Dalla globalizzazione alla Geopolitica

La teoria vigente non funziona più ed i fatti fuori teoria sono al limite, urge quindi un cambio di paradigma, un nuova dottrina immagine di mondo, una nuova élite.

Dalla globalizzazione alla Geopolitica
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2 Febbraio 2017 - 21.47


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di Pierluigi Fagan

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“Le idee della nazione dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”

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Anonimo istituzionalista

L’ordine
del mondo sta subendo una modifica strutturale, si sta passando da un
impianto prettamente economico e finanziario ad uno in cui l’economia e
finanza saranno pilotate dalla logica geopolitica. Il cambio che verrà
imposto dal giocatore principale, ovvero gli Stati Uniti, è motivato da
una diversa lettura del come perseguire l’interesse nazionale.

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L’interesse nazionale è
un concetto che è diventato invisibile negli ultimi decenni ma è più
probabile lo sia stato per ragioni narrative che per effettiva sua
scomparsa. La narrazione globalista, narrazione inaugurata ai tempi del
“Washington consensus” il cui varo risale a venticinque anni fa, ha teso
a raccontarci l’esistenza di un “interesse mondo” che scioglieva gli
egoismi nazionali in un meta-ente indifferenziato a cui tutti avremo
partecipato all’insegna del “poche regole e vinca il migliore”, invito
rivolto ad entità private, tanto istituzionali (imprese, banche, fondi,
intermediari, reti distributive) che individuali (imprenditori,
lavoratori, investitori). Un lento scioglimento dello Stato ne era sia
precondizione che l’effetto.

La narrazione ha esteso il suo dominio e
credibilità, aiutata da vari portatori d’interesse. I primi sono stati
ovviamente i credenti nel sistema cosiddetto “capitalista” nella
versione storicamente maggioritaria, ossia “liberale”. Questo sistema,
di sua natura, è formato da due logiche: una è quella della sede
d’origine del soggetto capitalista che partecipa della cura che ogni
Stato dà alla sua economia (protezione giuridica, investimenti pubblici,
formazione del capitale umano, dotazione della prima clientela), sede
che è sempre geo-localizzata, l’altra è quella che lo stesso soggetto
privato ha laddove persegue il suo interesse o cercando di vendere
qualcosa a quanti più è possibile  o cercando di investire – ricevere
l’investimento di capitale o cercando  la mano d’opera a minor costo,
delocalizzando o attirandola con le migrazioni economiche. Questa
seconda logica non ha limiti geografici, anzi, combatte strenuamente per
forzarli. Si determina così una di quelle forme di interesse
conflittuale (parte in comune, parte in conflitto) che accanto a quello
ben noto del capitale-lavoro, prevede la coppia Stato e mercato[1].

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I secondi portatori d’interesse che hanno
sorretto la narrazione sono stati alcuni, potenti, stati. Stati Uniti,
Gran Bretagna da una parte e Germania, Francia, Giappone[2]
dall’altra, hanno pensato che i propri campioni nazionali potessero
così meglio performare e con ciò, promuovere lo stesso interesse
nazionale, che fosse poi di ritorno fiscale o occupazionale, con un
secondo beneficio indotto: quello di ordinare il mondo imponendo un
gioco (il “libero” mercato di merci, persone e capitali) in cui si
ritenevano campioni assoluti. Ma la narrazione non avrebbe conquistato
davvero cuori e menti globali se non fosse stata condivisa da altri che
vi hanno visto la possibilità di promuovere anche il loro specifico
interesse nazionale: la Cina, la Corea del Sud, il Brasile, l’India e
molti altri. Dopo venticinque anni, si è scoperto che il rendiconto
finale di queste intenzioni, è diverso dalla aspettative. Il secondo
gruppo, gli stati affluenti, ha effettivamente conseguito i suoi
obiettivi ma nel primo, solo una sparuta minoranza di privati ne ha
beneficiato e soprattutto, si è registrata una costante perdita di
potenza di alcuni stati occidentali (i primi due) che si sono accorti di
perdere progressivamente la facoltà di ordinare il mondo mentre nel
secondo gruppo, tolta la Germania, ne hanno tutti più o meno
sensibilmente, risentito[3].

