Anche Erdogan nel mirino di Soros?

Ogni teatro di guerra tende ad esportare la propria instabilità ai Paesi vicini. La posizione di "alleato" si dimostra più insidiosa di quella di nemico.

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6 Giugno 2013 - 09.28


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di Comidad.

Meno di due settimane fa il Primo Ministro turco Erdogan dichiarava
di prevedere una rapida caduta del regime di Assad in Siria, ad opera
dei “ribelli”. La dichiarazione era in linea con l”atteggiamento ostile
verso Assad tenuto dal governo turco in tutta la crisi siriana; ma
lanciarsi in auspici così plateali rappresentava sicuramente una
chiusura a qualsiasi possibilità di interlocuzione con un avversario
presentato come politicamente già morto.

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Il fatto che in questi giorni sia invece proprio Erdogan a veder messa
in questione la propria legittimità politica dalle manifestazioni di
piazza, rappresenta qualcosa di più di un”ironia del destino, ma
potrebbe configurarsi come una logica conseguenza della politica
anti-Assad. Ogni teatro di guerra tende ad esportare la propria
instabilità ai Paesi vicini, e ciò non avviene per un semplice
“contagio”, ma per il fatto che spesso la posizione di “alleato” si
dimostra più insidiosa di quella di nemico.

Riguardo alle motivazioni delle manifestazioni, appare strano questo
concentrarsi della rivolta contro la presunta svolta “autoritaria,
integralista e populista” di Erdogan, mentre soltanto da parte di gruppi
dell”estrema sinistra si accenna al fatto più macroscopico che la
Turchia stia partecipando all”aggressione contro un Paese vicino e
tradizionalmente amico. Mancano inoltre i riferimenti a tutti i pericoli
che comporta l”interventismo in Siria. Togliere il divieto del velo
islamico è certamente meno allarmante del fatto che Erdogan abbia deciso
di asservire il proprio territorio alle esigenze dell”aggressione della
NATO contro la Siria, lasciandolo trasformare in una base per le
milizie mercenarie del Qatar e dell”Arabia Saudita, ed esponendolo così a
tutte le possibili fregature connesse alla posizione di alleato troppo
servile e servizievole.

Infatti una delle conseguenze più gravi della posizione di alleato
subordinato riguarda la perdita del controllo del proprio territorio a
causa della crescente invadenza dei cosiddetti “alleati”. Sarà una
banalità ricordarlo, ma mettersi in posizione supina è sempre un invito
all”aggressione. Il colonialismo è sempre più schematico che strategico,
e spesso l”alleato può costituire una preda molto più facile e
disponibile del nemico. Non è un caso che la cosiddetta guerra in
Afghanistan sia diventata (sempre che non lo fosse sin dall”inizio)
soprattutto una guerra degli USA contro un loro “alleato” tradizionale
come il Pakistan.
Erdogan dovrebbe perciò cominciare a preoccuparsi del fatto che i media
occidentali denotino un atteggiamento sin troppo “comprensivo” nei
confronti dei tafferugli in Turchia, e si tratta degli stessi media che
in Italia considerano il sampietrino di un manifestante come un caso di
para-terrorismo. Altri commentatori ufficiali intanto già descrivono
Erdogan come se fosse un Fratello Musulmano, mentre i rapporti di
Amnesty International sono presi per oro colato, esattamente come per la
Siria. Analogamente, i capi di governo occidentali, a cominciare da
Angela Merkel, hanno espresso posizioni “equidistantiste”
che rappresentano una mortificazione diplomatica per un alleato
fedelissimo come il regime turco. Insomma, sembra mancare poco che
persino ad Erdogan venga affibbiato quell”epiteto di “dittatore” che
implica la morte civile a livello diplomatico.

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L”occupazione del territorio turco inoltre non ha riguardato soltanto la
presenza di basi di truppe mercenarie straniere, ma anche di servizi
segreti, e persino di quelle nuove agenzie della provocazione e dei
colpi di Stato che sono le Organizzazioni Non Governative. La Open Society Foundations
del finanziere “filantropo” George Soros – che si dimostrò decisiva
nella destabilizzazione di tutta l”Europa dell”Est e dell”Asia ex
sovietica -, risulta ora presente in modo massiccio anche in Turchia.

