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'Grillo, le fantacronache e l''arte del possibile'

Giuseppe Piero “Beppe” Grillo esce dalla stanza del Quirinale dove ha appena avuto il colloquio di consultazione con il Presidente, e poi...

'Grillo, le fantacronache e l''arte del possibile'

Redazione

5 Marzo 2013 - 00.40


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di Simone Santini – Megachip.

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Giuseppe Piero “Beppe” Grillo esce dal portone della stanza del Quirinale dove ha appena avuto il colloquio di consultazione con il Presidente della Repubblica per la formazione del nuovo governo. Il momento sembra storico, il clown che entra nelle stanze del potere per, parole sue, aprirle come una scatola di tonno. I telegiornali interrompono la normale programmazione per collegarsi in diretta, è la breaking news che si aspettava da un momento all’altro, tutti vogliono sapere cosa Napolitano e Grillo si sono detti. I flash dei fotografi inondano il comico genovese, in camicia bianca e giacca scura, senza cravatta, decine di microfoni si protendono su di lui, riparato solo da un cordone e un piccolo podio di legno.  Gli occhi di Grillo sembrano fiammeggiare, eppure la sua espressione è divertita, placida, sorniona. Guarda le telecamere. «C’è il Tg2?», è la prima cosa che dice. Ridacchia come un bambino che ha rubato la marmellata.

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«Ecco, sono tornato in RAI dopo vent’anni», lancia a mezza voce, e questa volta sono tutti i giornalisti, schierati e appesi alle sue parole, a ridere. Tira fuori dalla tasca della giacca un foglio, un unico foglio bianco, apparentemente innocuo. E comincia a parlare. 

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Il MoVimento Cinque Stelle, nella persona del suo garante, ha illustrato al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, di essere pronto a sostenere col voto di fiducia un governo tecnico formato da personalità di grande profilo morale e di garanzia. Una rosa di nomi, tra cui Napolitano potrà scegliere il Presidente del Consiglio da designare e suggerimenti sui possibili ministri. Non mancano le figure istituzionali. Per Palazzo Chigi Grillo ha fatto i nomi delle due donne che guidano la Camera dei Deputati e il Senato. E, cosa inaspettata, ha proposto anche l’attuale Presidente della Corte costituzionale. «Ho tentato l’effetto sorpresa», spiega, «nessuno sa chi è, come si chiama. Ve lo dico io, si chiama Gallo, Franco Gallo. Ma col casino che c’è adesso in giro, se si sparge la notizia che Gallo è il nostro candidato e passa.. con un po’ di culo ci ritroviamo don Andrea Gallo presidente». Risate. Snocciola un po’ di nomi, alla rinfusa, da cui poter pescare. Roberto Scarpinato. Franca Rame. Giulietto Chiesa. Carlo Rubbia. Silvano Agosti. Un paio di stranieri, anche perché, per i ministeri, la Costituzione non lo vieterebbe: Jeremy Rifkin allo sviluppo economico, Gérard Depardieu alla salute, Pepe Mujica alle politiche del lavoro, se l’Uruguay ce lo prestasse. Quindi indica un nome per il successore di Napolitano: Salvatore Borsellino.

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Poi, senza prendere fiato, scandisce i punti programmatici da approvare nel primo anno: abolizione dei rimborsi elettorali; fine degli emolumenti ai politici; tetto agli stipendi ed alle pensioni dei dirigenti pubblici; durissime leggi anti-corruzione e anti-evasione; una legge che ponga un tetto alla pubblicità e anti-trust per il sistema televisivo e comunicativo; conflitti di interesse; Wi-fi libero e gratuito; reddito di cittadinanza; cancellazione della linea TAV e del MUOS. Lanciare un piano energetico nazionale che attui integralmente, in venti anni, il passaggio dagli idrocarburi alle rinnovabili con la creazione di cinque milioni di posti di lavoro. Un audit sul debito pubblico che stabilisca in maniera perentoria quanta parte è un debito giusto, da onorare, e quanto è frutto di speculazione e attacchi alla sovranità italiana, da ripudiare.