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In Occidente, curioso il caso di quella
parte di pensatori e portatori di interesse politico, che avrebbero
dovuto avversare il dominio di questa narrazione ovviamente propria -in
primis- dell’interesse dei Pochi o élite o  classe dominante, tre
definizioni che dicono in termini analitici sostanzialmente la stessa
cosa. Qui, almeno inizialmente, si formò il classico polo dell’antitesi,
l’anti-globalismo poi alter-globalismo ma non andò molto oltre la
petizione di principio e quindi perse progressivamente sostanza[4]
. Quasi subito, in questo frastagliato mondo dei Molti (popolo, classi
subalterne), si distinse una corposa maggioranza di acquiescenti ovvero
coloro che in fondo condividevano l’interesse a che il sistema generale
(economico-finanziario-occupazionale) crescesse, riservandosi semmai il
compito di promuovere diversi modi di ridistribuirne i benefici. Poi, ad
esempio le sinistre europee, hanno perso anche questa intenzione rapite
dalla difficile responsabilità di dover fan funzionare il sistema verso
il quale, una volta, erano in opposizione e paralizzate dalla logica
duale dell’interesse dello Stato vs quello di mercato. Infine, una
sparuta ma influente élite di pensanti, influente perché agisce
sull’immagine di mondo, ha addirittura teorizzato che ciò era anche
interesse dei Molti. Affascinati dalla flautata dolcezza di alcuni
concetti cari alla tradizione di queste forme di pensiero quali
“cosmopolitismo”, “internazionalizzazione”, “general intellect”,
“comune”, “post-nazionale”,  unitamente alla pervicace cecità sul
concetto di Stato ed alla confusione tra i concetti di Stato e Nazione,
si è finiti per produrre una sillogismo demenziale: siccome il capitale è
globale, io son contro il capitale, ergo, dobbiamo farci classe globale
che combatte il capitale[5].
Che poi sarebbe come se il Crotone, incontrando il Barcellona,
teorizzasse di doversi votare al tiki-taka per sconfiggerlo. Tutte e tre
queste forme di aspiranti antitesi (forse eccetto la prima che in
effetti teorizzava il pensiero globale ma l’azione locale) sembrano non
aver capito che l’agente principale di questo gioco è sempre e solamente
lo Stato che promuove il suo interesse nazionale[6].

Lo Stato definito come intenzionalità
politica, giuridica e militare (spesso anche fiscale), che ha sovranità
su un certo territorio su cui insiste una data popolazione, è un ente
che appare in sincronia con la comparsa della società complesse, 5000 anni fa
o addirittura prima. Ha declinato la sua forma spaziale in regno,
impero, città-stato, signoria o principato, stato-nazione o stato non
nazionale; ha declinato la sua forma funzionale in feudale,
centralizzato, federale; ha declinato il suo ordinatore in politico,
militare, teocratico, capitalistico; ha declinato la sua forma politica
in monarchia o tirannia, oligarchia o aristocrazia, raramente in
democrazia o demagogia[7]
o forme intermedie tra cui l’oligarchia votata “democraticamente” che
chiamiamo democrazia rappresentativa; ha declinato la sua composizione
in nazionale (concetto originario della sola Europa e della sua
peculiare geo-storia) o pluri-etnico, ha avuto confini certi o sfumati,
si è addensato intorno ad un credo religioso o più d’uno  ma l’ente
soggetto della storia politica ed oggetto del discorso è sempre è solo
uno: lo Stato.

