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'Stefano Feltri e le ''lauree inutili'': i dati, questi sconosciuti'

'Stefano Feltri ha voluto spiegare come ci sia chi ''sbaglia'' facoltà e sceglie gli studi umanistici. Ma ha frainteso numeri e contenuti degli studi citati. Ecco come.'

'Stefano Feltri e le ''lauree inutili'': i dati, questi sconosciuti'

Redazione

31 Agosto 2015 - 17.42


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 di Giuseppe De Nicolao.

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«I miei genitori, non certo senza
sacrifici, hanno investito parecchio sulla mia educazione. La nomea
dell’università e – mi piace pensare – le conoscenze e le competenze
acquisite mi hanno permesso di trovare subito il lavoro per il quale mi
stavo preparando
» scrive Stefano Feltri, sottolineando la saggezza
delle proprie scelte rispetto a chi sbaglia facoltà e sceglie gli studi
umanistici. Eppure, a dispetto di tutte le conoscenze e le competenze
acquisite, Feltri non solo basa le proprie affermazioni su uno studio
che non ha ancora passato il vaglio di una revisione scientifica, ma ne
fraintende i numeri e – ben più grave – i contenuti. In questo post
mostriamo che non se la cava molto meglio quando cerca di puntellare le
sue tesi con dati OCSE maldigeriti, che nei documenti orginali dicono
altro, oppure dà per scontate statistiche occupazionali che scontate non
sono. Per non dire di un non sequitur talmente palese da
essere subito smascherato dai suoi lettori. Non sappiamo dire se
l’università e la laurea di Feltri siano davvero tanto più utili di
altre. Di sicuro, però, la loro “nomea” trarrebbe giovamento da dei testimonial un po’ più attenti a quello che scrivono.

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Collage_Stefano_Feltri_Lauree_inutili

1. Un articolo dai piedi di argilla

Il 13 agosto, Stefano Feltri,vicedirettore del Fatto Quotidiano, scrive un articolo in cui, spiega che

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I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. … fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere.

A sostegno della sua tesi, Feltri cita i risultati di un “paper del centro studi CEPS, firmato da Miroslav Beblav?, Sophie Lehouelleur e Ilaria Maselli” che “ha calcolato il valore attualizzato delle lauree”.

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Ma l’articolo del Fatto Quotidiano imbarca acqua un po’ da tutte le parti. Le falle principali sono non meno di quattro.

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Falla n. 1: Nella prima
stesura Feltri scambia i numeri del paper per “migliaia di Euro”, ma ha
preso un abbaglio ed è costretto ad aggiungere una postilla in cui
riconosce la svista:

le tabelle sul valore attualizzato delle
lauree non si riferiscono al valore in euro, come può sembrare e come a
me è sembrato, ma alla differenza rispetto alla media. I ricercatori
fissano a 100 l’NPV medio, cioè il valore attualizzato del titolo di
studio (calcolato in euro e poi standardizzato a 100) … Chiedo scusa per
l’errore – che dimostra come in matematica e statistica non siamo mai
abbastanza preparati – ma le tabelle riassuntive dello studio sono un
po’ scarse nella legenda. Adeguo quindi il post di conseguenza.

Ai posteri giudicare se le tabelle dello studio fossero state scarse nella legenda, ma, come notato da Marco Viola, a pag. 8 dello studio sta scritto che

For all these reasons, we standardise the results: we set
the average NPV to 100 in each country and examine how each of the four
fields compares to the average.

Sembra facile da capire, anche senza
particolari conoscenze di matematica e statistica. Sempre che si abbia
l’accortezza di leggere le proprie fonti prima di citarle.

Falla n. 2: È ancora Marco Viola a notare che la fonte di Feltri, non ha una solida certificazione scientifica, ma è solo

uno studio pilota, che, almeno per ora,
non ha superato una peer review da parte degli altri economisti. Non a
caso è stato pubblicato a mò di bozza (working paper) sul sito del loro
centro studi. Non è un po’ imprudente scriverci su un articolo,
indicando peraltro gli autori come “gli economisti” (per antonomasia),
quando ancora non c’è stato il tempo di raccogliere altri pareri dalla
comunità scientifica?

Falla n. 3: Non solo Feltri si è basato su una bozza, ma non ne ha nemmeno riportato fedelmente i risultati, come sottolinea l’implacabile Marco Viola:

Nell’articolo del Fatto si legge:
“Purtroppo, migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a a
Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte”. Ma scienze
politiche appartiene esattamente al settore scienze sociali – un settore
che lo studio descrive come un buon investimento.

