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'Il pessimo CdA RAI e l''ottimo Freccero'

Renzi, presunto rottamatore, ha fatto nominare un cdA composto da portaborse e incompetenti. Si salva Freccero, votato dalle opposizioni. Qui una sua intervista del 2010.

'Il pessimo CdA RAI e l''ottimo Freccero'

Redazione

5 Agosto 2015 - 05.13


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La nomina del peggior consiglio di amministrazione della RAI
di sempre
rivela una volta di più il metodo
di governo di
Matteo Renzi. Perfino
Mussolini, mentre schiacciava le
opposizioni, cooptava comunque dirigenti di grande capacità nelle funzioni
pubbliche (spesso tra i migliori nel loro campo). La DC, anche durante i più squallidi “governi balneari” e i
compromessi al ribasso, affidava le leve fondamentali della sfera pubblica a
gente di spessore. Financo Berlusconi
presidiava il suo sistema di potere corrotto coinvolgendo in ruoli chiave certe
personalità in grado di pensare con la propria testa e con una profonda
conoscenza delle macchine organizzative. Renzi, il presunto rottamatore, ha
fatto nominare per la RAI un consiglio di amministrazione composto da portaborse e incompetenti sottogovernativi,
proprio mentre sta per abbattersi sul sistema audiovisivo il ciclone Netflix. L’unica figura presentabile è
stata indicata dal M5S e votata anche da SEL: Carlo Freccero, uno dei cervelli più brillanti del mondo dei media
in Europa. Nel 2010 lo intervistò Giulietto
Chiesa
, raccogliendo una riflessione di grande profondità (e ricca di
sorprendenti spunti autocritici) sul sistema televisivo. Riproponiamo qui l’intervista.

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Buona lettura!

(p. cabras)

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Nel cuore della società dello spettacolo


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Intervista di Giulietto Chiesa a Carlo
Freccero

(rilasciata nel 2010, tratta da Megachip (QUI),
precedentemente pubblicata dalla rivista COMETA)

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La politica spazzata via dalla prevalenza del capitale finanziario su
quello produttivo. La sconfitta delle lotte operaie e l”accettazione
culturale del consumismo dilagante. La televisione commerciale prende in
carico e alimenta questa svolta, frantumando il suo pubblico e
parcellizzando il messaggio. Questi e altri temi cruciali, al centro
dell”incontro tra due intellettuali che analizzano il presente e il
futuro del mezzo di comunicazione di massa che sta cambiando lo scenario
della nostra democrazia.

Indaffarato e vulcanico come sempre, Carlo Freccero mi riceve in un
ufficio dalle pareti tappezzate di prospetti, orari, palinsesti.

Se c”è una persona in Italia che sta vivendo, letteralmente, l”inizio
della fine della televisione generalista, è proprio lui, che ne ha
visto la nascita, anzi che ne è stato la “levatrice”. Oggi Freccero vede
tramontare quella televisione che ha plasmato mostruosamente le
società moderne e le psicologie di milioni e di miliardi di individui.

Ho appena finito di scrivere un libro nel quale gli ho dedicato un
brano intero, paragonandolo a Robert Oppenheimer. Glielo dico. Mi guarda
un po” strano. Non credo che avesse mai pensato di poter essere
collocato nella stessa categoria di pesi di un fisico che è stato tra
gl”inventori della bomba atomica e che, alla fine, dopo Hiroshima e
Nagasaki, resosi conto della tremenda responsabilità morale che si era
accollato, si pentì e visse gli ultimi anni della sua vita a metà strada
tra l”eroe e il reietto, senza pace, dentro la società americana che
lo guardava, incredula e sdegnata, come un traditore.

Che ne dici, Carlo? Anche tu hai inventato una “bomba
atomica”, sebbene la tua non abbia prodotto una Hiroshima. O, meglio, è
stata una esplosione metaforica, relativamente lenta. I morti neanche
si sono visti. Ma il guasto è stato immenso. Oppenheimer si è pentito,
alla fine. E tu?


[La risposta viene dopo qualche decina di secondi, non subito. Ma arriva chiara]


Sì, mi sono pentito. Anche se tutto era già scritto, era nelle cose. E
sarebbe avvenuto anche a prescindere da Berlusconi. Noi non abbiamo
fatto altro che accompagnare il processo di americanizzazione della
società italiana. Quella sì che è stata come un”esplosione. La
globalizzazione ha trasformato il produttore in consumatore, ha demolito
le classi sociali, le ha trasformate. E alla classe ha sostituito
l”individuo. Tutto questo è avvenuto prima della caduta del muro.

