanno fatto la storia, quella antica e quella moderna. La qualità si sviluppa, poi, evitando di provocare la scomparsa di funzioni care alla vita quotidiana come il commercio di prossimità, dei negozietti sotto casa. E continua realizzando luoghi d’incontro, di socialità come vere piazze sul modello di quelle che tutto il mondo ci invidia e che rendono Torino una delle città più belle al mondo.

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Tutti, i turisti ma anche chi abita in periferia, vogliono vivere le piazze che ci ha lasciato in eredità il regno sabaudo, non la ‘piazza’ dell’IperCoop o quella futura pensata all’interno del Palazzo del Lavoro dal progetto per il supermercato. Siamo ormai abituati ad una tale lontananza dalla qualità urbana che accettiamo che ambiti e spazi che nulla –o quasi- hanno in comune, abbiano lo stesso nome. Chiederei di evitare di farsi scudo dei vagheggiamenti di Nervi (sull’utilizzo post “Italia ‘61” del suo palazzo) perché mi piacerebbe sentire dalla sua voce la reazione all’idea di fare della ‘porta Sud ‘di Torino un colosso del commercio anziché l’imponente – e coerente – simbolo di un’intera, straordinaria città.

Invece, anche in un punto tanto strategico, ancora una volta, ci si deve rassegnare a veder sorgere l’ennesimo centro commerciale: non si sa se chiamarlo destino o condanna. Un altro, fondamentale, requisito della qualità urbana è andare incontro ai veri bisogni dei suoi abitanti ed è arduo dimostrare che a Torino scarseggino i supermercati. E’ rimasto insoddisfatto, invece, tanto bisogno di bellezza. Dopo le deludenti prove offerte dall’architettura delle ‘Spine’ non c’era proprio bisogno che fosse manomessa anche la bellezza – già realizzata – del Palazzo del Lavoro che richiedeva di essere almeno conservata nella sua interezza: non manomettendola (come è vietato per qualunque opera d’arte, se ritenuta tale) e non espropriandone la comunità locale e nazionale per la quale è stata costruita solo cinquant’anni fa.

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(12 settembre 2015)

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