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Il sasso contro la vetrina

Del perché ho deciso di non rispondere alle domande della prova orale del concorso docenti. [Gualtiero Bertoldi]

Il sasso contro la vetrina

Redazione

20 Luglio 2013 - 15.41


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di Gualtiero Bertoldi

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Sono appena tornato dalla prova orale del famigerato concorso docenti voluto dall’ex ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca Francesco Profumo. La prova consisteva in questo: preparare e presentare oralmente per 25-30 minuti una lezione su di un argomento estratto a caso dal candidato stesso il giorno precedente (nel mio caso appunto ieri), e rispondere quindi ad alcune domande di carattere generale (che potevano riguardare la lezione stessa o l’intera disciplina) della commissione. Si è trattata di una prova di breve durata, dal momento che mi sono presentato, ho consegnato alla commissione un elaborato contenente la lezione da me preparata e ho dichiarato, affinché venissero verbalizzate, le testuali parole: “Iniziamo, ma penso finiremo subito, dal momento che, per protesta nei confronti del concorso, ho deciso di non presentare questa lezione e di non rispondere alle domande. Tutto qua.”

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Mi sono laureato in lingue e letterature straniere nel 2004, con un punteggio di 110; dopo un paio d’anni passati svolgendo vari lavori ho iniziato a insegnare nel 2006, con una supplenza della durata di un mese presso l’Istituto Comprensivo Statale “U.Floriani” di Recoaro Terme (VI). Al contempo ho frequentato l’VIII ciclo SSIS, accedendovi dopo aver superato l’annesso concorso statale (e che concentrava in una sola giornata due delle prove che, nel presente concorso, sono state situate a circa due mesi di distanza – ovvero il quizzone e la prova scritta riguardante la propria disciplina di studio). Conclusa la scuola (che prevedeva circa una dozzina di corsi e relativi esami nel giro di un anno e mezzo, con l’aggiunta di un paio di brevi tirocini), e superato un ulteriore concorso statale per ottenere il titolo finale: in questo caso l’esame, oltre a un colloquio riguardante una tesina preparata in precedenza, concentrava in 3 ore (selezione di un argomento a caso e strutturazione di una lezione inerente lo stesso) quello che fra ieri e oggi ho avuto 24 ore di tempo per fare. Ho ottenuto l’abilitazione con il voto di 72/80 e l’inserimento nelle famigerate graduatorie ad esaurimento. Da allora in poi ho sempre insegnato, con alterna stabilità, nelle scuole superiori di Padova, scalando poco a poco la graduatoria e vedendo svanire nel nulla, di volta in volta, le solite promesse dei gestori dell’istruzione pubblica che si sono avvicendati al ministero negli ultimi anni (li definisco gestori perché più che tagliare e comprimere, seguendo le direttive di altri ministeri, non sono stati in grado di compiere). A dicembre del 2012 ho preso parte al concorso docenti, superando la prova pre-selettiva con 41,5/50 e, a febbraio 2013, la prova scritta con 36/40. Oggi, giovedì 11 luglio 2013, invece di affrontare anche l’ultima prova orale, ho deciso di gettare un sasso contro una vetrina.

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Ricordo alcuni dialoghi avuti con colleghi e amici nel novembre dello scorso anno, riguardanti l’indizione del concorso: come questo fosse uno specchietto per le allodole per tutta una serie di questioni più urgenti (le mancate assunzioni, i pensionamenti rinviati, lo sfacelo di buona parte delle strutture edilizie, il continuo rinvio di un organismo di valutazione del sistema), come dividesse la categoria e azzerasse la (già bassa) solidarietà presente fra colleghi, dispersi su di una raggiera che spazia dal menefreghismo più ottuso al sindacalismo più convoluto e contorto, come andasse a duplicare inutilmente e con ulteriore dispendio titoli e competenze già acquisiti e verificati, e quali, infine, potessero essere le forme di protesta da mettere in atto per cercare di contrastare questo ennesimo sberleffo ad ampia risonanza mediatica nei nostri confronti. A conclusione di ogni discussione buttavo là, un po’ come boutade, un po’ come desideratum, che l’ideale sarebbe stato quello di passare tutte le prove, arrivare all’orale e, invece di rispondere, fare scena muta per protesta. Situazione che, alla fine, è effettivamente venuta a realizzarsi e che, nel mentre la stavo mettendo in atto, ovvero nella mezz’ora buona in cui la per altro gentilissima commissione cercava di convincermi a sostenere comunque l’esame, mi ha portato a pensare alla metafora del sasso e della vetrina.

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[i]La vetrina sono io, e il sasso è un sasso che ho, particella dopo particella, aggregato in fondo allo spirito in questi anni di insegnamento precario.[/i]

So benissimo che si tratta di una singola vetrina, e che, a fronte di altre centinaia rimaste intatte, non farà se non un rumore limitato, nessun danno visibile (a meno che non metta in conto quello che mi sono ipoteticamente autoinferto) e non cambierà nulla – esattamente come tutte le decine di manifestazioni in piazza alle quali ho partecipato negli ultimi anni. Solo, ho la consapevolezza di non avere accettato di superare un limite oltre il quale mi sarei personalmente sentito una testa di paglia, e sono comunque convinto di aver agito meglio sottraendomi a questo percorso che non seguendolo fino in fondo. È poco, ma è quello che, al momento, ho. Quello, e tutta l’aria che sta finalmente entrando dalla vetrina in frantumi.

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Pubblicato il 12 luglio 2013 in [url”Indizi dell”avvenuta catastrofe”]http://catastrofe.tumblr.com/post/55174127414/il-sasso-contro-la-vetrina[/url]

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