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Le teorizzazioni anti-statali, che siano
quelle dell’anarchia o del mercato autoregolato che risolve tutti i
problemi (l’anarco-capitalismo di Murray Rothbard), svolgono una
funzione critica ma non si è mai visto governare effettivamente porzioni
di territorio con popolazioni concrete, da altro che non sia una
qualche forma di Stato. Anche l’ispirazione anarchica, quando ha provato
concretamente a gestire popolazioni (da gli anarchici ucraini di N.
Makhno alla Settimana rossa di Malatesta, alla guerra civile spagnola), è
diventata una forma di socialismo consigliare o democrazia molto
diretta e permanente che se non fosse stata presto stroncata dal flusso
storico, non avrebbe potuto prendere altra forma che quella di Stato,
non centralizzato, non militarizzato, non capitalista, probabilmente
iper-federale-comunitario ma comunque, Stato. Forme reticolari quali le
anfizionie, le leghe, le confederazioni, esistono in quanto mettono in
interrelazione Stati o unità politiche di popoli territoriali. Financo i
seminomadi che erano certo  meno territoriali degli stanziali, ebbero
forma di unità politica-economica-militare-fiscale come nel caso degli
Unni e dei Mongoli. Solo la condizione tribale, per altro dipendente da
un rapporto molto basso tra popolazione e spazio territoriale, esce
dallo schema e nel caso delle confederazioni dei nativi americani, poi,
neanche del tutto.

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Infine, la reiterazione del concetto di capitalismo che sembra non aver necessità di qualificazione geografica[8],
ha portato -erroneamente- a ritenere di aver a che fare davvero con un
miracoloso ente autorganizzato, acefalo e liquido come ci viene
raccontato dai tempi di Smith (1776) stante che lo stesso Smith parlava
sì di ricchezza ma delle “nazioni”, nel senso di degli “stati”. Marx,
nel XXIV capitolo del Libro I del Capitale, dice che il capitale si è
servito principalmente del potere dello Stato ma sembra relegare questa
funzione solo al fine della accumulazione originaria, mentre invece non
c’è aspetto dell’affermazione e dello sviluppo del modello capitalistico
madre, ovvero quello britannico, che non dipenda direttamente o
indirettamente da qualche Act del parlamento a cui era demandata la
funzione generale dello Stato sin dal 1688-89, fino alla sua fase
imperiale. Così per la successiva fase americana. Del resto, non è che
il Washington consensus si sia formato in un club privato di capitalisti
internazionalisti e si sia imposto per spontanea accettazione nella
magica convergenza di interessi delle classi dominanti, si chiama
Washington perché quella è la capitale politica degli Stati Uniti
d’America, così per la wave liberista Reagan-Thatcher  e per quella
neo-liberale Clinton-Blair, così per quella che ci aspetta
nazional-liberista di Trump-May, stiamo sempre e solo parlando di Stati
Uniti e Gran Bretagna che fino a prova contraria sono Stati, stati
dominanti. La culla del pensiero neo-liberista (Chicago, Illinois, USA)
è giunta infine a dare presunto spessore teorico alle disposizioni
operative di quello che si chiamava Washington consensus, recuperando
teorizzazioni austro-tedesche già degli anni ’30 che erano finite nel
dimenticatoio, e comunque l’ha fatto partendo da una università
americana.

= = =

Reso così invisibile, l’interesse
nazionale  delle “nazioni dominanti” categoria politica che sarà meglio
affiancare  a quella sociologica delle classi dominanti ed a quell’altra
che ha unità metodologica nell’individuo, è diventato una struttura in
bundle con una narrazione che voleva far di tutto il mondo un mercato,
stante che Wall Street, la City e la stragrande parte delle Top 500 di
Fortune sono appunto banche, aziende o centri di mercato delle nazioni
dominanti e quindi dominando il gioco si pensava di poter dominare o
quantomeno ordinare in proprio favore, lo spazio-mondo che nel frattempo
diventava sempre più complesso e non solo per via della globalizzazione
che –appunto- è stata un tentativo di dominare quella crescente e
minacciosa complessità.

