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Lo Stato Islamico è il cancro del capitalismo moderno

'Il sintomo di una crisi profonda della civiltà fondata sulla dipendenza dai combustibili fossili, che sta minando l''egemonia occidentale [Nafeez Ahmed]'

Lo Stato Islamico è il cancro del capitalismo moderno
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13 Aprile 2015 - 06.48


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Il  brutale ”Stato islamico” è un sintomo di una crisi profonda
della civiltà fondata sulla dipendenza dai combustibili fossili, che sta
minando l”egemonia occidentale ed espandendo il potere dello Stato
islamico in tutto il mondo musulmano.

di Nafeez Ahmed.

Tradotto da ComeDonChisciotte.

 

Il dibattito sulle origini dello Stato Islamico (IS) ha fortemente
oscillato tra due prospettive estreme. Da una parte si accusa
l”Occidente. L’ IS non è altro che una prevedibile reazione
all’occupazione dell”Iraq, l’ennesimo colpo sferrato dalla politica
estera occidentale.  Dall’altra si attribuisce la sua nascita
esclusivamente alle barberie storiche e culturali del mondo musulmano, i
cui valori e credenze –  ferme all’epoca medievale –  sono un naturale
incubatore di un estremismo violento.

Il più grosso
elefante nella stanza, citato nell’attuale dibattito semplicistico, è
solo una sovrastruttura materiale. Chiunque può avere idee orribili e
disgustose, ma restano solo fantasie se non si trova il modo di
manifestarle concretamente nel mondo che ci circonda.

Quindi, per capire in che modo l’ideologia che anima l’IS sia
riuscita a trovare le risorse materiali per arrivare a conquistare un
territorio più grande della Gran Bretagna, abbiamo bisogno di esaminare
più da vicino il contesto materiale.

Seguire il denaro

Le radici dell’ideologia di al-Qa”ida risalgono al 1970. Abdullah
Azzam, mentore palestinese di Osama bin Laden, formulò una nuova teoria
che giustificava la guerriglia continuata e a livello locale delle varie
cellule mujaheddin sparse,  per la creazione di uno stato
pan-islamico.  La violenta dottrina islamica di Azzam si diffuse nel
contesto dell’invasione sovietica dell’Afganistan.

Come è noto, le reti di mujaheddin afgani furono addestrate e
finanziate sotto la supervisione della CIA, del MI6 e del  Pentagono.
Gli Stati del Golfo fornirono ingenti somme di denaro, mentre il
Pakistan Inter-Services Intelligence (ISI) creò un collegamento a terra
con le reti militanti coordinate da Azzam, bin Laden ed altri.

L”amministrazione Reagan, ad esempio, fornì  2 miliardi di dollari ai
mujaheddin afghani, seguiti da altri 2 miliardi di dollari da parte
dell’Arabia Saudita.

Secondo il Washington Post, in Afghanistan, l’ USAID investì milioni
di dollari per la fornitura ai bambini in età scolare di “libri di testo
pieni di immagini violente e insegnamenti islamici militanti”.  Una
teologia che predicava la violenza, intervallata da “disegni di pistole,
proiettili, soldati e mine”.  Gli stessi libri di testo esaltavano anche
una ricompensa celeste per qui bambini che fossero riusciti a
“strappare gli occhi e tagliare le gambe al nemico sovietico”.

E’ opinione diffusa che questa disastrosa collaborazione tra mondo
occidentale e mondo musulmano nel finanziare gli  estremisti islamici
terminò con il crollo dell”Unione Sovietica.  Come ho detto in una
testimonianza al Congresso un anno dopo il rilascio della relazione
della Commissione 9/11, questa opinione è del tutto falsa.