Beppe Grillo fa un bel respiro, uscendo dall’apnea, ripiega il foglio. Sette secondi di silenzio. Un giornalista riesce a bucare la bolla d’aria, e chiede: «Quale è stata la reazione di Napolitano?». Un guizzo attraversa lo sguardo di Grillo: «Ah, non so guardi. Credo che lo stiano ancora raccogliendo dal pavimento». E mentre tutti ridono, se ne va.

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Questo siparietto surreale è un esercizio letterario che probabilmente, nella realtà, non si verificherà mai. Eppure, nella sostanza, sarebbe ciò che Beppe Grillo dovrebbe andare a dire a Napolitano alle prossime consultazioni per smontare gli assalti e le manovre contro il suo MoVimento.

Negli ultimi giorni e per le prossime due tre settimane si assisterà ad instancabili balletti tra le forze politiche e ipotesi di ogni tipo per tirarsi fuori dall’enigma uscito dalle urne: quale governo per l’Italia? Il cerino è in mano al PD che sta facendo, e farà di tutto, per scaricarlo in mano a qualcuno, segnatamente a Grillo ed al M5S, per far bruciare loro le dita, per farli apparire ottusi e ancorati alle loro piazze protestatarie, così da allargare le braccia e poter dire: ci abbiamo provato, se loro sono sfascisti irresponsabili, che ci possiamo fare?

Ma qual è, oggettivamente, la situazione attuale? Pier Luigi Bersani era il capo della coalizione di centro-sinistra. Se il suo schieramento avesse ottenuto una maggioranza autonoma, sarebbe stato il candidato premier naturale. Ma, poiché questo non è accaduto, non è più il candidato naturale di nulla, ora la scelta torna ad essere del tutto politica e di opportunità, nelle mani del Capo dello Stato. Bersani non può pretendere nulla, tanto meno di avere il primo incarico, e chi lo sta spingendo in quella direzione lo manda consapevolmente verso il personale naufragio. Può, invece, e deve, cercare un accordo politico su un programma condiviso con altre forze parlamentari per raggiungere la maggioranza e, in sintonia con queste, suggerire a Napolitano un nome di garanzia per la Presidenza del Consiglio che suggelli tale accordo.

Dato che la matematica non è un’opinione, le opzioni sono solo due: o questo accordo si realizza con il M5S o con il centro-destra (o spezzoni di esso insieme al centro montiano). Fin da subito il segretario del PD si è rivolto agli stellini, ma con una proposta, in prima battuta, inaccettabile. In realtà, quelli che si vedranno nell’immediato futuro, saranno negoziati fasulli. Il PD, o almeno gran parte della sua dirigenza, non sta cercando un accordo col M5S ma punta ad altro. Certo, se le aperture e gli ammiccamenti fossero sinceri, sarebbe un’occasione storica (come indicato anche dal sindaco di Bari, Michele Emiliano), probabilmente l’ultima per questo partito di cosiddetto centro-sinistra, per compiere quella svolta che la gran parte del suo elettorato da sempre vuole e non è mai stata realizzata. A tal scopo, però, Bersani non dovrebbe mettere spalle al muro Grillo ma tutta la dirigenza attuale del PD, partendo da se stesso per passare attraverso i D’Alema e i Veltroni, i Letta e i Franceschini, le Bindi e le Finocchiaro, i Gentiloni e i Fioroni e giù giù fino agli ultimi Renzi.

Le strade alternative non sono tante. A detta di tutti, un governissimo con dentro anche Silvio Berlusconi sarebbe un suicidio politico che regalerebbe la maggioranza a Grillo alle prossime elezioni. A meno che tale esito non fosse reso necessario ed irresistibile da un”emergenza: una crisi internazionale di vaste proporzioni, una nuova ondata speculativa contro l’Italia, attentati terroristici… 

Al di fuori di queste ipotesi, rimarrebbe la strada del ritorno alle urne in brevissimo tempo, magari anticipate da un governo di scopo, istituzionale, che provi a fare una riforma elettorale e poco più. Oppure una prorogatio dell’attuale governo per gli affari correnti mentre in Parlamento si tenterà l’approvazione di singoli progetti di legge con maggioranze estemporanee.