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A conti fatti, però, sono apparse molte
minusvalenze in questo gioco. Il capitale nazionale ha tradito spesso e
volentieri l’interesse nazionale sia de-localizzando la produzione che
la sede fiscale, con riflessi occupazionali negativi e crescita
dell’interdipendenza in molti settori. Trump si sta accorgendo che se
gli USA dovessero far guerra alla Cina, ad un certo punto la macchina
bellica si bloccherebbe in attesa dei pezzi di ricambio prodotti
-appunto- in Cina. Inoltre, la distrazione fiscale porta lo Stato a
debito ed uno Stato a debito è come un gladiatore in catene. Infine, a
conti fatti, ci ha guadagnato  solo il capitale finanziario che
notoriamente è in mano a pochissimi i quali, pur nelle men che formali
democrazie occidentali e pur controllando tutte le fonti che formano ed
informano l’immagine di mondo (accademia, informazione, editoria),
contano pochi voti. Poiché della narrazione faceva parte l’assurda
novella del trickle down, scoperta che questa è una post-verità
e che in realtà i salari ristagnano, l’occupazione cala ed il futuro è
viepiù incerto, capita poi che il popolo s’imbizzarisce e magari vota
come non dovrebbe, da cui la canèa sui populismi. Certo, tutti questi
effetti erano facilmente prevedili ed alcuni studiosi critici li avevano
annunciati ma le tempeste ideologiche e gli spezzoni di società che le
promuovono, durano finché non vengono palesemente falsificati, ovvero
estensivamente ed intensivamente contraddetti dai fatti. Poiché lo Stato
e l’interesse nazionale hanno una intenzionalità collettiva, questa ci
mette un po’ di tempo a cambiare assetto, il tempo in cui i fatti
reclamano una diversa interpretazione, quindi una diversa élite.
L’epistemologo T. Kuhn, ci ha fatto su una teoria madre per tutti i
sistemi di pensiero, il paradigma ordinante resiste fino a che i fatti
fuori teoria non sono così tanti e clamorosi da spingere qualcuno a
trovare un nuovo paradigma da cui far discendere un diverso sistema di
pensiero in grado in interpretare anche le scomode anomalie.

Ma questo sarebbe niente se, sempre a
conti fatti, le nazioni dominanti non avessero fatto il bilancio da cui
emerge con impietosa chiarezza che USA e UK sono in pauroso deficit
commerciale (e Germania e Cina sono in pauroso surplus), dollaro e
sterlina non hanno un futuro pari al loro passato, Brasile, India e Cina
non staranno a lungo nell’Fmi e nella Banca mondiale a farsi trattare
da uscieri quando assieme fanno un quinto del Pil mondiale (e possono
solo crescere), il sistema di cui sono centro ovvero l’Occidente è in
sistematica contrazione demografica e di ricchezza complessiva, la
favola bella che ieri c’illuse -le magnifiche sorti progressive
dell’economia smaterializzata-, oggi non c’illude più, o Ermione. Si
aggiunga quell’ostinato di Putin, i costi insostenibili
dell’Impero-mondo che alla fine perde tutte le guerre (ad eccezione
della prima “limitata” in Iraq di Bush senior), le vie setose basate
sulla reciprocità confuciana dei cinesi, i pazzi cavali arabi
dell’Arabia Saudita petro-wahhabita che vorrebbero scorrazzare su tutto
l’ecumene musulmano che consta di ben 1,5 miliardi di persone, le
sinistre populiste sud-americane oggi domate ma sempre pronte a rifarsi
vive visto che le ragioni che le determinarono non sono scomparse, gli
sgangherati europei che viaggiano a sbafo nell’Alleanza atlantica e
occupano congrue porzioni delle riserve valutarie mondiali con l’euro ed
oltretutto deprimono la circolazione della ricchezza perché hanno
creduto così alla lettera alla favola del meno Stato e più Mercato da
votarsi alla monastica austerity dogma della teologia teutonica. La
teoria non funziona più ed i fatti fuori teoria hanno raggiunto il
limite, urge quindi un cambio di paradigma, un nuova dottrina immagine
di mondo, una nuova élite.