Racket di protezione

Un rapporto riservato dell’ intelligence americana rivelato dal
giornalista Gerald Posner ha confermato che gli Stati Uniti erano
pienamente consapevoli di un accordo segreto concluso nel mese di aprile
del 1991 tra l”Arabia Saudita e Bin Laden, poi agli arresti
domiciliari. Secondo l”accordo, Bin Laden avrebbe potuto lasciare il
Regno Saudita con il loro appoggio e finanziamento, e avrebbe continuato
a usufruire di questo sostegno da parte della famiglia reale saudita ad
una condizione: che si fosse astenuto da attacchi o azioni di
destabilizzazione dell’Arabia Saudita.

Lungi dal restare osservatori distaccati di questo accordo segreto, Stati Uniti e Gran Bretagna ne furono parti attive

Le enormi riserve di petrolio saudita erano la base della ricchezza e
della crescita dell’economia globale. Non potevamo permetterci di
essere destabilizzati. E ” stato un do-ut-des: per proteggere il Regno,
bisognava consentire di finanziare bin Laden fuori dal Regno.

Come documenta meticolosamente lo storico inglese Mark Curtis nel suo
sensazionale libro “Affari segreti: la collusione del Regno Unito con
il radicalismo islamico”,  i governi statunitense e inglese continuarono
a sostenere di nascosto le reti affiliate ad al-Qa”ida dell’Asia
Centrale e dei Balcani dopo la Guerra Fredda,  per le stesse ragioni di
prima – contrastare i Russi – e oggi i Cinesi – per arrestare la loro
influenza sull’economia capitalistica mondiale.  L’Arabia Saudita, dove
risiedono le più grandi riserve petrolifere del pianeta, è rimasta il
fulcro di questa miope strategia anglo-americana.

Bosnia

Un anno dopo i bombardamenti del World Trade Center del 1993, Osama
bin Laden aprì un ufficio a Wembley (Londra) col nome di Comitato
Consultivo di Riforma (Advice and Reformation Committee), dal quale
coordinava le attività estremiste in tutto il mondo.

Più o meno allo stesso tempo, secondo documenti dell’intelligence olandese,
il Pentagono aerotrasportava migliaia di mujaheddin dall’Asia Centrale
in Bosnia, in violazione dell’embargo militare stabilito dalle Nazioni
Unite.  Erano accompagnati da forze speciali statunitensi.  Lo “Sceicco
Cieco”, accusato del bombardamento del WTC,  era stato molto attivo nel
reclutamento e nell’invio dei combattenti al-Qa”ida in Bosnia.

Afghanistan

Da circa il 1994 fino al 11 settembre del 2001, l’intelligence
militare statunitense, insieme a Gran Bretagna, Arabia Saudita e
Pakistan, rifornì in segreto armi e fondi ai talebani collegati ad
al-Qa”ida.

Nel 1997, Amnesty International denunciò gli “stretti legami
politici” tra le milizie Talebane, che avevano da poco conquistato
Kabul, e gli Stati Uniti. L’organizzazione per i diritti umani parlò di
“collegamenti con le madrasas (scuole religiose) che i talebani
frequentavano in Pakistan”, legami “stabiliti fin dai primi momenti di
vita del movimento Talebano”.

A sostenerlo – riportò Amnesty – fu anche la defunta Benazir Bhutto,
allora Primo Ministro pakistano, che affermò che le madrasas erano state
create da Gran Bretagna, Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan durante
la Jihad, la resistenza islamica contro l’occupazione sovietica
dell’Afganistan.  Sotto la tutela statunitense, l’Arabia Saudita
finanziava queste madrasas.

Libri di testo predisposti dal governo degli Stati Uniti, con
l’intento di indottrinare I bambini afgani e avviarli alla guerra santa
durante la Guerra Fredda, oggi adottati dai Talebani, divennero parte
integrante del sistema educativo scolastico afgano, ed erano
diffusamente utilizzati nelle scuole religiose militanti in Pakistan
finanziate dai Sauditi e dall’ISI Pakistano sostenuto dagli Stati Uniti.

Le Amministrazioni Clinton e Bush speravano di utilizzare i Talebani
per istituire nel paese un regime simile al loro benefattore Saudita. La
vana speranza – concepita in piena malafede – era che un governo
Talebano avrebbe garantito la stabilità necessaria per poter installare
il gasdotto TAPI (TransAfghanPipeline) per rifornire l’Asia meridionale
del gas dell’Asia Centrale, evitando Russia, Cina e Iran.

