Dove si decideranno le elezioni? Nord, centro, sud e astensione

Più la campagna sarà un duello fra centrodestra e cinquestelle e più il PD perderà voti. Un'analisi delle possibili dinamiche elettorali del 4 marzo tra astensione e spinte territoriali [A. Giannuli]

elezioni 2018

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Redazione 20 gennaio 2018aldogiannuli.it

di Aldo Giannuli.


 


[...] dove e cosa deciderà lo scontro del 4 marzo.


Vediamo la cosa prima di tutto dal punto di vista territoriale sulla base dei sondaggi e della composizione sociale del paese, oltre che delle tendenze già emerse nelle amministrative. Sinteticamente io direi: valanga azzurra al nord, esplosione “gialla” al sud e punto interrogativo rosso al centro.


Nel nord è probabile che ci sia la parte più cospicua della resurrezione del centro destra: è una zona del paese in cui prevalgono i lavoratori autonomi, più sensibili al tema della pressione fiscale, dove pesano di più gli elettori ultrasessantenni, dove la Lega ha il suo radicamento territoriale; tutti fattori che giocano a favore del centro destra, con la particolare eccezione della Liguria, regione con l’età media più alta del paese, ma dove gioca la presenza personale di Grillo e che i sondaggi danno a prevalenza gialla.


Al Sud c’è un peso molto maggiore dei disoccupati ed incide l’età media più bassa. Giovani e disoccupati è probabile che si dirigeranno verso il M5s che qui ha una delle sue roccheforti, la Sicilia, ma dove si prevedono picchi anche in Calabria, Lazio e (meno) Puglia e Sardegna. Probabile una affermazione più limitata in Abruzzo, Molise, Basilicata. C’è chi prevede una esplosione anche in Campania, terra di Luigi di Maio, dove, però, il movimento deve vedersela con il movimento del sindaco De Magistris che, sin qui, ha impedito affermazioni del M5s (si pensi alle comunali di Napoli nel 2016), dunque qui è probabile una affermazione decisa del movimento ma sulla cui entità è bene mettere un punto interrogativo.


E vediamo alla zona più incerta: il quadrilatero rosso di Toscana, Emilia, Marche ed Umbria, in altri tempi feudo blindato del Pci-Pds-Ds-Pd. Qui c’è (o forse c’era) la cassaforte elettorale, organizzativa e finanziaria del Pd: la lega delle Cooperative con il suo fittissimo reticolo di cooperative anche di grandi dimensioni, la massiccia presenza negli enti locali, le istituzioni culturali, la forte struttura organizzativa, le banche “rosse” come il Mps. Però questo impianto sociale non è più lo stesso o, per lo meno, non lo è più con la stessa forza: le cooperative (anche quelle grandi) hanno sofferto della crisi, la politica dei distretti industriali lascia dietro di se troppi capannoni vuoti, gli enti locali non hanno più la stessa potenza di spesa, i terremoti bancari hanno colpito il principale istituto (il Monte dei Paschi) ma non hanno risparmiato nemmeno realtà minori (Banca Etruria, Carimarche) che contribuivano a sostenere l’economia del territorio ed hanno bruciato masse di risparmi, poi l’altro terremoto (quello vero, non quello figurato) ha colpito pesantemente Umbria, Marche, ed un po’ l’ Emilia in questi sette-otto anni.


Questo riguarda anche Lazio e Abruzzi, ma, i ritardi e gli errori imperdonabili nella ricostruzione colpiscono dappertutto il partito che è stato al governo, non quello che è stato all’opposizione, il M5s, mentre delle responsabilità del centro destra nessuno si ricorda più.


E questo è il quadro generale che gioca a sfavore del Pd, c’è poi un’altra minaccia: la scissione di Leu che, piaccia o no, attinge allo stesso bacino elettorale. Questo, oltre che nella parte proporzionale, incide anche in quella dei collegi uninominali dove la divisione può aprire la porta al blu ed al giallo: il blu più in Emilia, il giallo più in Toscana, mentre Umbria e Marche sono già date per perse.


Dunque questa è una delle due incognite maggiori del voto: quanto il Pd resisterà nel suo “ridotto appenninico”: se dovesse resistere bene, questo andrebbe nel senso della mancanza di un vincitore assoluto e dovrebbe incoraggiare la formazione del governo Forza Italia-Pd, se, invece, dovesse cedere oltre una certa misura, questo da un lato faciliterebbe una vittoria assoluta del centro destra (che potrebbe sognare i 316 seggi per effetto della conquista di un cospicuo numero di collegi uninominali) e relativa del M5s che diverrebbe sicuramente il partito più votato, dall’altro renderebbe impossibile un piano B (governo Fi-Pd) in caso di mancata vittoria assoluta del centro destra e, dunque, nuove elezioni a settembre.