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Il bello degli anglosassoni è che da
secoli perseguono con inflessibile coerenza il loro esclusivo interesse
nazionale ma o riescono a farti sentire partecipe di ciò perché anche tu
iscritto al “mondo civile”, cioè il loro modo di vivere e pensare il
mondo o quando scartano bruscamente, non ti resta che ammirarli perché
sono intrinsecamente “rivoluzionari”[9].
Sono rivoluzionari per un motivo ben semplice: sono realisti. Il
realista non detta l’idea al mondo, registra la realtà ed adegua l’idea
ad essa per cui se il cumulo dei fatti che fa la realtà passa
bruscamente di stato, eccoli subito pronti a dire il contrario di quello
dicevano ieri. Tu invece sei idealista e prima di tutto coltivi idee
che rimbalzano sulla realtà non importa quanto corrosive ti sembrino
(secondo un principio di relazione inversa, più ti sembrano corrosive
più non corrodono nulla) e poi ci metti decenni a modificare il tuo
complesso sistema di immagine di mondo perché se fino a ieri eri
fondatamente “internazionalista” hai qualche difficoltà oggi a
riconoscerti “nazionalista”, stante che nonostante coltivi idee e
concetti come ogni buon idealista  non è poi sempre chiaro che
significato preciso tu dia a questi enti sfuggenti che spesso utilizzi
secondo l’andazzo del “così fan tutti”. In più, collezioni concetti ma
ti guardi bene da capirne l’architettonica perché ti hanno insegnato che
un “sistema di idee” è intrinsecamente totalitario visto che si occupa
del totale. Tu non devi occuparti del totale, ci pensa Dio o la Mano
Invisibile o la lotta di classe o le ferree leggi della storia, non è
roba da essere umani. Fatti un bel convegno sulla vitalità inossidabile
del concetto di comunismo e non preoccuparti che in quanto storicista
dovresti preoccuparti di credere che ci sia qualcosa che è inossidabile
al corso del tempo, non riflettere ovvero applicare i concetti a se
stessi. Sogna, che a rimboccare le coperte ci pensiamo noi.

= = =

Stante quindi che quello con cui abbiamo a
che fare è sempre l’interesse nazionale, interpretato in questo o quel
modo, a seconda della sensibilità che i decisori politici hanno nei
confronti di questa o quella élite economica e/o finanziaria a cui sono
legati da forti cointeressenze e del “calcolo politico” che deve
portargli consenso per essere riconfermati al potere, è da vedere ora il
significato dei due eventi cataclismatici del 2016: la Brexit e Trump.

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La duplice sequenza del riorientamento
strategico delle due nazioni dominanti, converge verso un significato
ben preciso: riappropriarsi della piena intenzionalità politica a
governo di tutti gli altri processi. La Gran Bretagna ha disdetto la sua
partecipazione alla rete giuridico-politica-commerciale che la legava
all’Europa, gli USA hanno disdetto la loro partecipazione alla rete
giuridico-commerciale del TPP, hanno definitivamente abbandonato l’idea
del TTIP, hanno annunciato la ricontrattazione del NAFTA, mostrano
segnali di prossima revisione della posizione nell’ONU, dichiarano non
più scontata la NATO e prima o poi sarà conseguente revisionare anche il
FMI e la WORLD BANK. Ovviamente la WTO è defunta e qualcosa avrà
effetti anche sulla BIS[10].
Dal Washington consensus al Washington dissensus. Questo “sciogliersi
dai legami” è stato sinora inteso come un possibile ripiegamento su se
stessi, ripiegamento decisamente improbabile per nazioni che, come nel
caso degli Stati Uniti, fanno il 24% del Pil mondiale con il solo 4,4%
della popolazione mondiale e che, come nel caso di Londra, rappresentano
la seconda piazza banco-finanziaria planetaria ed è pur sempre erede di
quelle genti che dopo il colonialismo, ha fatto il più grande Impero
della storia. Si disdice la partecipazione ad alcune reti, ma per farne
altre, con altra logica.