Tutte queste speranze caddero tre mesi prima dell’11 settembre,
quando i Talebani rifiutarono le proposte americane.  Il progetto TAPI
giunse ad un ulteriore stallo a causa dei controlli intransigenti
talebani a Kandahar e Quetta, ma ha continuato ad essere sostenuto
dall’Amministrazione Obama e ora è prossimo al completamento.

Kosovo

La NATO ha continuato a sponsorizzare le reti affiliate ad al-Qa”ida
fin dalla fine degli anni ’90, riporta Mark Curtis, quando le forze
speciali americane e inglesi fornivano armi e addestramento militare ai
ribelli dell’ Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che comprendevano
le reclute dei mujaheddin. Tra questi c’era una cellula capeggiata da
Muhammad al-Zawahiri, fratello del vice di bin Laden, Ayman, oggi a capo
di al-Qa”ida.

Nello stesso periodo, Osama e Ayman coordinarono dall’ufficio di bin
Laden a Londra il bombardamento all’Ambasciata statunitense in Kenya e
Tanzania nel 1998.

Tuttavia, giungevano anche buone notizie: gli interventi della NATO
nei Balcani, accompagnati dalla disintegrazione della Yugoslavia
socialista, preparavano la strada per l’integrazione della regione
nell’Europa Occidentale, per la privatizzazione dei mercati locali e per
l’istituzione di nuovi regimi che favorissero il trasporto del petrolio
e del gas dall’Asia Centrale all’Occidente attraverso il TAPI.

‘Nuovo corso’ in Medio Oriente

Anche dopo il 9/11 e il 7/7, la dipendenza statunitense e britannica
dai combustibili fossili a buon prezzo per sostenere l’espansione del
capitalismo globale, ci portò a rafforzare le nostre alleanze con gli
estremisti.

Verso la metà dell’ultimo decennio, l’intelligence anglo-americana ha
iniziato a controllare i finanziamenti che dagli Stati del Golfo –
guidati ancora una volta dall’Arabia Saudita – raggiungevano le reti
estremiste islamiche in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, per
contrastare l’influenza shiita iraniana nell’area.  Tra i beneficiari di
questo sostegno c’erano i gruppi estremisti militanti affiliati ad
al-Qa”ida in Siria e Libano – un vero e proprio arco del terrore
islamico.
Ancora una volta, i ribelli islamici sarebbero stati
utilizzati – a loro insaputa – come agenti dell’egemonia statunitense
contro i nuovi rivali geopolitici.

Come rivelò nel 2007 Seymour Hersh nel New Yorker,  questo ‘nuovo
corso’ della politica stava indebolendo non solo l’Iran, ma anche la
Siria – dove gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si affrettarono a
sostenere la Fratellanza Musulmana Siriana, oltre ad altri gruppi di
opposizione.  Sia Iran sia Siria, ovviamente, erano fortemente allineati
con Russia e Cina.

Libia

Nel 2011, l’intervento militare della NATO per capovolgere il regime
di Gheddafi seguì a un massiccio sostegno ai mercenari libici che erano,
di fatto, membri dell’affiliato ad al-Qa”ida in Libia.  Alla Francia
pare sia stato offerto il 35% del controllo del petrolio Libico in
cambio del sostegno francese ai ribelli.

Dopo l’intervento, i giganti petroliferi Europei, Britannici e
Statunitensi erano “perfettamente in grado di poter usufruire” delle
“opportunità commerciali”, secondo il Prof. David Anderson della Oxford
University.  I proficui affari con i membri della NATO potevano
“finalmente liberare l’Europa Occidentale dalla stretta degli alti
prezzi praticati dai produttori Russi che controllavano le forniture di
gas”.