Si potrebbe dire, io questo penso, che sia stato questo insieme di processi possenti che ha provocato la caduta del muro…


È così che la penso anch”io: la politica è crollata dopo che il
capitale finanziario ha soggiogato il capitale industriale. E quando le
lotte operaie sono state sconfitte, con esse è sparito il contraltare
critico a quanto stava avvenendo. La tv commerciale incarna questa
svolta, la diffonde e la moltiplica. E l”accettazione del consumismo
dilagante sommerge ogni visione critica, ogni aspirazione al
cambiamento. È chiaro che, in un contesto di questo genere, il pensiero
unico sarebbe diventato dominante. Erano i suoi binari che si andavano
costruendo. Ed è qui che l”anomalia italiana ha preso forma fisica,
trasformando pienamente la democrazia in manipolazione. Così come il
mercato era senza regole, così il detentore della televisione è
diventato primo ministro.

Esagerati, questi italiani. Abbiamo inventato il fascismo. E dopo cinquant”anni abbiamo fatto di peggio, sembra.


Molto di quello che è l”Italia di oggi, mediatica all”estremo, è
rintracciabile ovunque. È la globalizzazione, bellezza. Ma è vero che
qui, più clamorosamente che altrove, l”audience si è trasformata in
maggioranza e ha marchiato a fuoco la politica, imprimendole l”ordine
del discorso televisivo.

Così direbbe anche Gore Vidal. Nel suo romanzo storico L”età dell”Oro
racconta di quei due senatori americani che, all”inizio degli anni ”50,
vengono interrotti nel loro colloquio dall”arrivo di una troupe
televisiva dell”epoca. E uno dei due dice all”altro: “È arrivata la
televisione, Dio salvi i brutti!”.


Già, la tv italiana è partita con vent”anni di ritardo. E ha superato
i maestri americani nell”uso dell”audience per produrre consenso. Così
si spiega perché là non c”è mai stato un capo dello stato che era
anche padrone delle tv. Ma il meccanismo è lo stesso dappertutto.
“Televisione commerciale” significa “pubblicità“. E, quindi, si punta
alla massimizzazione degli ascolti, a tutti i costi, anzi a basso
costo. Questa è la tv generalista, rivolta a un pubblico
indiscriminato.

Ma molti pensano che la tv generalista sia ormai in crisi. Si sta già costruendo una nuova strategia?


Certo che è in crisi. Siamo nel pieno sviluppo di nuovi media, e
questi nuovi arrivati lavorano per una parcellizzazione dei messaggi e
del pubblico. Una parte della vecchia audience diventa attiva e di fatto
collide con il muro della maggioranza, cioè con l”audience. Comunque
si guardi la faccenda, la tv generalista sta perdendo la sua
centralità. E questo si trasferisce sui consumi, che si orientano verso
una differenziazione, una compartimentalizzazione, una frammentazione.
I pubblici vengono ora guardati non più in base alle categorie d”età
biologiche e anagrafiche. Vecchiume. Adesso i produttori di pubblicità
tengono conto di pubblici attivi, con identità e culture diverse, anche
contrapposte: black, gay, donne, perfino vampiri. La
soggettività dell”uomo bianco entra anch”essa in crisi mentre altre
soggettività avanzano. Ma tutto questo non ha nulla di antagonista.
Semplicemente si è creato un terreno in cui si sviluppano nuovi modelli
di consumo: minoritari, di nicchia, diretti a conquistare
microcomunità.

Sempre di consumo si tratta. Sotto altra veste, ma non meno coatto.


L”ho detto. Non c”è nulla di antagonista. È la prosecuzione della vittoria del consumo americano contro la cultura europea. La situation comedy
americana era incentrata sulla figura femminile subordinata. Adesso
abbiamo Sex and the city. È la nuova fiction americana che ha creato
contenuti e consumi diversi che sono il risultato della fine della
sudditanza alla maggioranza, anche nei consumi. I nuovi media si basano
sul consumatore attivo.

Dunque, siccome l”Europa arriva dopo, toccherà in pieno anche a noi?


In Europa, poiché la società civile è diversa, il processo è stato
più lento, anche se già lo vediamo in azione. Sky, per esempio, è già il
modello americano che guarda a pubblici differenziati. Obama ha vinto
non solo per questo, ma anche perché ha visto in anticipo l”esigenza di
parlare a pubblici differenziati.