Ed infatti, Theresa May ha fatto un discorso in cui ripete più volte il concetto di Gran Bretagna Globale (qui), accompagnandolo da quanto da noi già anticipato tre settimane prima del voto di Giugno (qui)
 ovvero la formazione di un nuovo Commonwealth e la possibilità di
diventare un macroscopico risucchio di capitali liquidi e financo un
paradiso fiscale nei confronti dei capitali europei. Di contro,
inascoltato dai frastornati media ed esperti la cui agilità mentale è
pari a quella di un bradipo sazio di valium, Trump ha annunciato di
voler riformulare integralmente la rete degli amici-nemici del gigante
americano, andando da ognuno a trattare possibili accordi bilaterali.
Insomma da “globale” si torna a “inter-nazionale”. A suo tempo, H.
Kissinger, aveva disegnato un modello detto “hub & spoke” ovvero
“mozzo e raggi” come nella ruota di una bicicletta, cosa guiderà la
composizione di queste reti centrate rispettivamente su gli hub di
Londra e Washington? Una specifica interpretazione dell’interesse
nazionale, quella che pone come soggetto l’agente geopolitico (USA, UK) e
come oggetto una rete di partner ed alleati definiti tali per uno o più
aspetti tra quelli che compongono l’interesse nazionale: aspetti
economici, commerciali, finanziari, politici, militari, culturali e
financo religiosi. Non solo uno o più di questi, a guida della logica
per tessere le singole relazioni ma uno o più di questi subordinati
all’interesse primo che diventa quello geopolitico come logica che tesse
l’intera rete. L’interesse geopolitico, ovvero la
versione esterna dell’interesse nazionale (poiché ogni sistema ha un
interno ed un esterno), comune a quelle che sono due isole (gli Stati
Uniti con un muro a sud, montagne e foreste a nord e due oceani ai lati
possono essere intesi anch’essi come un’isola, per quanto di dimensioni
semi-continentali) è garantirsi in vario modo il controllo su porzioni
significative del mondo ovvero impedire che la più vasta porzione di
mondo esistente ovvero l’Eurasia, si saldi in sistema auto-organizzato a
sua volta centrato su i suoi tre poli principali: Germania, Russia,
Cina. Ne va della loro “centralità”, ovvero della posizione in cui
l’interesse nazionale domina e non subisce.

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La logica operativa che animerà il nuovo
disegno sul mondo delle due nazioni anglosassoni, ricorrerà alle due
semplici e sempiterne tattiche di relazione tra stati: il “divide et impera” ed “il nemico del mio nemico è mio amico”.
La logica verrà applicata tenendo conto del fatto che un potenziale
partner può essere utile magari per ragioni di fornitura di materie
prime o per ragioni geografiche o per ragioni commerciali più ampie o
per ragioni valutarie o per ragioni di rottura di schemi locali (ovvero
le unioni regionali che sono i sistemi naturalmente avversari per chi
vuole controllare porzioni di mondo stando su un’isola) o per ragioni
militari in vista di potenziali conflitti d’area, per una o più di
queste definizioni, perché utili in sé o per sottrarne la potenziale
utilità a gli avversari. Le trattative per formare le reti hub&spoke,
si avvarranno della tattica del “premi e punizioni” ovvero mostrare
all’ambiente delle trattative generali, quali vantaggi esclusivi avranno
coloro che si sottometteranno per primi o con minori resistenze e
viceversa quali tragici eventi potranno capitare a chi recalcitra,
defeziona o flirta col nemico. In questo senso, il Messico, diventa il
caso paradigmatico, quello in cui ne punisci uno per educarne cento, i
cento che saranno chiamati ad altrettante, complesse, trattative
bilaterali. È un gioco difficile e molto rischioso ma quali altre
alternative concrete avevano USA ed UK?

