Una menzogna, sedici anni di vantaggio

Sedici anni dopo, riemerge la falsa intervista a Sakineh del «Guardian»: un caso che mostra come si costruiscono narrazioni di guerra e perché oggi, tra Ucraina e riarmo europeo, verificare subito conta più che mai. [Pino Cabras]

Una menzogna, sedici anni di vantaggio
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28 Agosto 2026 - 07.37


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di Pino Cabras.

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Il caso Sakineh, l’intervista inventata del «Guardian» e il meccanismo che oggi ritorna nella propaganda di guerra per arruolarci e impoverirci

Il 6 agosto 2010 il «Guardian» pubblica un’intervista esclusiva a Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana che in poche settimane era diventata il volto di una campagna mondiale. Il titolo è Iranian facing stoning speaks: «It’s because I’m a woman»: parla l’iraniana che rischia la lapidazione, e dice che le succede perché è una donna. Nell’articolo Sakineh accusa le autorità iraniane di mentire sul suo caso. In una frase sola c’è tutto: l’Iran, l’Islam, la condizione delle donne, la crudeltà di un regime. Firma Saeed Kamali Dehghan, che poco dopo sarà nominato giornalista dell’anno in Gran Bretagna dalla Foreign Press Association.

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Ebbene, quell’intervista non è mai avvenuta! Lo ha ammesso lui. Lo aveva già detto nel 2025, ma da noi la notizia è arrivata solo in questi giorni. Le parole presentate al mondo come la voce di Sakineh le aveva scritte il giornalista. Non è un errore di traduzione, non è nemmeno una fonte che si è rivelata poco affidabile. Insomma, non è un dettaglio secondario finito storto: l’intervista semplicemente non c’era. Il «Guardian» non ha tolto l’articolo, che è ancora online.

Per me non è una curiosità da addetti ai lavori. Del caso Sakineh mi sono occupato quando la campagna internazionale era al massimo, insieme a Giulietto Chiesa. Quel lavoro finì dentro Barack Obush. Il titolo univa i nomi di Obama e Bush, e voleva dire una cosa sola: alla Casa Bianca era cambiato l’inquilino, e anche il modo di parlare al mondo islamico, ma la macchina che prepara le guerre era rimasta la stessa. Il caso Sakineh serviva a dimostrarlo. Nel 2025 ho ripreso quel libro e l’ho aggiornato con un nuovo titolo, Matrice Globale. Il capitolo ottavo si chiama «Sakineh: salvare una donna o preparare la guerra?».

Non scrivevamo che in Iran non ci fossero repressione, ingiustizie, pena di morte. Scrivevamo il contrario: che difendere la vita di Sakineh era giusto, e che una vita vale comunque. Facevamo però una cosa che allora costava cara: andavamo a vedere da dove arrivavano le notizie.

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E si vedeva questo. I giornali italiani citavano tante sigle diverse – Comitato internazionale contro le esecuzioni, Comitato internazionale contro la lapidazione, Consiglio centrale degli ex-musulmani – e il lettore aveva l’impressione di un grande movimento fatto di gruppi indipendenti tra loro. Le prime tre facevano capo alla stessa persona: Mina Ahadi, esule iraniana in Germania. Il 3 novembre il «Sole 24 Ore» citava una di quelle sigle e il «Corriere» ne citava un’altra: sembravano due notizie che si confermavano a vicenda, ma la voce era la stessa. Da Parigi, Bernard-Henri Lévy rilanciava quel materiale senza mai citare nessun altro. Sarkozy dichiarava agli ambasciatori che la condannata era ormai «sotto la responsabilità della Francia». Fillon andava in prima serata a chiamarla «sorella di noi tutti». I sindaci italiani appendevano il ritratto al balcone. E il 20 agosto il «Times» pubblicava la foto di un’altra donna scambiandola per lei: da quello sbaglio è nata, di passaggio in passaggio, la storia delle novantanove frustate.

La nostra conclusione era che un fatto di cronaca vero era stato gonfiato fino a diventare una notizia mondiale, «condito con false notizie, stravolto e manipolato». E aggiungevamo una frase che oggi non mi fa nessun piacere rileggere: «Per fare questa operazione occorre avere delle “fonti”. Si costruiscono all’uopo». Si fabbricano apposta, cioè. Sedici anni dopo scopriamo che uno dei giornali più autorevoli del mondo aveva pubblicato come intervista esclusiva parole che la protagonista non aveva mai detto.

Qui però c’è un dettaglio che rende la storia molto più istruttiva di un semplice «avevamo ragione», e va raccontato per intero. La confessione di Dehghan è arrivata in Occidente perché a farla girare è stata Mina Ahadi. Proprio lei: la fonte che noi indicavamo come uno dei punti di passaggio decisivi di tutta la campagna, e che di sicuro non ha nessun interesse ad aiutare l’immagine della Repubblica islamica. Ahadi racconta di aver telefonato a Dehghan lo stesso giorno in cui uscì l’articolo, per chiedergli perché stesse scrivendo il falso. Dice che nessuno tranne lei era in contatto con Sajjad, il figlio di Sakineh, e che tutti i giornalisti del mondo passavano da loro. Dice anche che Dehghan la pregò di non dirlo al «Guardian», perché temeva di essere licenziato. E lei tacque.