Molto si è detto in proposito, sfiorando la retorica…


In tv non è tutto nero o tutto bianco. È in atto un corpo a corpo a
tratti drammatico. È come la vita. Ma perché in Italia siamo ancora
fermi alla tv generalista? In primo luogo perché l”Italia è un Paese
vecchio. Lo è anche demograficamente. Un Paese con un tasso di
scolarizzazione medio basso. E questo complica le cose. Arriviamo dopo,
trascinati. Reagan disse “neoliberismo” negli anni ”80, e noi dietro.
Adesso ci toccherà aggiornarci di nuovo.

Ma è questo quello che dovremmo fare? Aggiornarci a un nuovo
avvitamento consumistico di tipo settorializzato? Non ti pare che anche
la società americana sia ormai in piena crisi proprio per questo
consumo spasmodico che, tra l”altro, ha azzerato il risparmio delle
famiglie?


Non credo che il consumismo sia eterno. Il modello neoliberista
mostra larghe crepe che non sembrano riparabili. Diciamo che questa
società, con questa intensità di consumo, non è sostenibile. E penso che
chi fa comunicazione oggi non possa più eludere questo problema.


[Questa volta la pausa che Carlo Freccero si concede è lunga. E
colgo l”attimo per fargli la domanda che, per me, è quella da un milione
di dollari
]

La macchina imponente della società dello spettacolo continua
a funzionare a pieni giri mentre è evidente che produce disastri. È
ancora possibile fermarla? O, ancora più difficile, invertire il suo
funzionamento? Mettere la marcia indietro?


[Sul tavolo ci sono diversi fascicoli, articoli e saggi appena
pubblicati; altri, appena scritti da Freccero, che stanno per uscire. Li
sfoglia soprappensiero. Non sembra del tutto convinto
]


Sto lavorando su questa traccia, ma devo dire che i segnali sono
negativi. Si è aperto un altro capitolo della mia vita. Cosa
diventeranno i nuovi media , dopo questo corpo a corpo, dopo questa
transizione, è tutt”altro che definito.

Un pubblico differenziato, di monadi incollate allo schermo
del computer, consumatrici di nicchia, è meglio del consumatore coatto
della tv generalista?


Internet è stato ed è una gigantesca macchina in evoluzione. È un
dato di fatto che i grandi media rimuovono e censurano la verità. La
rete ha aggirato l”ostacolo con la controinformazione. Ma anche questa è
in crisi. Non ci sono soltanto trame occulte da scoprire quando cӏ a
disposizione un”enorme quantità di cose nuove. Nello stesso tempo,
infatti, la rete settorializza. E questo significa che il privato si
sostituisce al politico, le emozioni predominano, la protesta si
trasforma anch”essa in consumo e addirittura si muove per difendere i
diritti del consumatore più che quelli del cittadino. Io uso il libro di
Stella, La casta come un documento guida. Tutte le
contestazioni che la “casta”, la classe politica, solleva con il suo
agire, sono di fatto riconducibili a contrasti economici di consumo.

Ahi ahi, questo ti metterà in contrasto con gli adoratori
della rete, che sono molti e pensano di fare la rivoluzione “in” rete e
“con” la rete. Cosa dici a tua discolpa?


Grillo dice che i giornali e la tv sono obsoleti perché ormai le
notizie si vedono su internet. È una cavolata, perché i giornali sono
un”altra cosa, appunto, cavoli a merenda. Su internet non puoi trovare
molte cose che i giornali ancora contengono, ad esempio la mediazione
giornalistica. Report di Milena Gabanelli, per esempio, sta
sulla tv generalista ed è il miglior prototipo del giornalismo
d”inchiesta. Ecco un importante lavoro di intermediazione professionale.
Nello stesso tempo esso non si propone affatto come coscienza critica,
non fa altro che mobilitare potenziali class actions, che
difendere consumatori che si ritengono truffati. È uno dei molti sintomi
del fatto che la politica si è trasformata in un”assemblea di
condominio. La class action è la sepoltura di un vero cambiamento sociale. Siamo interamente all”interno del pensiero unico.

Ma, di fronte a tutti questi cambiamenti, diciamo pure
rivoluzionamenti, la sinistra cosa ha fatto? Sartori scrisse un bel
libro, Homo videns, che venne snobbato proprio dai “televisivi” di sinistra e ignorato da tutti gli altri.