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Naturalmente, se volete perdere tempo e
confondervi le idee, potrete seguire analisi e profezie settoriali e
così economisti potranno spiegarvi quale assurdità è per l’UK isolarsi
dall’UE o seguire sociologi che vi spiegano i mali della rinuncia alla
“società aperta e cosmopolita” o seguire politici che non capiscono come
la Gran Bretagna possa vende armi alla Turchia o specializzati in
globalizzazione dirvi che la rete commerciale dell’Uno-Mondo è un fatto
irreversibile, un destino–mondo che solo un parvenue come Trump o una
sbiadita funzionaria di second’ordine come la May possono pensare di
contraddire. Del resto, cambiando paradigma, gli “esperti” di settori
diversi da quello che si affermerà, son destinati a non com-prendere gli
eventi, perché ne prenderanno uno o due alla volta. Ma se volete una
opinione franca, domandatevi se chi vi propone analisi ha il quadro
generale, se non è in conflitto cognitivo tra l’apparato epistemico di
cui è specialista e l’oggetto che deve interpretare e domandatevi anche
se è mai possibile che il mondo venga fatto dalla collezione delle
figurine Panini degli Uomini Illustri. Il mondo e la storia sono fatti
da processi, i processi vengono mossi da interessi, gli interessi sono
promossi da questa o quella rete di interessati che deve mediare il
proprio egoismo con l’interesse di altre reti, con quello della comunità
di cui fa parte, con quello dello Stato che ha un suo specifico
interesse nazionale di tipo strategico e comunque tutto -alla fine-
risponde al semplice setaccio del “funziona – non funziona”. Gli uomini e
le donne di copertina, sono gli interpreti di una sceneggiatura che
altri scrivono e di cui molta parte si scrive addirittura da sola
stante che, stabiliti alcuni principi primi, il resto va più o meno di
conseguenza ed i margini di scelta son di molto limitati, non
determinati ma limitati.

= = =

In molti s’era capito che dal mondo
ordinato dall’economico (quello che chiamiamo con termine
strutturalista, a volte fuorviante, “capitalismo”) si poteva uscire solo
usando l’ordinatore politico poiché la contraddizione funzionale base
del moderno è da sempre quella tra Stato e mercato, quindi tra il
politico e l’economico. Le nazioni dominanti oggi tornano ad abbracciare
lo Stato ed il politico in chiave geopolitica, una geopolitica di
potenza, unilaterale, conflittuale, che premi le nazioni anglosassoni
con beneficio per le loro élite ma anche un po’ di più il loro popolo ed
infatti ecco che la May è conservatrice sì ma “sociale” e Trump vince
coi voti degli operai della cintura della ruggine. L’appello al popolo,
lo stesso di Sieyés ai tempi del Terzo Stato, ricorre laddove una élite
fa alleanza col popolo contro un’altra élite, quella dei neolib inglesi
ed americani oggi in declino. A questo punto, poiché  il gioco diventa
disputarsi l’intenzione politica nella competizione tra Stati, si spera
che le brillanti menti critico-critiche, si ricordino che la disputa
fondamentale di chi deve gestire l’intenzionalità politica di uno Stato è
ancora quella di Erodoto: Uno, Pochi, Molti ovvero una qualche forma di
dispotismo più o meno ben intenzionato e popolare, una qualche forma di
oligarchia che promuove un interesse particolare vestendolo da generale
e l’unica forma che fa coincidere l’interesse nazionale con quello
generale: la democrazia reale.

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La speranza è l’ultima a morire ma la
Storia ci insegna che è morta molte volte e questa volta il funerale
potrebbe essere davvero molto triste, lungo e costoso.

I temi trattati nell’articolo sono più ampiamente trattati nel libro dell’Autore in

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“Verso un mondo multipolare” Fazi editore, 2017

[1]
Il conflitto Stato – mercato  viene addirittura prima di quello
capitale – lavoro in quanto questo secondo è proprio solo della
specifica forma che si diede lo Stato moderno occidentale e dipende dal
bottino nazionale da spartirsi.

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[2]
Riuniti in una, a volte formale, a volte informale, confederazione cioè
alleanza detta Occidente (anche se il Giappone è in oriente).