Rapporti di intelligence mostrarono che i ribelli sostenuti dalla
NATO avevano stretti legami con al-Qa”ida.  Anche la CIA utilizzò i
militanti islamici libici per convogliare grossi quantitativi di armi ai
ribelli in Siria.

Un rapporto dell’intelligence Canadese del 2009 descriveva la
roccaforte dei ribelli in Libia Orientale come “l’epicentro
dell’estremismo islamico”, dal quale le “cellule estremiste” operavano
nella regione – la stessa regione, secondo David Pugliese dell’ Ottawa
Citizen, che era “difesa da una coalizione NATO capeggiata dal Canada”. 
Secondo Pugliese, il rapporto d’intelligence confermava che “diversi
gruppi di ribelli islamici si erano insediati in Libia orientale”, molti
dei quali “incitavano i seguaci ad andare a combattere in Iraq”. Piloti
canadesi si scambiavano battute dicendo che anche loro in privato erano
dei piloti di al-Qa”ida “poichè i loro bombardamenti avevano contribuito
a far allineare i ribelli al gruppo terroristico”.

Secondo Pugliese,  specialisti d’intelligence inviarono ad alti
funzionari NATO un briefing preventivo datato 15 Marzo 2011 proprio
pochi giorni prima che avvenisse l’intervento.  “C’è una crescente
possibilità che la situazione in Libia si possa trasformare in una
guerra civile/tribale a lungo termine” scrissero. “Questo diventerà
ancora più probabile se le forze all’opposizione riceveranno aiuti
militari dall’esterno”.

Come ben sappiamo, l’intervento poi avvenne lo stesso.

Siria

Nel corso dell’ultimo decennio, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli
Emirati Arabi, la Giordania e la Turchia hanno tutti fornito un
importante sostegno finanziario e militare principalmente a reti
islamiche combattenti collegate ad al-Qa”ida, reti che poi hanno dato
vita allo “stato islamico”. Questo sostegno è stato dato nel contesto di
una rinnovata strategia anti-Assad guidata dagli Stati Uniti.

La competizione per stabilire il dominio sulle rotte dei gasdotti e
oleodotti che riguardavano la Siria, come anche le risorse fossili
ancora inesplorate in Siria e nel Mediterraneo orientale – a spese di
Russia e Cina – hanno avuto un ruolo centrale nel motivare tale
strategia.

L’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas rivelò che nel 2009
funzionari del Ministero degli Esteri inglese gli dissero che le forze
inglesi erano già attive in Siria nel tentativo di fomentare la
ribellione.

L’operazione è avvenuta secondo un programma di coordinamento
congiunto tra le intelligence americana, inglese, francese e israeliana.
Ci sono prove documentali che confermano che il solo sostegno
statunitense all’operazione anti-Assad fu di circa $2 miliardi di
dollari dalla fine del 2014.

Mentre è opinione diffusa che questo sostegno agli estremisti
islamici è stato male interpretato, i fatti parlano da soli.  Rapporti
di valutazione CIA riservati hanno mostrato che l’intelligence USA
sapeva bene che tutti gli aiuti ai ribelli anti-Assad in tutto il Medio
Oriente finivano essenzialmente nelle mani degli estremisti più
violenti.  Tuttavia continuarono.

I funzionari del Pentagono, l’anno prima che lo SI (stato islamico)
desse il via alla sua campagna di conquista in Iraq, sapevano bene che
la grande maggioranza dei ribelli dell’Esercito di Liberazione Siriana
“moderato” erano in realtà dei militanti islamici.  Divenne sempre più
impossibile, secondo gli stessi funzionari, stabilire dei confini certi
tra i ribelli ‘moderati’ e gli estremisti collegati con al-Qa”ida o allo Stato islamico, a causa delle impercettibili interazioni tra i due.
Inoltre,
aumentò progressivamente il numero dei combattenti FSA frustrati che si
univano ai gruppi di militanti islamici in Siria, e non per motivi
ideologici ma semplicemente per le loro maggiori capacità militari.
Finora, quasi tutti i gruppi di ribelli ‘moderati’ addestrati e armati
di recente dagli Stati Uniti oggi si stanno unendo con al-Qa”ida e stato
islamico nella lotta contro Assad.

