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Chi controllerà lavoro e previdenza?

Chaos ab ordine: l’Agenzia ispettiva unica e la riforma dei controlli su lavoro e previdenza. [Antonio Peri]

Chi controllerà lavoro e previdenza?

Redazione

21 Febbraio 2015 - 18.35


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di Antonio Peri

Tra le novità contenute nella famigerata legge delega n. 183/2014, meglio conosciuta come Jobs Act, figura la previsione di una Agenzia ispettiva unica, destinata a sostituirsi al Ministero del lavoro, all’Inps e all’Inail nello svolgimento dei controlli in materia di sicurezza sul lavoro, rispetto dei contratti collettivi e versamento dei contributi previdenziali.

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In attesa del decreto legislativo che dovrà attuare l’Agenzia unica, stupisce la quasi totale assenza di dibattito pubblico su una questione tanto importante, dotata di molte significative implicazioni per i diritti e la sicurezza dei lavoratori e per la tenuta del sistema previdenziale. Al di là delle false promesse e degli argomenti retorici adoperati per giustificare e rendere credibile il menzionato progetto di riforma, gravi e numerose sono le perplessità suscitate dall’operazione voluta dal Governo.

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La giustificazione ufficiale della prevista creazione dell’Agenzia ispettiva unica risiede nella supposta opportunità di razionalizzare le forze disponibili, attualmente divise tra Ministero del lavoro, Inps e Inail, e nella presunta necessità di evitare la duplicazione delle ispezioni, cioè la sottoposizione di una stessa azienda a più controlli a breve distanza di tempo da parte delle diverse amministrazioni.

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Tuttavia, i promessi effetti di semplificazione appaiono molto teorici e poco concreti, soprattutto se parametrati sull’altra grande direttrice che misura l’efficacia di qualsiasi riforma: il fattore-tempo.

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Preliminarmente, occorre tenere presente che il progetto governativo non prevedrebbe l’unificazione del Ministero del lavoro, dell’Inps e dell’Inail, che continueranno ad esistere come entità distinte, bensì – secondo una delle ipotesi ventilate – la creazione di un nuovo e ulteriore ente pubblico, nel quale dovrebbero essere spostati soltanto i servizi ispettivi di tali amministrazioni.

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Ebbene, quanto tempo sarà necessario per uniformare le competenze e le professionalità, estremamente differenziate, dei numerosi soggetti coinvolti nella costituenda Agenzia unica? Quanto tempo occorrerà, inoltre, per risolvere gli enormi problemi logistici e organizzativi che un’operazione tanto complessa e vasta solleverà? E, nel mentre, cosa accadrà dal punto di vista della sicurezza sul lavoro e del versamento dei contributi per i dipendenti? Questo nessuno lo sa e, soprattutto, di questo nessuno, tra i tronfi sostenitori della riforma, si arrischia a parlare.

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Chi invece opera sul campo già prevede che, qualora venisse davvero realizzata l’Agenzia unica, i controlli risulterebbero di fatto paralizzati per un lungo periodo. Ciò significherebbe, innanzitutto, che le casse degli enti previdenziali sarebbero esposte ad un’evasione contributiva senza precedenti. La paralisi delle ispezioni comporterebbe, inoltre, un’impunità garantita e generalizzata per il lavoro nero e per le altre violazioni della normativa posta a tutela della sicurezza e dei diritti economici e previdenziali dei lavoratori: in altri termini, il rischio è che si apra una fase di far west lavoristico e contributivo, di cui ovviamente faranno le spese i dipendenti.

A prescindere da tali ovvie perplessità, affermare che la realizzazione dell’Agenzia ispettiva unica costituisca una riforma “semplificatrice”, in quanto creerebbe un unico interlocutore per lavoratori e imprese, rischia di essere nient’altro uno spot pubblicitario, il quale non tiene minimamente conto di come funzionano Inps e Inail.

Da questo punto di vista, gli enti previdenziali possono essere considerati compagnie assicurative, che incassano premi (i contributi) per fornire indennizzi (le prestazioni previdenziali) in caso di eventi futuri e incerti (la vecchiaia, la malattia, la maternità, la disoccupazione involontaria, ecc.). Come tutte le compagnie assicurative, anche l’Inps e l’Inail sono dotati di un proprio corpo ispettivo, chiamato a verificare che i premi dovuti siano correttamente calcolati e pagati e che sussistano effettivamente le condizioni per l’erogazione degli indennizzi richiesti.

Orbene, la creazione dell’Agenzia unica avrebbe, quale primo effetto, quello di privare gli enti previdenziali del potere di verificare direttamente, tramite i propri ispettori, se essi sono stati oggetto di frodi, minandone così l’autonomia alla radice. I medesimi enti finirebbero per dipendere dalle determinazioni di un altro soggetto (l’Agenzia unica, per l’appunto) o, in alternativa, per accontentarsi dell’autoliquidazione dei contributi da parte delle imprese.