A scorrere i programmi ed i progetti della fondazione di Soros per la
Turchia, impressiona il loro tono educazionistico e civilizzatore, come
se la Turchia stessa andasse rapidamente convertita al vangelo
occidentalista. Particolarmente pretestuosa appare la questione
dell”estensione dei diritti della donna in un Paese che è stato tra i
primi a riconoscere loro il diritto di voto; addirittura dal 1923. Il
governo Erdogan inoltre non ha mai messo in questione i diritti
acquisiti dalle donne nel periodo dei governi laici, né vi è traccia di
islamizzazioni forzate; persino le norme che limitano la vendita degli
alcolici sono più miti di quelle dei Paesi scandinavi. Non si capisce
allora perché Soros non vada a salvare la Svizzera, che ha concesso il
voto alle donne soltanto nel 1971, o la Svezia, che raziona gli
alcolici.

Come è già avvenuto in Tunisia ed in Egitto, ed all”inizio anche in
Siria, non cӏ dubbio che la rivolta in Turchia convogli, o fagociti,
anche istanze e rivendicazioni autentiche di un Paese che ha
attraversato una notevole fase di sviluppo economico a costi sociali
durissimi. Ma occorre tener presente che la tecnica della “rivoluzione
colorata” elaborata dal team di Soros, non implica solo aspetti di
mistificazione, ma anche di manipolazione. Anche l”adesione alla rivolta
turca di un grande scrittore come Orhan Pamuk è sicuramente sincera; ma
lo stesso Pamuk, sempre lucidissimo nello smascherare le magagne
interne alla Turchia, si dimostra troppo spesso supinamente credulone nei confronti dei miti del Sacro Occidente.

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La fondazione di Soros afferma anche di adoperarsi per l”entrata della
Turchia nell”Unione Europea, cosa che sino a qualche anno fa avrebbe
potuto costituire l”ammissione ad un club di eletti, mentre oggi suona
come una minaccia di ingresso in un campo di concentramento. La “deriva
autoritaria” di Erdogan fa tenerezza se confrontata con l”attuale
situazione europea, nella quale un organismo come il MES (Meccanismo
Europeo di Stabilità), vanta uno statuto che – agli articoli 32, 33, 34,
35 e 36 – conferisce ad una ristretta oligarchia finanziaria dei
privilegi inauditi ed un”assoluta immunità giudiziaria. Il tutto avviene
nella completa disinformazione di una pubblica opinione convinta invece
di sapere tutto grazie ai finti eroi del giornalismo d”assalto come i
Santoro, le Gabanelli ed i Saviano. Tra l”altro il MES, mentre si arroga
poteri assoluti sulle finanze e sui parlamenti dei Paesi europei,
confessa nel suo stesso statuto – al punto 8 del preambolo
– la propria totale dipendenza da un”istituzione come il Fondo
Monetario Internazionale, controllata dagli USA che ne costituiscono il
socio di maggioranza.

Intanto, un”altra di quelle ONG no profit specializzate nella destabilizzazione internazionale, la Bertelsmann Foundation,
comincia a discutere di obiettivi molto più ambiziosi, cioè
l”inserimento della Turchia nel nuovo “ordine” transatlantico del
commercio e della finanza, una forca caudina imposta dagli USA e
contrassegnata dall”acronimo TTIP, che dovrebbe andare in vigore dal
2015, ma di cui l”opinione pubblica del libero Occidente non è stata
ancora informata.

L”integrazione nell”ordine transnazionale – cioè il dominio
incontrastato delle multinazionali – prevede l”eliminazione di quei
meccanismi di mediazione sociale che sono tipici dello Stato nazionale; e
si tratta di innocue politiche di garantismo sociale, che però le
organizzazioni transnazionali etichettano come “populismo”. Tutto ciò
che possa minimamente ostacolare lo strapotere delle multinazionali
viene perciò catalogato come minaccia autoritaria e degenerazione
morale. Il fatto di essere “alleati” non salva nessuno da questa sorte,
anzi, espone ancora di più all”aggressione coloniale. Se ne stanno
accorgendo ora i Paesi del Sud Europa, ed anche la Turchia potrebbe
rendersene conto di qui a poco.

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Fonte: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=552.

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