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Sedici anni. Un falso in prima pagina, tradotto, ripreso, citato, diventato fiaccolata e petizione, entrato tra le cose che «tutti sanno». E almeno due persone che, se il racconto è esatto, sapevano dal primo giorno che quella non era la voce di Sakineh.

Sarebbe disonesto fermarmi qui senza dire il resto. Dehghan oggi si trova in Iran. Ci è tornato dopo aver lasciato da anni il «Guardian», che già nel 2018 lo aveva tolto dagli argomenti iraniani. Molti iraniani in esilio dicono che, nella condizione in cui si trova, non lo si può considerare un testimone libero. Lo dice anche Ahadi, senza mezzi termini. Può essere. Va aggiunta però una cosa che quasi nessuno sta riportando: la smentita non nasce quest’estate. Risale almeno al 2025, dopo un viaggio precedente, cioè prima dell’attacco del 28 febbraio 2026 e di tutto quello che è venuto dopo. Ad agosto non è cambiata la confessione: è cambiato il fatto che sia arrivata fino a noi.

Sul perché sia tornato non mi pronuncio, e voglio spiegare perché. Tutto quello che si legge sulle sue intenzioni viene da fonti apertamente di parte e spesso senza nome, che si citano l’una con l’altra. Uno dei siti che rilanciano la storia ammette di sfuggita di non essere riuscito a verificare nemmeno l’esistenza del profilo social su cui la storia si regge. Sedici anni dopo, sulla stessa vicenda, siamo di nuovo allo stesso punto: testimoni che non si possono controllare, notizie che girano in tondo, intenzioni attribuite a qualcuno senza prove. Dare a Dehghan un movente che non posso dimostrare vorrebbe dire fare a lui quello che nel 2010 è stato fatto a Sakineh. E non ne ho bisogno. La conferma che conta non viene solo da lui: viene anche da una testimone che gli è ostile, che dice di avergli telefonato nel 2010 e che avrebbe avuto ottime ragioni politiche per negare tutto. Del resto il nostro capitolo non aveva bisogno di questa confessione allora, e non ne ha bisogno adesso: nel 2010 bastava un abbonamento ai giornali e un po’ di pazienza per capire che le fonti erano una sola. Quasi nessuno lo fece.

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Sto attento anche all’errore uguale e contrario. Che una notizia di allora fosse falsa non rende false le notizie di oggi. Usarla così sarebbe esattamente lo sbaglio di metodo che abbiamo sempre rimproverato agli altri. Non dico che oggi sia tutto costruito. Dico che il meccanismo si riconosce: si prende una vicenda complicata e la si riduce a una storia semplice, con i buoni da una parte e i mostri dall’altra; si sceglie il simbolo capace di commuovere; si tolgono di mezzo i dettagli che rovinano il quadro; si dà del complice a chi fa domande; e alla fine la rabbia della gente diventa appoggio a decisioni politiche che con il caso di partenza non c’entrano quasi più niente.

Ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco con Giulietto Chiesa in anni in cui andare contro la corrente non conveniva a nessuno. Chiedere da dove venisse una notizia diventava una colpa. Chiedere una verifica voleva dire che simpatizzavi per il nemico di turno. Dubitare della versione ufficiale diventava un’accusa politica. Non ci interessava stare controcorrente per il gusto di starci. Ci interessava capire come stavano le cose. E quando le cose non stavano come voleva la linea del momento, a saltare era la linea, non i fatti.

Il prezzo si paga, e non è solo in termini morali. Il discredito organizzato ti chiude le porte del lavoro, gonfia la reputazione di altri, lascia solo chi fa domande e insegna a tutti gli altri che tacere conviene di più. Ma c’è qualcosa di peggio che pagare un prezzo per quello che hai detto: scoprire anni dopo di aver taciuto quando bisognava parlare. Lo dico senza soddisfazione, perché in questa storia il silenzio non è stato solo dei giornali.

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Nel capitolo scrivevamo che la storia vera serve da esca. Alla fine, nella testa della gente, non resta il processo, non restano i fatti: resta l’odio, l’esecrazione per il bersaglio che qualcuno ha scelto per noi. Si deposita e rimane lì per anni, sotto la superficie, senza che ce ne accorgiamo. Poi qualcuno lo risveglia al momento giusto, e allora «è la vigilia della guerra». Ecco perché questa confessione mi interessa più di una semplice rettifica. Una bugia pubblicata da un grande giornale non è un sasso che cade in acqua e sparisce. Entra in circolo, viene citata, tradotta, diventa titolo, commento in televisione, appello, ricordo comune. La smentita, quando arriva, non corre mai alla stessa velocità.

