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Appunti sulla strategia del nemico

'I bambini non sanno farsi da mangiare da soli. La gente non è in grado di farsi la propria razione d''informazione. Chi ha pensato il contrario, si sbaglia [Giulietto Chiesa] '

Appunti sulla strategia del nemico

Redazione

24 Agosto 2015 - 22.37


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di Giulietto Chiesa.

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con una nota della redazione di Megachip in coda
all”articolo
.

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Per
cambiare l”atteggiamento dell”individuo nei riguardi del mondo che lo circonda
occorre modificare la sua coscienza.

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I bambini non sanno farsi da mangiare da
soli. La gente non è in grado di farsi la propria razione d”informazione. Chi
ha pensato il contrario, si sbaglia e procede sognando
.

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Sia i
bambini che gli adulti ingoiano ciò che viene loro preparato.

In
più: il bambino prende più facilmente la medicina se questa è confezionata in
modo da ricordare una caramella. Il comportamento degli adulti, specie se
sottoposti da tempo a determinati riflessi condizionati, è identico.

Il
comportamento dell”individuo è l”effetto della coscienza, cioè del panorama che
sta guardando. Se questo è ristretto, tale sarà il suo comportamento. Chi forma
la coscienza determina il comportamento. Di fatto tutto ciò, se usato con
determinazione, produce un potere
illimitato
.

Vi
stupisce sapere che tutti i più importanti media mondiali appartengono – in
forma diretta o mediata da diversi pacchetti azionari – a quattro grandi
concentrazioni finanziarie?

I loro
nomi contengono i nomi dei proprietari universali. Sono: BlackRock, State Street Corp,
FMR Fidelity, Vanguard Group.

NOTA DI MEGACHIP

La
breve riflessione di Giulietto Chiesa che potete leggere qui sopra, tratta
dalla sua pagina Facebook, ci ha fatto richiamare – per come descrive
l”incapacità di decodifica delle nozioni da parte di enormi masse di adulti –
un”intervista al linguista Tullio De
Mauro
pubblicata da Il Mattino
del 29 maggio 2014. Ve la riproponiamo qui di seguito.

Buona
lettura.

«Così gli italiani ridiventano somari»

Tullio De Mauro spiega l’analfabetismo di ritorno: «Regrediamo se
il cervello non si allena»

di Ida Palisi 

Italiani popolo di
analfabeti, o quasi. Pare che in età adulta si deteriorino le competenze
costruite a scuola, e che la regressione riguardi le abilità generali di base:
leggere, scrivere e anche far di conto. A dirlo è la ricerca internazionale
Piaac – Programme for the International
Assessment of Adult Competencies
– un’indagine sui livelli di conoscenza e
capacità degli adulti in lettura e comprensione di testi scritti, risoluzione
di problemi matematici, conoscenze linguistiche.

Dall’inchiesta, che ha
interessato un campione di 166mila adulti (tra i 16 e i 65 anni), risulta
infatti che all’Italia spetta il primato negativo in Europa per il cosiddetto
«analfabetismo di ritorno», seguita da Spagna e Francia: la regressione
colpisce in modo più grave le popolazioni in cui non c’è una cultura diffusa
del leggere e del tenersi informati. Questi risultati sono stati presentati a
Napoli in un seminario organizzato dal professor Emilio Balzano dell’Università
Federico II, che ha visto la partecipazione di Tullio De Mauro, linguista,
professore emerito dell’Università di Roma La Sapienza, già ministro della
Pubblica istruzione (nel 2000-01).

Professor De Mauro, quali sono le cause principali che determinano
questa regressione?

«Quella principale è una tendenza d’ordine biologico e
psicologico: data la natura selettiva della nostra memoria, si constata che in
età adulta tendiamo a regredire di cinque anni rispetto ai livelli massimi
raggiunti durante gli studi a meno che, ed è fondamentale, non continuiamo a
esercitare quella competenza. Per esempio, nell’ ultimo anno di liceo ci siamo
inoltrati in argomenti non elementari di matematica ma, se non diventiamo
bancari, geometri o ingegneri, la nostra matematica adulta si rattrappisce e,
se va bene, torna ai livelli della terza media. Così avviene per ogni altro
campo. Se non leggiamo libri o romanzi, di tutta la storia studiata restano
brandelli sospesi nel vuoto: Pirro re dell’ Epiro, Stlicone, trattato di
Campoformio».

Ma siamo sicuri che sia una novità? O semplicemente prima certe
cose non si misuravano? In fondo molti esercitano la lettura solo a scuola, poi
smettono.

«No è del tutto una novità. Negli anni Novanta alcuni di noi hanno insistito
sul fatto che gli analfabeti non sono solo quelli che si dichiarano tali ai
censimenti dell’Istat, ma ce ne sono molti altri. Cercavamo di formulare
ipotesi attendibili partendo da altri dati: meno di metà della popolazione
adulta leggeva giornali, meno di un terzo libri, il 20-25 per cento dei
licenziati alle scuole inferiori avevano gravi difficoltà di lettura e
scrittura. Ma erano solo congetture e venivamo criticati. Poi le indagini
promosse in vari paesi e in Italia da Statistics Canada sono state riprese su
scala più ampia dall’ Ocse nel 2012-13. Grazie a cinque questionari di
difficoltà crescente, abbiamo un quadro analitico certo dei diversi livelli di
capacità di lettura e di uso di strumenti matematici e scientifici della
popolazione in età di lavoro di 23 Paesi, Italia compresa».

La regressione colpisce le competenze di base della lettura e
della scrittura. Rispetto a vent’anni fa, cosa è cambiato?

«La nostra conoscenza dei fatti. Nelle indagini fatte in Italia
è restato costante un dato: solo il 30 per cento degli adulti ha un rapporto
sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono solo in un
orizzonte ristretto, subendo quel che succede senza saper capire e reagire».

C’è una specificità italiana rispetto agli altri Paesi interessati
dallo studio?

«Certo, la quantità. In tutti i paesi ci sono masse consistenti
di persone sotto il livello minimo di competenze. In Francia, Germania, Usa,
Gran Bretagna, più della metà della popolazione è in questa condizione. Anche
in paesi più virtuosi – Olanda, Finlandia, Corea, Giappone – la percentuale
sfiora il 40».

È stata rilevata qualche differenza tra il Sud e il Nord Italia?

«Le differenze emergono solo per grandi comparti. Il Nord-Est ha
livelli nord-europei, Sud e Isole tirano in basso, verso Spagna e Grecia, la
percentuale complessiva. L’indagine offre una base eccellente per successivi
studi più mirati e, soprattutto, per interventi che già sono stati individuati
da un gruppo di lavoro interministeriale. Interventi che sarebbero possibili se
le forze politiche volessero occuparsene».

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