Tornare a votare entro il 2013 (a luglio o più probabilmente in autunno) potrebbe essere per il Partito Democratico l’unica mossa, anche se rischiosa, vincente. Si immagini una nuova tornata elettorale con i voti sostanzialmente cristallizzati di quella precedente, ma stavolta con una coalizione non più PD-SeL ma PD-Centro montiano. Il risultato sarebbe, anche con l’attuale legge elettorale, che tale coalizione Centro-Sinistra-Centro avrebbe di nuovo la maggioranza alla Camera ma potrebbe ottenere anche quella al Senato: vincerebbe infatti in tutte le regioni italiane (Veneto compreso) ad eccezione di Campania e Puglia, e la partita si giocherebbe voto a voto in Lombardia e Sicilia, che diventerebbero determinanti, contro il centro-destra. Tale dinamica potrebbe essere accentuata con una legge elettorale apposita: proporzionale con premio di maggioranza su base nazionale anche al Senato o maggioritaria a doppio turno.

Ma affinché tale manovra possa riuscire, saranno necessari alcuni presupposti.

Primo presupposto: fino all’ipotetica data del voto si vedrà sui media un’incessante, rabbiosa, implacabile serie di attacchi contro il M5S, in particolare verso i suoi parlamentari, per evidenziarne ad ogni occasione impreparazione ed inadeguatezza. Manipolazioni, agguati, strumentalizzazioni, evidenziazione macroscopica di ogni difetto e sbavatura. Il tutto per fornire, in modo martellante, l’immagine di una armata Brancaleone di dilettanti allo sbaraglio che spaventi da un lato il ceto medio ancora attratto dal concetto di stabilità, dall’altro l’elettorato della sinistra moderata e/o benpensante terrorizzata da venature, vere o supposte, fascistoidi, razziste o sessiste del MoVimento.

Secondo presupposto: il periodo pre-elettorale dovrebbe essere di, al massimo, 6-8 mesi, così che non maturi nel frattempo un nuovo sfondamento elettoralistico del MoVimento 5 stelle. Nell’ultima tornata, probabilmente, Grillo ha fatto il pieno per questa fase. Un ulteriore smottamento di voti così significativo da diventare senza argini avrà probabilmente bisogno di un periodo più lungo di incubazione e di un notevole ulteriore inasprimento delle condizioni socio-economiche della Nazione.

Terzo presupposto, il più importante: l’asse della alleanza non potrebbe certo svilupparsi sul binomio Bersani-Monti, ormai bruciato e impresentabile, bensì sul ticket Renzi-Montezemolo. Se, in un’astuta e accurata campagna elettorale, tale schieramento riuscisse a coniugare i messaggi di novità, freschezza e cambiamento, con quelli di solidità, affidabilità e stabilità, potrebbe rappresentare un polo di attrazione anche per quei milioni di voti che erano stati in fuga dal centro-destra per poi rifluire, nelle ultime settimane prima del voto, sulla figura del rinato Silvio Berlusconi.

È impossibile che qualcuno dei grandi strateghi che si muovono dietro le quinte non stia pensando o già predisponendo tale scenario, un nuovo successo del già sperimentato modello greco con il M5S nella parte di Syriza e il neo-centrista Matteo Renzi in quelle dell’attuale premier greco Antonis Samaras. Un governo del genere sarebbe la perfetta espressione dei cosiddetti “poteri forti”, visibili e occulti, nazionali e internazionali, ed avrebbe le carte in regola per governare un quinquennio senza scossoni, bloccando ogni velleità di cambiamento sostanziale del nostro paese ma dosando anche opportune boccate d’ossigeno per arginare altre distruttive derive anti-sistema. Insomma, una sorta di nuova, grande e moderna balena bianca, una Democrazia Cristiana 2.0 che sarebbe il peggior governo della storia della Repubblica italiana.

 

In capo al MoVimento promosso da Beppe Grillo sta la grande responsabilità di combattere questa eventualità. Il primo e immediato impegno è andare a vedere il bluff che verrà proposto dal Partito Democratico tra pochi giorni. Massima apertura al confronto sui progetti di legge che saranno indicati, con un’attitudine assolutamente positiva; al contempo, massimo rigore nel richiedere una compagine governativa, a partire dal Presidente del Consiglio, in radicale discontinuità col passato. Nessun esponente dei partiti parlamentari potrà farne parte.