Falla n. 4: A Feltri sembra essere sfuggito persino il punto principale dello studio, come sottolineato da un commentatore sul Fatto Quotidiano:

CommentoFQ_gap_femminile

Feltri sostiene che fare studi
umanistici non conviene e che i ragazzi piu svegli e intraprendenti si
buttano in Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. E come lo
giustifica? Con uno studio che dichiara che “enrolling in science, technology, engineering and mathematics (STEM) courses is often not the best investment for students, especially female students”. Anzi, come sottolineato da Monica Azzolini, per le donne le conclusioni sono l’opposto di quanto sostiene Feltri:

Dal punto di vista dell’uguaglianza di
genere, però, la sorpresa è che le donne ottengono valori superiori agli
uomini solo nel campo umanistico … Come dire che solo e unicamente in
questo settore una brava laureanda fa meglio del suo collega uomo.

E che a Feltri fosse sfuggito niente
meno che il punto principale dello studio è confermato qualche giorno
dopo anche da una delle coautrici, Ilaria Maselli:

Se siete donne, partite avvantaggiate nelle materie umanistiche e molto svantaggiate in quelle scientifiche.

Una dimenticanza da nulla quella di
Feltri che, nell’elargire briciole di saggezza agli immatricolandi, ha
scordato “solo” metà del mondo.

sabbiemobili

2. Sabbie mobili e tiro al barattolo

Per replicare alla gragnuola di critiche che piove sull’articolo del 13 agosto, Feltri ne pubblica un secondo il giorno dopo. Il 17 agosto ne arriva un terzo, corredato di qualche numero e qualche grafico. Il quarto e ultimo è datato 19 agosto.
Il paragone più appropriato è forse quello di un malcapitato che,
essendo finito nelle sabbie mobili, continua ad agitarsi con l’unico
risultato di affondare sempre più.

Impossibile citare tutti gli articoli
che lo contestano non solo sul piano degli errori materiali, dei
fraintendimenti e delle omissioni, ma anche su quello del paternalismo,
dei pregiudizi e del rudimentale apparato ideologico. Oltre al già
citati Marco Viola (qui e qui) e Monica Azzolini, vale la pena di ricordare le tre repliche apparse su Valigia Blu [1], [2], [3], la prima delle quali riproposta anche ai lettori di Roars e la lettera del Coordinamento Universitario LINK, chiusa da una citazione, assai pertinente, tratta dalle Lettere luterane di Pasolini. A Marco Bella
spetta il merito di aver riportato la discussione sui binari
dell’argomentazione razionale, richiamando, anche graficamente, quei
dati OCSE, Istat e AlmaLaurea che dovrebbero costituire l’ABC di
chiunque intavoli una discussione in tema di lauree e occupazione. I
cinque fatti provvidenzialmente richiamati da Marco Bella sono:

  1. più si studia, più si ha la possibilità di lavorare (AlmaLaurea su dati Istat);
  2. più si studia, più si guadagna (Istat e Ocse);
  3. il numero di laureati in scienze umane in Italia è in linea con quello degli altri maggiori paesi europei (Ocse);
  4. i vantaggi riguardo l’occupazione futura ci sono per tutte le facoltà, comprese quelle letterarie (AlmaLaurea);
  5. i benefici non sono esclusivamente per i singoli, ma per tutta la società (Ocse_1 e Ocse_2).

Oramai, scrivere un articolo per evidenziare le falle degli articoli di Feltri è come giocare a tre-palle-un-soldo
al Luna Park. E allora, proviamoci anche noi. Non vinceremo un orsetto
di peluche ma avremo almeno dato il nostro contributo, seppur tardivo, a
questo esercizio collettivo di fact checking.

Prenderemo come bersaglio il terzo articolo di Feltri, limitandoci a lanciare tre palle su tre “barattoli facili”.

Tiro_al_barattolo

3. Prima palla: l’università fa un po’ schifo, ve lo dimostro io

Basta una lettura distratta del terzo articolo per notare un lampante non sequitur (talmente evidente da essere stato prontamente notato da almeno un paio di commentatori sul sito del Fatto Quotidiano, vedi qui e qui). Scrive Feltri:

Secondo punto: il sistema universitario
italiano fa un po’ schifo, scusate l’eccesso di sintesi. Almeno sulla
base delle competenze che vengono riscontrate tra gli studenti italiani e
tra gli adulti. Qui ci sono i punteggi Pisa in lettura, matematica e
scienze del 2012, rilevati dall’Ocse, raccolti tra gli studenti delle
superiori. E a fianco i risultati tra gli adulti: non si vedono grandi
miglioramenti. Queste non sono mie opinioni, sono dati.