La sinistra ha avuto un ritardo pauroso sui temi della comunicazione.
Sartori, peraltro, fotografava la tv generalista che oggi non è più
dominante. Quell”analisi non è più attuale perché i messaggi sono più
complessi. Lo spettatore è un attivo partecipante e viene coinvolto da
un meccanismo di “sforzo più ricompensa” che si vede bene in azione nei
videogiochi. Lo spettatore, giovane, deve essere capace di performance. Il linguaggio non è più lineare. Il nuovo immaginario prodotto da questi media è artificiale, è tutta una Second life
dove lo spettatore sfoga le sue paure e rimedia alle sue frustrazioni.
Ma anche questa seconda vita è interamente plasmata dal marketing.

Dici che Sartori è superato, ma il meccanismo manipolatorio,
seppure dislocato in parallelo, funziona perfettamente anche in questa
logica?


Non c”è dubbio, ma questa transizione può produrre anche momenti di
resistenza al modello dominante. Il controllo è più complicato e possono
aprirsi smagliature. Segnali in questa direzione già ci sono.

Io penso al successo della Lega. Paure, frustrazioni, fuga
dalla globalizzazione sono fatte proprie da destra in chiave xenofoba,
di chiusura nel provincialismo, nel separatismo.


È una risposta regressiva a una condizione umana infelice. Che può
avvenire in un contesto in cui non vi sono idee forti che diano risposte
forti in altra direzione. Se queste non ci sono, le giovani
generazioni possono reagire, nel vuoto pneumatico presente, pensando a
un futuro da Avatar. La sinistra non è stata capace di
inventare un nuovo discorso, una “nuova narrazione”, come si usa dire
adesso. Ha accettato il pensiero dominante, con la sola idea di
correggerlo un pochino. Impossibile arginare, con questi mezzi, il
procedere micidiale della macchina assorbente e mistificante.

Ma i segnali di cui parli quali sono, dove sono?


Non parlo della sinistra italiana, che non conta. Parlo del mondo
intero, dove gli interrogativi sono ancora aperti. Questa è una
transizione da una situazione a un”altra.

La domanda che ti faccio è allora questa: è possibile una
discontinuità, una rottura nel meccanismo di dominio? Io l”ho chiamato
la “grande fabbrica dei sogni e della menzogna”.


Non sono per niente ottimista. Non credo che i nuovi media stiano
democratizzando l”informazione e la comunicazione. “Nuovo” non vuole
dire necessariamente “più democratico”. Può voler dire soltanto “più
carico di emozione”. Si può solo dire che entriamo in una nuova cultura
che sarà maggiormente audiovisiva della precedente.

Quello che manca è un pensiero critico, di rottura.


Che infatti aspetta di essere elaborato. Il dato attuale è che anche i
fenomeni di contestazione nascono all”interno della tv generalista.
Santoro è tutto “dentro” la tv generalista: ha creato un fuoricampo
“dentro” la tv generalista.

Ma questa definizione, che ritengo giusta, ha un interfaccia
positiva o, per meglio dire, presenta una possibilità di azione
politica. Milioni di persone sono nate e sono state svezzate dentro la
tv generalista. Se gli dai qualche cosa del tutto diverso non le
sedurrai. Ci vuole, in questo senso, anche una transizione, in cui parte
del nuovo si mescola con parte del vecchio. Penso a Rai per una notte.
Che, con la sua formula multipiattaforma, ma anche con le sue facce
popolari, è stata molto simile al progetto di Pandora tv che avevo
lanciato ma che non è riuscito a decollare. Solo che io l”avevo proposto
non come “una sortita democratica” una volta tanto, ma come un nuovo
“canale”, un appuntamento quotidiano dell”Italia democratica. Insomma
un modo per mettere i piedi nel piatto del dominio altrui. Sbaglio?


Che la sinistra, tutta, non abbia capito l”importanza politica della
tv ormai lo sappiamo. Il guasto è stato profondo. I partiti politici di
sinistra si sono allineati alle richieste, artificialmente prodotte a
loro volta, degli elettori manipolati. Per questo hanno perduto
contenuti. Appartenere a un partito, oggi, è anch”essa operazione di
consumo, di connessioni, di conventions, di primarie. In questi
contenitori non può nascere nessun pensiero critico. Tu dici che
dobbiamo organizzarci per reagire. Io rispondo che dobbiamo farlo, ma
non con schemi vecchi. Quelli non funzioneranno. E mentre noi siamo
ancora fermi a questo, l”editto bulgaro si è sostanzialmente affermato,
diventando consuetudine, se non legge. Era una linea editoriale vera e
propria. Nessuno fino ad ora l”ha contrastata.


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