Turchia

Ora gli Stati Uniti stanno coordinando nuovi aiuti militari ai
ribelli ‘moderati’ per contrastare lo Stato Islamico attraverso un nuovo
accordo con la Turchia. Tuttavia, è noto a tutti che la Turchia, in
tutto questo periodo, ha sponsorizzato apertamente al-Qa”ida e lo Stato
Islamico nel quadro di un disegno geopolitico preciso volto a
schiacciare i gruppi di opposizione curdi e destituire Assad.

Non sono serviti a molto i blandi sforzi della Turchia per contenere i
combattenti stranieri che passano i confini turchi per andare a unirsi
all’IS in Siria.  La Turchia recentemente ha risposto annunciando che ne
ha fermato a migliaia.
Entrambe queste affermazioni sono false: la
Turchia ha deliberatamente dato rifugio e convogliato aiuti verso IS e
al-Qa”ida in Siria.

La scorsa estate, il giornalista turco Denis Kahraman ha intervistato
un combattente che si stava curando in Turchia che gli ha detto : “La
Turchia ci ha aperto la strada. Se la Turchia non lo avesse fatto, lo
Stato Islamico non sarebbe quello che oggi è.  Sì, la Turchia ci ha
mostrato affetto e comprensione. Moltissimi nostri mujaheddin  jihadisti
hanno ricevuto cure mediche in Turchia”.

All”inizio di quest”anno, erano trapelati in rete dei documenti
ufficiali autenticati dell”esercito turco (il Comando della Gendarmeria
Generale), che mostravano che i servizi segreti turchi (MIT) erano stati
sorpresi da funzionari militari ad Adana mentre trasportavano con dei
camion missili, mortai e munizioni contraeree, destinati
“all’organizzazione terroristica di al-Qa”ida” in Siria.

I ribelli ‘moderati’ FSA  sono coinvolti nella rete di sostegno
turco-islamica sponsorizzata da MIT.  Uno di essi ha detto al Telegraph
che sta ora gestendo “delle abitazioni sicure per i combattenti
stranieri che vogliono unirsi a Jabhat al-Nusra e ISIL (Stato
Islamico).”

Alcuni funzionari hanno parlato di questa cosa, ma senza alcun
risultato. L”anno scorso, Claudia Roth, vice presidente del parlamento
tedesco, si è mostrata scioccata del fatto che la NATO stia permettendo
alla Turchia di ospitare un accampamento dell’ Stato Islamico a
Istanbul, di facilitare i trasferimenti di armi ai militanti islamici
attraverso i suoi confini e tacitamente consente le vendite di petrolio
dello Stato Islamico. Ma non è seguito nulla.

La coalizione anti-Stato Islamico capeggiata dagli Stati Uniti sta finanziando lo Stato Islamico

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non solo non si sono espressi
sulla complicità del loro partner della coalizione nello sponsorizzare
il nemico, ma hanno anche stretto ancora di più la partnership con la
Turchia e stanno lavorando alacremente con lo stesso stato che
sponsorizza lo Stato Islamico nell’addestrare i ribelli ‘moderati’ che
lottano contro l’IS.

Ma non è solo la Turchia. L”anno scorso, il vicepresidente americano
Joe Biden ha detto in una conferenza stampa alla Casa Bianca che
l”Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia, tra gli
altri,  hanno inviato “centinaia di milioni di dollari e migliaia di
tonnellate di armi ad al–Nusra, al-Qa”ida e agli estremisti jihadisti” 
in un contesto di “guerra per procura tra sunniti e sciiti”. Ha aggiunto
che, a tutti gli effetti, è impossibile identificare dei ribelli
“moderati” in Siria.
E non ci sono segnali che indichino che questi
aiuti stiano rallentando. Nel Settembre del 2014, quando gli Stati Uniti
hanno iniziato a coordinare gli attacchi aerei contro lo S.I., 
funzionari del Pentagono hanno rivelato di essere a conoscenza del fatto
che loro alleati della coalizione stavano ancora finanziando lo S.I.