La seconda incognita è l’astensione: quanti astenuti in più ci saranno, che partiti puniranno, quanti astenuti rientreranno e chi voteranno?


Quando il 32% dichiara che non voterà o non sa se e cosa voterà, molte cose possono cambiare sino all’ultimo momento. Vediamo la cosa dal punto di vista dei flussi in uscita: è probabile (ma non certo) che essi colpiranno in particolare il Pd ed il M5s, perché l’elettore che si astiene è un elettore deluso da un determinato partito ma che non trova sulla scheda un simbolo che possa rappresentare la sua protesta. E’ difficile che questo sia la condizione di un elettore di un centro destra che è in pieno rilancio.


Potrebbe alimentarsi di elettori che non gradiscono il candidato uninominale (magari un leghista che si trova un ex alfaniano o uno di Forza Italia o vice versa) e questo trova nel carattere molto composito della coalizione un possibile varco, ma è presumibile che si tratti di flussi abbastanza circoscritti.


Un po’ più consistenti sono i rischi del Pd su cui pesa la delusione per i cinque anni di governo (e aggiungendo l’anno di Monti che va messo sul conto del Pd), che ha votato no al referendum, che dà per persa la partita che, però non se la sente di votare per il M5s o per il centrodestra. Però, questo tipo di elettore ha la carta di riserva di Leu, per cui questo flusso in uscita, ragionevolmente più consistente di quello del centro destra, potrebbe dividersi in due fra chi si astiene e chi vota Leu o altre liste di sinistra.


Il più insidiato dall’astensione è certamente il M5s per due ottime ragioni: in primo luogo perché si tratta di voti di protesta che non riesce ad intercettare (e quindi questo compromette una eventuale crescita), in secondo luogo perché potrebbe riguardare elettori che hanno votato quel movimento nel 2013 ma poi ne sono stati delusi: l’elettore più anti sistema che trova troppo moderata l’offerta di Di Maio, quello romano deluso dalla gestione della Raggi, quello che non apprezza il candidato uninominale che si trova, quello escluso dalle parlamentarie (o quello che sosteneva un escluso) che è irritato per questo eccetera e tutti che non si sentono di votare altri partiti.


Le elezioni europee del 2014 riservarono una cattiva sorpresa al M5s che, smentendo i pronostici che davano il Movimento per vincente, arretrò di 4 punti. Quel risultato conteneva un avvertimento: il M5s ha uno zoccolo duro che resiste e non si sposta, che probabilmente comprende, almeno per ora, la parte maggiore del suo elettorato, ma ha anche una fascia che oscilla verso l’astensione (e, infatti, nel 2014 l’astensione crebbe ed in misura maggiore dove il M5s perdeva di più).


Dunque il M5s deve guardare con molta attenzione a questo lato che è la sua principale incertezza, mentre non sembrano molto i rischi di elettori che passino ad altri partiti (forse qualche piccolo flusso verso Leu e una altro altrettanto piccolo verso la Lega).


Vediamo ora i flussi di rientro dall’astensione chi potrebbero premiare, se ci fossero: in primo luogo il M5s proprio per la sua contiguità all’elettorato astensionista, in secondo luogo il centro destra che, negli ultimi anni, ha visto forti flussi verso l’astensione e che oggi potrebbero rientrare per effetto del nuovo Berlusconi vincente. Vice versa non sembra probabile che il Pd possa giovarsene molto: difficilmente i partiti di governo uscenti intercettano voto ex astensionista a meno di un clamoroso consenso alle sue politiche di governo, quello che, però, non sembra si possa dire del Pd in questo momento.
Infine, la terza incognita: come giocherà il “voto utile”.


Il Pd, sino ad oggi, si è costantemente giovato del “voto utile” che, detto altrimenti, è il “voto contro”: forse io non sono quello che vorresti, ma se non vuoi far vincere quello che ti piace ancor meno, devi votare per me. Questa volta, la dinamica del voto utile gioca a sfavore del Pd che si presenta come terzo. Per cui, l’elettore che proprio non vuole un altro governo Berlusconi (o come si chiamerà il suo prestanome) è indotto a votare 5stelle (come è successo in Sicilia, dove il candidato Presidente del M5s ha preso ben l’8% in più della lista di partito) e, vice versa, quello che vede i 5stelle al governo come una irrimediabile iattura è indotto a votare per il centro destra.


Per cui, è ragionevole che più la campagna sarà un duello fra centro destra e M5s e più il Pd perderà voti. Ci sono poi dinamiche minori, ma, il grosso della partita, mi pare, si giocherà su questi tre terreni.


 


 


Fonte: http://www.aldogiannuli.it/dove-si-decideranno-elezioni-2018/


 


 


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