OCSE_Pisa_vs_Skills

Un “ragionamento” che, nonostante la baldanza (“Queste non sono mie opinioni, sono dati”), fa acqua da tutte le parti:

  • Le rilevazioni OCSE sulle competenze di
    giovani e adulti non brillano per scientificità. A titolo di esempio,
    nella rilevazione PISA 2006, circa metà degli studenti non ha sostenuto
    nessun  test di letttura, ma l’OCSE ha assegnato dei risultati anche  a
    loro, sotto forma di “plausible values” estratti a caso
    da una distribuzione statistica (1). Per funzionare, una tecnica di
    questo genere richiede che la distribuzione statistica usata per le
    estrazioni descriva adeguatamente la realtà, ma – come ammesso dalla
    stessa OCSE – il modello usato non supera i test di significatività
    statistica (2). A detta di uno dei più noti statistici a livello
    mondiale, David Spiegelhalter, “The statistical model used to generate the ‘plausible scores’ is demonstrably inadequate“.
  • Quando una nazione presenta differenze territoriali così marcate come l’Italia, bisogna ha poco senso
    proporre ragionamenti sul valore medio nazionale. Nel caso dei test
    PISA lo ha capito persino Roger Abravanel, che in tema di istruzione e
    università non è un campione di rigore e competenza (ai suoi svarioni
    Roars ha dedicato un’apposita rubrica intitolata Abravaneide):  “I
    risultati di regioni come il Trentino Alto Adige, il Veneto e la
    Lombardia sono tra i migliori d’Europa, … Il sud è invece un disastro
    ” (La ricreazione è finita, p. 131).
  • Anche in assenza di eterogeneità
    regionale, non ha senso confrontare i valori assoluti di due diverse
    rilevazioni, perché i punteggi sono espressi in una scala relativa e non assoluta che fissa a 500 la media OCSE: “The average score among OECD countries is 500 points and the standard deviation is 100 points” (PISA FAQ).
    Pertanto, anche se le due popolazioni di adolescenti e di adulti
    fossero la stessa coorte rivalutata a distanza di alcuni anni, dal
    mancato miglioramento dei punteggi non sarebbe possibile desumere
    miglioramenti o peggioramenti delle competenze, ma solo il mancato
    avanzamento nella classifica.
  • In realtà, le due popolazioni di giovani e adulti non sono coorti confrontabili. Da una parte abbiamo i quindicenni del 2012, dall’altra il Survey of Adult Skills
    dell”OCSE copre un’intera popolazione di adulti la cui età varia dai 16
    ai 65 anni, le cui competenze sono il risultato di apprendimenti
    iniziati anche più di 50 anni fa in contesti sociali, economici ed
    educativi non confrontabili con quelli attuali.
  • Da ultimo, come si fa a dedurre che
    l’università fa schifo esaminando le competenze di una popolazione
    adulta la cui percentuale di laureati è decisamente minoritaria? Poche
    righe prima, lo stesso Feltri aveva ricordato che in Italia si laureano
    in pochi (come percentuale di laureati siamo ultimi in Europa e destinati ad essere presto superati dalla Turchia,
    aggiungiamo noi). Non si può dedurre che l’università fa schifo a
    partire dalla carenza di competenze in una popolazione adulta di cui solo il 12,1% è laureato (OCSE Education at a Glance 2014).
    Anche se non ce ne sarebbe bisogno, è la stessa OCSE a spiegare l’ovvia
    relazione tra basso livello di istruzione e competenze degli adulti,
    citando come caso estremo proprio l’Italia dove il 53% della popolazione
    non ha nemmeno un diploma di istruzione superiore:

As expected, adults who have not
attained upper secondary education (hereafter, “low-educated” adults)
score lower, on average, on the literacy scale than adults who have; and
the latter group, in turn, scores lower, on average, than adults who
have attained tertiary education (hereafter “high-educated” adults) … On
average across countries, about 24% of adults have not attained upper
secondary education; but this proportion ranges from a low of about 14%
in the United States to a high of about 53% in Italy.

OECD2015_adult_proficiency 

Da
un ragionamento come quello di Feltri è arduo concludere che
l’università italiana fa  schifo, a meno che non ci si riferisca allo
specifico ateneo che ha laureato chi argomenta in modo così maldestro
(un ateneo non statale, a voler essere precisi).

4. Seconda palla: studiamo cose sbagliate, ce lo dice l’OCSE

Feltri osserva che un terzo dei
lavoratori italiani occupa un posto che non corrisponde alle sue
competenze, fornendo anche il grafico che riproduciamo di seguito:

Terzo dato rilevante, ai fini della
nostra discussione: secondo l’Ocse, un terzo dei lavoratori italiani
occupa un posto che non corrisponde alle sue competenze. Così, a spanne,
tendo a pensare che sia più facile trovare un esperto di letteratura
inglese in un call center piuttosto che uno scienziato informatico a
staccare biglietti in un museo.