Ma, ciò che è molto più importante, il M5S dovrà continuare a tessere la rete nella società italiana per raccoglierne e sondarne tutte le profondità. Per questo sarà sempre più necessaria l’apertura e il dialogo verso quelle componenti sociali e politiche, associazionistiche, dei comitati, votate alla rottura degli schemi e con cui sarà imprescindibile formare un fronte comune. Finora la rappresentazione del MoVimento che non fa alleanze con nessuno, che si considera autosufficiente, in cui “uno vale uno” ma solo se “voi venite da noi”, ha reso in molti casi difficili i rapporti. Si dovranno trovare i meccanismi per superare tale schema.

Poi il MoVimento dovrà elaborare molto approfonditamente le proposte politiche su tematiche finora rimaste in ombra ma che sono assolutamente strategiche. Vorrei indicare alcune suggestioni.

La prima tematica riguarda l’Europa e la politica internazionale. Si sente parlare da più parti di “Europa dei Popoli”, oppure di “più Europa”, o, al contrario, di “euro-scetticismo”. A parte il referendum sull’euro, il MoVimento non sembra avere sul tema proposte chiare. A mio avviso si dovrebbe andare nella direzione di immaginare più Europa dove serve e meno dove non serve, e che l’espressione “Europa dei popoli” ha senso in quanto esista una Europa politica, indipendente e neutrale come soggetto geopolitico, che in tal modo valorizzi l’identità dei popoli che la formano. Ciò significa devoluzione di sovranità dagli Stati verso un governo europeo nei settori della Politica Internazionale e della Difesa comune. Significa avere un governo europeo che tratti alla pari e con voce sola tanto verso gli Stati Uniti quanto verso i BRICS. Vuol dire un partenariato privilegiato, tanto per cominciare, con la Russia. Vuol dire demolizione controllata della Nato. Vuol dire che l’Europa deve diventare un faro di civiltà e di pace e un ponte gettato tra Occidente e Oriente e tra Nord e Sud. Meno Europa vuol dire meno tecnocrazia, lobbismo, burocrazia, vuol dire che, molto semplicemente, non si possono decidere a Bruxelles regole che valgano allo stesso modo tanto per i pescatori danesi del Mare del Nord quanto per i pescatori sardi o siciliani del Mediterraneo. Per fare tutto ciò si dovrà immaginare una nuova Costituzione europea e si dovranno abbandonare gli attuali trattati in vigore, Lisbona e Maastricht.

In tale contesto parlare di “sì euro” o “no euro” risulta un falso problema.

Certo, l’euro è in sé una moneta tecnicamente sbagliata, concepita come uno strumento di dominio di alcune economie continentali forti su altre deboli, per cui alcuni Stati la vivono come un cappio al collo, una moneta straniera che deve essere acquistata sui mercati a suon di interessi da usura. Tuttavia, abbandonare sic et simpliciter l’euro per una moneta nazionale non restituirebbe, come si crede e come si propugna da alcuni, sovranità monetaria. Si cambierebbe solo padrone: da quello indiretto del sistema tecnocratico europeo, a quello diretto del dominio della finanza transnazionale fondato sul potere, politico e militare, del dollaro. Quella dell’euro non è una questione economico-finanziaria, ma eminentemente politica.

Prima usciamo, politicamente, dalla gabbia di questa Europa, di conseguenza decideremo se e che tipo di moneta unica ci servirà.

La seconda tematica è quella dei “sistemi criminali” mafiosi, un impasto di criminalità organizzata, corruzione, cricche massonico-affaristiche e poteri occulti. Finché l’Italia continuerà a portarsi dietro il fardello di tutto un sistema complesso che comunemente chiamiamo mafia, nessuna riforma potrà restituirle dignità. Ma anche quando si parla di lotta alla mafia si deve avere il coraggio di guardare fino in fondo la faccia del Potere, perché la mafia è un sistema di potere, un metodo di vassallaggio dei popoli. E, allora, per fare un esempio lampante di ciò che si vuol dire, non si può nascondere che a poche centinaia di chilometri dall’Italia esiste una entità, un narco-stato che si chiama Kosovo, che è un protettorato militare della Nato, un’entità ricettacolo e snodo dei più infami traffici criminali tra Est ed Ovest scientemente creata con una guerra voluta o accettata da tutte le leadership occidentali.

