Paura e manipolazione. I riflessi condizionati nella questione terrorismo

Il panico nella piazza di Torino, un sintomo di una paura generalizzata che i media agitano intorno al totem del terrorismo. serve una presa di coscienza.

Paura e manipolazione. I riflessi condizionati nella questione terrorismo
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26 Giugno 2017 - 22.19


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di Roberto Siconolfi.

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Sembra un episodio da romanzo dell’assurdo, quello capitato a Torino poche settimane fa.  I fatti sono noti: in piazza San Carlo migliaia di persone intente a guardare la partita della Juventus vengono travolte dalla calca, più di 1500 i feriti. Il tutto è dovuto a un presunto attentato. Diverse le ipotesi, la più accreditata è che ci sia stata l’esplosione di un petardo e da lì qualcuno abbia gridato all’attentato, scatenando la prima ondata di fuggi fuggi. Successivamente alla caduta del parapetto di un parcheggio, c’è stato un secondo forte boato e a quel punto panico in tutto il centro.

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La questione solo superficialmente può essere affrontata dal punto di vista giudiziario. Si può fare un’inchiesta sul reato di procurato allarme, ma con la consapevolezza di non trovare nessun vero responsabile. Allo stesso modo si può accusare l’amministrazione comunale di non aver vietato la vendita di bevande alcoliche in piazza, con le relative pericolose bottiglie di vetro. Tuttavia, non si coglierebbe il vero dato che crea la differenza.

Il vero elemento qualificante è la questione terrorismo. E’ bastato solo un presunto allarme per scatenare questo putiferio, quindi bisogna scendere nei meandri della psiche individuale e collettiva per comprendere il fenomeno. Tra i meccanismi della mente c’è né uno in particolare al quale il fisiologo russo Pavlov diede il nome di “rafforzativo”. Il caso che Pavlov studiò era che ogni volta che entrava nella stanza dei cani, questi iniziavano a salivare in quanto associavano la sua presenza al cibo.

La categoria in esame è quella del ‘riflesso condizionato’ e questa può essere traslata nella psicologia di massa del terrorismo.

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Ancora, per capire come alcune notizie si diffondano nella massa possiamo fare un esempio. Quando, una volta successo un fatto, le voci giungono in modo differente a una certa distanza dalla zona dell’accaduto. Immaginiamo questo modus operandi nelle vicende attuali del terrorismo e non diamo per scontato nulla. Abbiamo dei fatti che vengono attribuiti sistematicamente all’ISIS, ma molti di questi sono inseriti in questo “calderone” pur non avendovi nulla a che fare.

Ad esempio, abbiamo il caso del malato psichiatrico a Monaco nel luglio 2016 o i casi di altri vari allarmi ugualmente dati dai media come tutt’uno col terrorismo. Entrando poi nel merito delle vicende, altre versioni degli attentati mettono in evidenza una diversa verità, come negli attentati di Nizza e Berlino. Gli addetti ai lavori nell’opera di controinformazione sanno benissimo come vengano truccate le carte per dare una verità preconfezionata, come nella vicenda siriana con i bambini preparati in stile Hollywood. Ancora, dovremmo tenere in conto che nessun’autorità giudiziaria ha emesso una sentenza di condanna per gli attentatori, anche per motivi di tempo. Abbiamo solo dei presunti colpevoli. Quasi sempre ammazzati prima di un’eventuale procedimento.

Fanno sorridere, poi, pur nella tragedia, gli episodi rocamboleschi di attentatori che dimenticano i documenti di identità sul luogo del delitto. Oltre a ciò, nei casi più veritieri, c’è da chiedersi come mai questi personaggi vengano fatti transitare sul territorio e lasciati in piena libertà pur sapendo della loro effettiva pericolosità.

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Esempio massimo riguarda i recenti fatti di Manchester dove l’attentatore, tra l’altro, era il figlio di un capo militare anti-Gheddafi.

Tutta questa mole di informazioni dovrebbe essere analizzata alla luce di quanto è già accaduto negli anni ’60-’70 e persino negli anni ’90 con l’operazione Gladio. All’epoca avevamo le operazioni della banda del Brabante Vallone in Belgio, la quale operava con azioni deliberate nei confronti dei civili – circostanze simili ai primi attentati al Bataclan o a Charlie Hebdo.

Tornando ancora più indietro nella storia, fu il Terzo Reich ad inaugurare quella che fu definita da alcuni suoi esponenti “la funzione politica della strage”. Questa aveva l’obbiettivo di mettere il paese in ginocchio, come con l’incendio al Reichstag, e questa teoria fu ripresa negli scenari dell’eversione “nera” italiana negli anni’60/‘70.

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Basta fare un po’ di ricerche, poi, per verificare come viene diffusa o meglio “fabbricata” la notizia. Il tutto parte sempre dall’agenzia mediatica SITE dell’Israeliana Rita Katz, la quale bolla le varie notizie dando l’imprinting iniziale del marchio ISIS. L’agenzia SITE è la stessa che “fabbrica” i video dell’ISIS, e che organizza la diffusione di tali notizie in tutte le attuali operazioni “False Flag”. Sull’ISIS dal punto di vista politico-militare poi si potrebbe aprire un campo molto più vasto che non analizziamo in questa sede. L’unica cosa da capire è che non esiste una direzione unica a tutto ciò che passa sotto il nome di ISIS. O meglio, i vertici delle operazioni sono un unico concentrato di interessi da ricercare nelle petromonarchie del Golfo, nello Stato di Israele e nei settori più oltranzisti di Occidente e NATO. Tuttavia le centrali dalle quali partono le varie operazioni sono più di una.

