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Sentimento e capitale

Il sentimento compare in scena quando diventa necessario isolare una parte della propria vita privata per dotarla di un valore di scambio. [S. Vero]

Sentimento e capitale

Redazione Modifica articolo

22 Marzo 2017 - 06.44


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di Sandro Vero

[right]«Le società di status possono aver continuato[/right]

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[right]a riprodurre coordinate antropologiche generali al cui interno [/right]

Dynamic 1

[right]risulta spiegabile la persistenza di forme di reattività emotive [/right]

Dynamic 2

[right]e di un universo di desideri non dissimile da quello antico.[/right]

Dynamic 3

[right]La linea decisiva di frattura si situerebbe allora nella transizione[/right]

Dynamic 4

[right] al modo di produzione capitalistico e alla società borghese,[/right]

Dynamic 5

[right]con la nascita delle nuove forme di ‘sentimento’»[/right]

[right]Mario Vegetti[/right]

[center]***[/center]

Dunque il “sentimento” sarebbe una curiosa emergenza dell’era moderna, una formazione psichica e culturale che assume la sua forma dal calco dei rapporti produttivi che si formano nel mondo capitalistico e borghese, entrambe queste caratterizzazioni per gran parte del tempo correlate e soltanto da pochi lustri sempre più scisse.

Ciò vuole dire che nelle società precapitalistiche, antiche e di status, non esistevano i sentimenti? Vuole dire che l’esperienza affettiva ed emotiva delle persone non giungeva alla stabilità, continuità, compiutezza del “sentimento”? Era tutto così dannatamente esile, volatile, istantaneo?

Certo che no! I sentimenti attraversavano e riempivano le vite degli esseri umani esattamente come lo fanno oggi, condizionandone le scelte, colorandone le azioni, determinandone la direzione e l’energia del cammino individuale e collettivo.

Ciò che si dice è un’altra cosa: prima che il regime del valore di scambio permeasse di sé ogni relazione fra le persone e fra queste e la merce fino a trasformare i rapporti fra soggetti in contratti fra individui, la dimensione emotiva non distingueva al suo interno fra due cose diverse, emozioni e sentimenti, definendo soltanto la loro dicibilità lungo l’asse temporale. Una rabbia improvvisa e lancinante era solo una rabbia che durava poco, mentre una rabbia che si impossessava del soggetto, mettendo radici nel suo animo, prolungando gli effetti della sua presenza nel comportamento, nell’umore e nella qualità dei contatti con i suoi simili, era una rabbia che durava molto. Punto.

Il “sentimento” compare in scena quando diventa necessario isolare una parte della propria vita privata per dotarla di un valore di scambio, trasformando l’esperienza di qualcosa che si prova, che si sente, che – al limite – si è in qualcosa che si ha, che si possiede. Un bene, che si condivide con qualcuno, che si può scambiare, che può partecipare alla stipula di un contratto, sia pure situato nel registro dell’immateriale. In definitiva, un patrimonio da portare in dote nell’incontro/scontro con l’Altro, al fine di regolare la fattibilità di un patto con la cessione di una quota del patrimonio stesso in cambio della ricezione della quota speculare ceduta dalla controparte.

Il sentimento, vale a dire, prende la forma che riceve da una sempre più diffusa e capillare narrazione: il valore delle cose e quello degli stati d’animo tende a riunirsi sotto il dominio della merce, quest’ultima considerata come equivalente generale che sussume il materiale e l’immateriale come sue specificazioni innecessarie.

Tuttavia, tale raffigurazione è incompleta, poiché sembra percorrere solo un verso del rapporto fra ciò che forma e ciò che viene formato: in realtà, mentre la narrazione in un certo senso preesiste ai contenuti che forma, questi ultimi concorrono a determinare la narrazione medesima, caricandola ulteriormente di quella coloritura “sentimentale” che è tanto funzionale al disegno oggettivo della mitologia del capitale.

(22 marzo 2017)

Infografica © Immagine tratta dal film : Teorema (1968), di Pier Paolo Pasolini.

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