[3]
Un effetto di questa narrazione che poi è diventata stratega operativa,
è stato quello di ritenere persa l’industria visto che s’andava a
competere senza barriere con sistemi il cui costo del lavoro era non
comparabile. Oggi, Francia, UK ed USA hanno una contribuzione alla
determinazione del Pil nazionale da parte dell’industria, che oscilla
tra 19% ed il 21%. La media mondiale è 29%, la Germania ha un 30% e la
Cina, addirittura un 43%. E’ dall’industria e non certo dai servizi che
si genera il disavanzo che vede gli USA importare 4 volte di più di
quanto riescono ad esportare in Cina e l’Europa il doppio di quanto
esportano sempre ai cinesi.   La perdita dell’industria ha avuto
contraccolpi occupazionali gravi ma ha anche portato a quella
interdipendenza che, a volte, rende impossibile perseguire l’interesse
nazionale.  I libri di fanta-economia di Rifkin e tutta l’apologia
dell’immateriale, del libero scambismo, del vantaggio ricardiano ed
altre sciocchezze ben confezionate, purtroppo hanno avuto l’effetto
nefasto di far credere vero che il mondo si potesse ordinare con
Internet ed il “doux commerce”, oggi scopriamo con dolore, che non è
così. Del resto, nel 1350 c’era chi credeva che la Peste fosse una
punizione divina e non l’effetto della mancanza di una scienza, medica
anche se i veneziani, inventando la “quarantena”, cioè il parziale
controllo delle frontiere, avevano empiricamente trovato uno straccio di
prima soluzione.

[4]
La lettura della globalizzazione effettuata al tempo, vedeva un
ennesimo tentativo coloniale del primo mondo sul terzo e non vide con
sufficiente chiarezza l’alleanza tra classi dominanti del primo, del
secondo e del terzo.

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[5]
Come è noto, negli Stati Uniti ci sono molte cattedre accademiche
appaltate ad estimatori di Negri-Hardt, Foucault e financo genuini
marxisti. Forse, ai portatori di una corposa teoria centrata
sull’interesse delle nazioni dominanti, la cattedra (come ha detto un
mio amico) gliela darebbero, ma in testa. Anche il “liberale” ha il suo
limite.

[6]
Essendo europei, usiamo disinvoltamente il concetto di Stato e nazione
come equivalenti perché i due concetti si sovrappongono alla perfezione
nella geo-storia europea ma si tenga conto che Stato è una cosa, nazione
un’altra. Qui come altrove, per interesse nazionale si dovrebbe
intendere “interesse di quel specifico Stato” senza implicazioni
etniche.

[7] Come
“populismo” che è una categoria recente che oltre a rinominare la
demagogia non si capisce bene a cosa serva se non a fare confusione,
nonostante gli sforzi di Laclau e Mouffe. Demagogia, in filosofia
politica, è detta anche oclocrazia (Polibio).

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[8]
Il capitalismo “anglosassone” tendenzialmente liberal-imperialista, il
capitalismo “germanico” tendenzialmente ordoliberale da i tempi di Otto
von Bismarck ovvero da prima che fosse pensato come “ordoliberale”, il
capitalismo francese tendenzialmente statalista, il capitalismo
giapponese o asiatico tendenzialmente imperiale (imperiale ed
imperialista sono due concetti diversi) dalla sua origine Meiji alla
versione recente del PC cinese.

[9]
Rivoluzione inglese detta “gloriosa” e quella americana che poi era una
guerra d’indipendenza, quella industriale dei britannici e quella
postindustriale-digital-informativa degli americani, quella sessuale,
quelle scientifiche, quelle tecnologiche. Rivoluzione è in effetti un
concetto anglo-sassone, preso in prestito da Marx, forse perché era
sassone o forse perché troppo eccitato da quella francese.

[10]
TPP = accordo commerciale USA, alcuni stati del Sud America, del
Pacifico, dell’Asia; TTIP = simile al TPP tra USA ed EU; NAFTA = Accordo
commerciale già in essere USA-Mexico-Canada; FMI e WORLD BANK =
istituzioni bancarie e finanziarie già derivate dagli accordi di Bretton
Woods; WTO = Organizzazione del commercio mondiale; BIS = Banca dei
regolamenti interbancari.

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