In aggiunta, la creazione dell’Agenzia ispettiva unica trasformerebbe profondamente la stessa struttura degli enti previdenziali. Nel panorama istituzionale italiano, le amministrazioni pubbliche sono essenzialmente riconducibili a due tipologie: o spendono denaro per erogare servizi (quasi tutte le amministrazioni), oppure incassano denaro per le altre amministrazioni (essenzialmente le agenzie fiscali). In tale contesto, Inps e Inail rappresentano un caso unico e a sé stante, in quanto si tratta di enti bifronte, i quali, contemporaneamente, incassano ed erogano servizi. Con l’Agenzia unica, gli enti previdenziali diventerebbero pericolosamente simili alle amministrazioni pubbliche che spendono per erogare servizi, dipendendo dai (sempre più eventuali e ridotti nell’attuale congiuntura) trasferimenti statali.

Porre l’accento sull’autonomia di Inps e Inail non è irrilevante. Oltre ad essere sancita dall’articolo 38 della Costituzione, tale autonomia (con i connessi autonomi poteri di accertamento e di ispezione) rappresenta una fondamentale garanzia per i lavoratori, conferendo sicurezza al loro diritto di percepire, all’evenienza, le prestazioni previdenziali.

Inoltre, tra le premesse ideologiche del progetto di Agenzia ispettiva unica, oltre ad una supposta opportunità di semplificazione (che, come si è visto, somiglia più a un atto di fede che ad un dato di fatto), vi sarebbe la presunta necessità di evitare lo “scandalo” della duplicazione delle ispezioni, che paralizzerebbero l’attività delle imprese.

Di conseguenza, viene da chiedersi quanti siano questi casi di duplicazione. Uno, dieci, cento, mille? Esiste una statistica ufficiale al riguardo? Purtroppo, non è dato saperlo. In realtà, probabilmente nessuno è a conoscenza di tale informazione oppure, se essa è disponibile, la frequenza del fenomeno è talmente risibile da non poter essere reso pubblico, perché non giustificherebbe la creazione dell’Agenzia unica.

Pertanto, la “leggenda” della duplicazione delle ispezioni pare assomigliare alla storia delle famigerate armi di distruzione di massa irachene, che furono date in pasto all’opinione pubblica per giustificare l’occupazione militare dell’Iraq, salvo poi scoprire che siffatte armi non sono mai esistite.

Infine, come si evince dal tenore dello stesso Jobs Act (il quale precisa che tutta l’operazione dovrà svolgersi “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”), finalità non secondaria del progetto di Agenzia ispettiva unica è anche quella di ottenere un risparmio in termini di costi per le casse dello Stato.

Purtroppo, nemmeno da questo punto di vista il discorso appare convincente. Infatti, non è dato comprendere come si possa ridurre la spesa pubblica creando un nuovo ente, il quale, per definizione, avrà bisogno di nuove sedi, di mezzi materiali aggiuntivi, di un rinnovato sistema informatico, di corsi di formazione e aggiornamento del personale, di ulteriori posizioni dirigenziali: in una parola, di un ingente investimento a carico dell’erario per fronteggiare i prevedibili enormi costi iniziali.

Per recidere il nodo gordiano del finanziamento dello start-up, si vocifera che la fervida fantasia dei fautori della riforma starebbe progettando di avvalersi delle attuali strutture del Ministero del lavoro, dell’Inps e dell’Inail. In altri termini, gli ispettori continuerebbero a recarsi presso gli stessi uffici, ad utilizzare gli stessi computer, ad attingere alle stesse utenze di acqua, corrente elettrica e telefonia, ad adoperare le stesse toilettes e la stessa carta igienica, solo che cambierebbe formalmente il loro datore di lavoro, rappresentato non più dalle odierne amministrazioni, ma dalla nuova, fantomatica e ancor nebulosa Agenzia unica. A parte l’evidente assurdità dell’operazione, non è difficile prevedere che, malgrado le promesse di efficienza ed economicità, il risultato finale – in perfetto stile italiano – sarà invece un considerevole aggravio della spesa pubblica.

Bisogna poi aggiungere i complicatissimi problemi legati al rapporto di lavoro del personale destinato a confluire nell’Agenzia ispettiva unica. Infatti, mentre gli ispettori del lavoro sono sottoposti al contratto collettivo del comparto ministeri, trova applicazione il contratto collettivo del comparto enti pubblici non economici per gli ispettori Inps e Inail. Da questo punto di vista, assolutamente improprio è il paragone con altri accorpamenti tra amministrazioni pubbliche effettuati in passato, come l’incorporazione dell’Enpals e dell’Inpdap nell’Inps: in queste ultime ipotesi, infatti, la fusione ha riguardato enti fortemente omogenei, sia sotto il profilo dell’attività che dal punto di vista organizzativo, nonché appartenenti allo stesso settore di contrattazione collettiva.

In conclusione, il progetto di creazione dell’Agenzia ispettiva unica appare l’ennesimo espediente per colpire e suggestionare l’opinione pubblica, dando una parvenza di novità e di efficienza. Tuttavia, come troppo spesso avviene nel nostro Paese, non si avvertono pienamente le ripercussioni negative che una simile operazione produrrebbe a danno di interessi fondamentali, quali la sicurezza sul lavoro e la tenuta del sistema previdenziale. O forse, queste conseguenze le si conosce – e le si vuole – fin troppo.

(21 febbraio 2015) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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