Serve un altro esempio? È comunemente noto che i “paradisi fiscali” altro non sono che lo strumento per il riciclaggio di denaro dei grandi traffici criminali e delle grandi evasioni fiscali, comprese quelle italiane. Ma si accetta il dato come ineluttabile ed ineludibile. Si nasconde, però, che questi paradisi fiscali, per la gran parte, non sono altro che protettorati americani o britannici e che basterebbe la semplice volontà politica per cancellarli o dichiarare che, chi apre una società offshore in quei micro stati o vi ha un conto bancario, è semplicemente fuori legge.  Purché la repressione dei paradisi fiscali non serva semplicemente a drenare meglio i capitali verso Wall Street, come vorrebbero gli architetti di una unione economica transatlantica da costruire a spese dei popoli europei. Basta padella e basta anche brace.

La terza tematica è quella del lavoro. Su questo ambito gli stellini avanzano varie proposte, ma si tratta di renderle organiche e complessive, con una visione d’insieme e di largo respiro della società. In una fase di transizione si potranno (forse dovranno) mescolare elementi keynesiani con elementi decrescisti. Il quadro di fondo sarà di una generalizzata diminuzione dell’orario di lavoro su cui innestare grandi piani nazionali di riconversione economica.

Come si accennava, un grande piano energetico nazionale con una prospettiva di alcuni decenni che segni l’inizio di un cambio di civiltà. Mentre si concepisce un nuovo modo di produrre, si apriranno le porte a milioni di nuovi occupati. Il concetto di rete applicato all’economia: tanti piccoli produttori nel settore delle rinnovabili a bassissimo o inesistente impatto ambientale. Ci sarebbe da ricoprire di fotovoltaico i tetti di tutti i capannoni industriali d’Italia a cui affiancare mini impianti eolici o a biomassa, e le nuove tecnologie da sviluppare (idrogeno, solare termodinamico, fusione fredda). E poi la riqualificazione, la ristrutturazione, il risparmio.

Un altro grande piano nazionale dovrà riguardare il settore primario, l’agricoltura. Anche qui c’è ampio spazio per tornare a creare posti di lavoro, produttivi, sani, col “passo dell’uomo”. Un’agricoltura nuova ovviamente, altamente tecnologica ed innovativa (organica e biodinamica). L’Italia può e deve diventare il leader mondiale del settore, confermando e rilanciando il senso più profondo del Made in Italy.

Infine, un nuovo patto sociale tra gli italiani fondato sul lavoro! Nell’attuale panorama politico, solo il MoVimento Cinque Stelle, in quanto organizzazione idealista ma post ideologica, potrebbe sintetizzare le molteplici istanze derivanti dal mondo del lavoro, subordinato pubblico, subordinato privato, autonomo (il popolo delle partite IVA, piccolissima piccola e media imprenditoria). Un patto che rifondi la Comunità italiana e guardi verso le prossime generazioni, un patto da stringersi, magari, dentro un nuovo contesto istituzionale. La democrazia economica, per meglio dire la democrazia diretta applicata all’economia, dovrà sganciarsi dalle tradizionali sedi della democrazia politica rappresentativa. C’è la possibilità di cominciare a pensare ad una Camera legislativa del Lavoro, in cui direttamente i rappresentanti delle categorie del lavoro, dei produttori e dei consumatori, guardandosi negli occhi, troveranno le più opportune soluzioni per il lavoro di oggi e di domani.

 

In mezzo al bestiario dei caimani, dei felini maculati, fra marci e Monti, dovremo difendere i grilli arrivati in Parlamento da nuove minacce dopo la lunga traversata sotto il sole, difenderli da giaguari, leoni e iene.. non siam mica qui a strappare le alette ai grilli per non farli cantare..!?!

 

 

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