Oggi vedo tornare qualcosa di molto simile intorno al Partito del Riarmo. Lo vedo sul Medio Oriente, ma lo vedo da anni anche nella copertura della guerra ucraina e, più in generale, dei rapporti fra NATO e Russia. Anche qui il primo passaggio consiste nel restringere il campo visivo fino a ottenere una storia moralmente elementare: c’è un aggressore, c’è un aggredito, e tutto ciò che precede il momento scelto come inizio del racconto diventa sospetto, irrilevante o addirittura proibito. Dire che la Russia è intervenuta in Ucraina con le sue forze armate nel febbraio 2022 è descrivere un fatto. Pretendere che per questo non si possa più parlare dell’allargamento della NATO dopo la Guerra fredda, del vertice di Bucarest del 2008, della crisi ucraina del 2014, degli accordi di Minsk, della guerra nel Donbass, degli interessi strategici americani, europei e russi, significa invece decidere che la storia deve cominciare nel punto più utile alla tesi che si vuole dimostrare. I manipolatori vogliono sempre azzerare il contatore della storia a loro comodo. Vero, «Guardian»? Vero «Corriere»? Vero, Grande Fabbrica del Sogno e della Menzogna?

Ed è proprio qui che riconosco il meccanismo. Cercare le cause viene presentato come un modo per assolvere Mosca; ricordare le responsabilità occidentali equivale a «ripetere la propaganda del Cremlino»; domandarsi se una scelta della NATO abbia aumentato o diminuito la sicurezza europea diventa sospetto di putinismo. È una curiosa idea del ragionamento storico: come se spiegare le condizioni che hanno reso possibile una guerra significasse giustificarla. Ma senza le cause non esiste politica estera, mentre rimane solo il catechismo. E soprattutto non esiste diplomazia, perché per negoziare bisogna conoscere anche gli interessi, le paure e le linee rosse dell’avversario, non limitarsi a dichiararlo ripugnante e ridurlo al solito Hitler passepartout.

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Prendiamo gli iraniani che sono contro la Repubblica islamica: intellettuali e persone in esilio che agli ayatollah non devono niente e che quella scelta l’hanno spesso pagata di persona. Appena dicono che le bombe non liberano un paese, e chiedono che si smetta di bombardare, vengono sospettati di fare il gioco del regime. Li accusa la parte monarchica del loro stesso esilio, li accusano i canali in lingua persiana che qualcuno all’estero paga. Raccontano di avere paura a dire quello che pensano, di sentirsi soli, di doversi difendere dall’idea che chiedere la pace sia un favore agli ayatollah. È sempre lo stesso corto circuito: chiedersi quali siano le cause diventa complicità, chiedere una verifica diventa propaganda nemica, cercare una via diplomatica diventa vigliaccheria.

C’è poi un altro elemento comune. Nel caso Sakineh l’indignazione morale preparava l’opinione pubblica a considerare l’Iran non semplicemente un avversario, ma un’entità con la quale diventava quasi indecente immaginare un compromesso. Nella guerra ucraina è accaduto qualcosa di analogo con la Russia: non basta contrastarne le decisioni o condannarne le azioni; occorre spesso espellere dal discorso pubblico l’idea stessa che con Mosca si debba prima o poi trattare. Ma se parlare con il nemico diventa tradimento, rimane una sola politica possibile: continuare la guerra. Ed è esattamente nel momento in cui una soluzione politica viene trasformata in una colpa che il Partito del Riarmo ha già vinto metà della sua battaglia. Con tanti saluti al benessere di enormi masse di cittadini.

Ed è qui che la storia di Sakineh smette di essere una storia del 2010. Dehghan può ammettere dopo sedici anni che quell’intervista non esisteva. Noi possiamo rileggere quelle pagine e vedere che il meccanismo che avevamo descritto c’era davvero. Ma oggi sedici anni non li abbiamo. Non possiamo aspettare il 2042 perché qualcuno venga a spiegarci quali pericoli erano stati gonfiati, quali fonti non stavano in piedi, quali occasioni di negoziato fra Russia, Ucraina ed Europa erano state lasciate cadere o presentate come impraticabili, quali voci contrarie erano state messe a tacere e quali storie erano servite a far sembrare inevitabile una guerra che inevitabile non era.

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Una bugia di guerra si può sempre confessare più tardi, quando la guerra è finita, i morti sono morti e ammettere non costa più niente a nessuno. La verità che arriva dopo restituisce l’onore a chi era stato infangato, e non è poco; ma non restituisce la vita a chi è stato ucciso. Perciò il problema non è sapere chi avrà avuto ragione fra sedici anni. È impedire che la bugia abbia sedici anni di vantaggio, perché la pace serve adesso.

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