Tornando ai fattori di psicologia di massa, esperimenti da grande fratello orwelliano, si possono cogliere anche in altri fenomeni mediatico-sociali. Uno di questi è quello definito “putinfobia”. Dal mainstream, parte costantemente l’attacco a qualunque attività sia svolta dalla Russia e dal presidente Putin. Questa paura è indotta, perché le agenzie mediatiche direzionano l’informazione. La cosa è riscontrabile nei casi più liminali, come la vicenda del temuto killer Igor il “russo”. Questi era definito tale anche se non lo era, e poi è magicamente scomparso nel “nulla”. Associabile alla “putinfobia” c’è stata – soprattutto al momento della sua elezione e nei suoi primi giorni di governo – la paura di Trump o meglio del trumpismo. Ora che Trump ha normalizzato la sua politica economica ed estera, nessuno più si scandalizza e le star del jet set sono in silenzio. Anche la paura per la Corea del Nord e Kim Jong-Un ogni tanto viene fuori, in queste immagini ridicole che dettano tanto spavento nell’opinione pubblica. Si dimentica, però, che la Corea del Nord è uno stato sovrano come altri, e che proprio tali erano le campagne mediatiche cominciate prima che la NATO invadesse l’Iraq, l’Afghanistan o la Libia.

Sempre riguardo il meccanismo di diversione dell’informazione dal punto di vista della psicologia sociale, proprio in questi giorni mi è capitato più volte un episodio curioso ma indicativo. Al parlare della possibilità del nuovo secolo cinese, diverse persone hanno detto di avere timori a riguardo proprio per la presenza minacciosa del leader cinese, scambiato però con quello nord-coreano. Questa ricostruzione molto “naif” mi è stata fatta anche da persone del mondo universitario “qualificate” e apparentemente erudite, e questa incapacità minima di distinzione in effetti fa paura.

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Sempre facendo un parallelismo storico nel riprendere i casi di Putin o Trump, questa paura verso qualunque azione fatta dai due leader e dai paesi che essi presiedono, ricorda i tempi del maccartismo. Li nacque e fu alimentata una paura verso chiunque manifestasse divergenza dalla leadership americana, e non ci voleva molto all’epoca. Tutti venivano definiti “comunisti”, anche esponenti del mondo democratico, e semplici dissenzienti o presunti tali.

L’operazione comprendeva anche persone comuni alle quali veniva affibbiata l’etichetta dispregiativa di “comunista”. Sembra strano, ma non lo è, che proprio molti esponenti figli della tradizione di pensiero comunista, non abbiano ancora capito questa cosa. Altrimenti fingono adagiandosi, per comodità, nell’affibbiare l’etichetta di “tiranno” o “fascista” al leader russo e a quello americano.

Il vero pericolo, oggi, viene dal maistream mediatico, è lì che si gioca la partita del controllo delle menti e dei cuori dei popoli. Ecco perché tutti coloro che contrastano con le direttive delle élite mondialiste e del maistream, vengono tacciati dei peggiori aggettivi che la storia mette a disposizione.

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Tornando alla questione centrale dei riflessi condizionati, questi sono applicati e gestiti su scala globale dalle élite. Questi meccanismi della mente, del resto non sono neanche tanto “nascosti” a chi dalle masse volesse conoscerli. Figuriamoci se poi i “padroni del mondo” non utilizzano questi strumenti in una guerra che è tutta psicologica. La vera guerra, fatta con le armi, le élite non la fanno nel cuore dell’Occidente. Non sarebbe funzionale ad interessi di altro tipo. Per noi meglio giocare con la paura, con l’anestesia legata al consumo di droghe, alcolici e stordimenti pseudoculturali vari. Meglio promuovere ed organizzare l’idiozia nello stile di vita e nel modo di pensare. Meglio far affermare questo calderone totalizzante definito “pensiero unico”, pronto a sanzionare qualunque divergenza.

A tal fine si appresta l’opera degli psicopoliziotti sparsi in tutte le città e quasi sempre inconsapevoli di esserlo.

Pur tuttavia la situazione, come ogni altro fenomeno, arriva sempre ad un bivio, un punto d’inversione si direbbe in fisica. Un momento tale da far prendere coscienza del contesto globale nel quale siamo, e bisogna insistere su questo punto, perché è lì che si gioca la battaglia fondamentale. La coscienza se opportunamente difesa e sollecitata, può essere l’arma decisiva. Del resto stiamo parlando di azioni tutte volte allo stordimento continuo informativo, tecnologico o chimico proprio dei corpi sottili che l’Uomo possiede. E vale la pena giocare questa battaglia fosse anche per il semplice fatto di aver risvegliato e liberato la propria sfera interiore. Questa diverrebbe, anche se solo segretamente, l’unico vero posto che nessuna potenza estranea e, di alcun tipo, può venire a scalfire.

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