Se questo è lo scenario, le spiegazioni
possibili sono solo due (entrambe vere): gli studenti italiani studiano
cose giudicate inutili dal mercato del lavoro e le imprese italiane non
sono in grado di valorizzare le competenze dei loro dipendenti, per
esempio un laureato magistrale in economia si trova ad avere le stesse
mansioni e quasi lo stesso stipendio di un diplomato in ragioneria…. E’
chiaro che studiamo le cose sbagliate e, per aggravare la situazione, le
studiamo anche male.

 Under_Over_Qualified

Ma cosa succede se, invece di guardare
grafici di seconda mano e ragionare «così a spanne», andiamo a
consultare i documenti originali? In basso a sinistra del grafico si
legge che la fonte è uno studio di Adalet, McGowan and Andrews del 2015. Se lo consultiamo, scopriamo che la figura originale conteneva due pannelli (le note in rosso sono nostre).

OECD_Over_Under_skilled

Il pannello A coincide con la figura
riprodotta sul Fatto Quotidiano ed evidenzia che l’Italia, secondo le
definizioni dell’OCSE, presenta la più alta percentuale di lavoratori
con skill mismatch (mansioni che non corrispondono alle competenze). Il pannello B ci permette, però, di capire meglio l’anomalia italiana (sempre secondo l’OCSE).

  • La percentuale di lavoratori overskilled, pur sopra la media, è comunque inferiore a quella tedesca e australiana e non differisce molto da quella coreana e norvegese.
  • Ad essere decisamente fuori dalla norma è la percentuale di lavoratori underskilled,
    le cui competenze – sempre secondo le definizioni OCSE – sono
    decisamente inferiori a quelle ritenute necessarie per svolgere
    soddisfacentemente le mansioni del proprio lavoro. Come lavoratori underskilled siamo decisamente primi (più del 15%) mentre tutti le altre nazioni sono sotto il 10%

Un “dettaglio” non propriamente
irrilevante ai fini della discussione sulle lauree “inutili”. E nemmeno
sorprendente, dal momento che, come già ricordato per la “palla n. 1″, è
l’OCSE a individuare nella bassissima percentuale di diplomati e
laureati  una causa primaria del basso livello di competenze dei
lavoratori italiani. E la percentuale di laureati in scienze umane in
Italia è in linea con quello degli altri maggiori paesi europei, come
già ricordato da Marco Bella (vedi dato Ocse).

Insomma, più che studiare le cose
sbagliate, il problema è che gli italiani studiamo troppo poco e, invece
di correre ai ripari, siamo tra le nazioni che hanno tagliato di più le spese per istruzione e università.

EaaG2014Tertiary

5. Terza palla: la bestia nera dei Bocconi Boys

E non poteva mancare quella che sembra essere la vera bestia nera dei “Bocconi Boys“(3) Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: la famigerata laurea in Scienze della comunicazione, il cui spettro Stefano Feltri non può esimersi dall’evocare:

Vero. Ma da qualche parte bisogna pur
provare a rompere il circolo vizioso. Ed è più facile che, se ci sono
tanti ingegneri informatici, questi – magari da dentro le imprese –
migliorino il mercato del lavoro. Ma formare migliaia e migliaia di
scienziati della comunicazione di sicuro non aiuta.

Ma cosa dicono i dati? Ecco le statistiche occupazionali
a cinque anni dalla laurea dei laureati magistrali in Scienze della
comunicazione tratte dall’Indagine 2014 di AlmaLaurea (947 intervistati
su 1.413 laureati; per raffronto, lo studio citato da Feltri era basato
su un totale 1.642 osservazioni, a rappresentare tutte le lauree e tutto
il territorio italiano, vedi Tabella 2 del paper CEPS). A scopo comparativo, riportiamo anche i dati occupazionali di tutti i gruppi disciplinari, presi sempre da AlmaLaurea.

AlmaLaurea2015_Scienze_Comunicazione

AlmaLaurea2015_occupazione_gruppi_disciplinari

Il tasso di disoccupazione dei laureati magistrali in Scienze della comunicazione (11%) è inferiore a quello medio dei laureati (12%).
Se la cavano meglio solo i laureati del gruppo sanitario,
ingegneristico, economico sociale e di architettura. Numeri che potranno
sorprendere i Bocconi Boys, ma che trovano conferma in uno studio condotto da Fondazione Nord Est e università di Padova::

L’88 per cento dei laureati padovani in
Scienze della comunicazione trova lavoro. È il risultato di una indagine
realizzata da Fondazione Nord Est e Università di Padova. Il 66 per
cento, inoltre, ha un contratto di lavoro strutturato, in minima parte
nell’ambito dell’editoria. Forte inoltre è il legame con il territorio: 8
ragazzi su 10 lavorano infatti in Veneto (segue la Lombardia con il 9
per cento) e l’81 per cento è stato scelto da aziende private. La
ricerca offre una visione confortante anche in merito alla precarietà:
la situazione contrattuale vede infatti il 35 per cento di lavoratori a
tempo indeterminato, 31 per cento con contratti determinati, in totale
un 66 per cento di impiegati contrattualizzati. Ci sono poi i freelance
(11 per cento), mentre i lavoratori parasubordinati sono solo l’8 per
cento.

ComunicazioneOccupazione

Ma chi se li prende mai questi laureati che sembrano così inutili?

Il successo di Scienze della
Comunicazione a Padova è quello di aver trovato un terreno fertile e
ricettivo nella manifattura nordestina. Sono proprio le aziende venete
che si stanno internazionalizzando e hanno un grande bisogno di
«raccontarsi» per esplorare nuovi mercati che danno lavoro ai laureati
in Scienze della Comunicazione. Oggi infatti per competere e presidiare i
mercati internazionali le imprese manifatturiere italiane devono saper
coniugare il saper fare e il ben fatto con la capacità di narrare le
caratteristiche, la cultura e la qualità del Made in Italy.

Ci sarà pure un po’ di ottimismo in
questa chiave di lettura, ma i numeri sui tassi di occupazione e
disoccupazione stanno comunque a dimostrare che ci sono più cose tra
cielo e terra che nella mente dei Bocconi Boys (e di Stefano Feltri).

4. Cosa dovrebbe insegnare una laurea

I quattro articoli scritti in pochi
giorni mostrano che Feltri, basandosi su una lettura affrettata di un
lavoro non ancora accettato per la pubblicazione, ha cercato di dare una
patina di “scientificità” ai suoi pregiudizi, trovandosi presto
costretto a scrivere altri tre articoli per puntellare i suoi argomenti.
Ma, gli è andata male. Quando si trattano temi complessi come quelli
dell’istruzione universitaria e dell’occupazione non c’è niente da fare:
se cominciano a farti le pulci, non basta incollare qualche grafico e
citare numeri maldigeriti per mascherare la carenza di studio e di
documentazione. Magari perdonabili nelle chiacchiere tra amici. Un po’
meno in un vicedirettore di giornale, convinto di aver conseguito una
laurea più utile di tante altre.

Da parte nostra, fatichiamo a indicare a
quale tipo di studio spetti il primato. Di qualsiasi laurea si tratti,
dovrebbe però insegnare che prima si studia e si capisce. E solo poi si scrive.

(1) Citiamo dalla risposta che l’OCSE ha dato al Times Education Supplement: “The
Pisa assessment does not generate scores for individuals but instead
calculates plausible values for each student in order to provide system
aggregates.
” Più precisamente: “It is very important to
recognise that plausible values are not test scores and should not be
treated as such. They are random numbers drawn from the distribution of
scores that could be reasonably assigned to each individual.
” La definizione e la simulazione dei “plausible values” sono trattate nel Capitolo 6 del PISA Data Analysis Manual.

(2) È lo stesso capo dell’OECD analysis team,
Ray Adams, ad ammettere che il modello statistico usato dall’OCSE viene
“respinto” quando è sottoposto a test di significanza statistica: “The
sample sizes in PISA are such that the fit of any scaling model,
particularly a simple model like the Rasch model, will be rejected. PISA
has taken the view that it is unreasonable to adopt a slavish devotion
to tests of statistical significance concerning fit to a scaling model.
” (Comments on Kreiner 2011).
La giustificazione di Adams suona paradossale, in quanto presuppone una
sorta di immunità dalle normali regole di verifica scientifica, a patto
di raccogliere una grande mole di dati. A tale proposito, lo statistico danese Svend Kreiner scrive: “We
do not accept this point of view, because it implies that we should
always collect a lot of data to avoid the trouble of testing and
correcting statistical models
“.

(3) Bocconi Boys è un nickname che il Nobel Paul Krugman ha preso in prestito da Mark Blyth per indicare alcuni economisti legati all’ateneo milanese, tra cui Alberto Alesina.

Fonte:  http://www.roars.it/online/stefano-feltri-e-le-lauree-inutili-i-dati-questi-sconosciuti/.

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