Quel mese, il Generale Martin Dempsey, Presidente dei Capi di Sato
Maggiore congiunti, rispondendo al Senatore Lindsay Graham nel corso di
una seduta della Commissione del Senato per le attività militari se
fosse stato a conoscenza di “qualsiasi importante alleato arabo che
sostenesse lo S.I.”, ha risposto: “Sì, sono a conoscenza di importanti stati arabi alleati che finanziano lo S.I.”

Nonostante molti ne fossero a conoscenza, il governo degli Stati
Uniti non solo non ha applicato delle sanzioni punitive a questi
alleati, ma li ha ricompensati includendoli nella coalizione che doveva
combattere gli elementi più estremisti che stavano loro stessi
finanziando. Peggio ancora, agli stessi alleati si concede un ampio
margine di manovra nella selezione dei combattenti destinati
all’addestramento.

I membri chiave della nostra coalizione anti-S.I. stanno bombardando
lo stesso S.I. mentre da dietro le quinte continuano a sponsorizzarlo, e
il Pentagono ne è a conoscenza.

Il fallimento dello stato Musulmano

In Iraq e Siria, dove è nato lo S.I., non è possibile sottovalutare
la devastazione della società causata da un conflitto prolungato. 
L’invasione militare occidentale e l”occupazione dell”Iraq, corredate da
torture e violenze indiscriminate di ogni genere, hanno avuto un ruolo innegabile
i nel preparare il terreno per la nascita di politiche reazionarie
estreme. Prima dell’ intervento occidentale, al-Qa”ida non era in nessun
posto nel paese. In Siria, la brutale guerra di Assad contro il suo
popolo continua ad alimentare le rivendicazioni dello S.I. e ad attrarre
combattenti stranieri.

La continua immissione nelle reti degli estremisti islamici di grandi
quantità di denaro, centinaia di miliardi di dollari di risorse
materiali che nessuno è ancora riuscito a quantificare con precisione,
coordinata insieme da stati occidentali e musulmani, ha avuto nel corso
dell’ultimo mezzo secolo un effetto profondamente destabilizzante.  Lo
Stato Islamico è il culmine surreale post-moderno di questa sordida
storia.

La coalizione occidentale anti-S.I. nel mondo musulmano è costituita
da regimi repressivi le cui politiche nazionali hanno accentuato le
disuguaglianze, schiacciato il dissenso legittimo, torturato pacifici
attivisti politici e alimentato profondi risentimenti.  Sono gli stessi
alleati che hanno finanziato – e continuano a finanziare – lo S.I., e le
agenzie d’intelligence occidentali ne sono state – e ne sono – a
conoscenza.

E tuttavia lo stanno facendo in circostanze geografiche che negli
ultimi dieci anni hanno indubbiamente vissuto un’escalation di crisi
convergenti. Come ha detto il Prof. Bernard Haykel di Princeton: “Vedo
l’ ISIS come il sintomo di un profondo insieme di problemi strutturali
che straziano il mondo arabo sunnita. Ha a che fare molto con la
politica, con l’istruzione (con la sua mancanza), con l’autoritarismo,
con l’intervento straniero, con la maledizione del petrolio …

Penso che anche se l’ ISIS scomparisse,  le cause che lo hanno
prodotto rimarrebbero. E queste cause avrebbero dovuto essere affrontate
molto tempo fa con decenni di politiche, di riforme e di cambiamenti
strutturali favorevoli, e non solo da parte dell’Occidente, ma anche da
parte degli stati arabi.”.

Al contrario, come abbiamo visto con la primavera araba, questi
problemi strutturali sono stati esacerbati da una tempesta perfetta di
interconnessioni tra politica, economia, richieste di energia, crisi
ambientali:  tutti prodotti di una profonda crisi del capitalismo
globale.

Con la regione che da sempre soffre di prolungate siccità,  mancanza
di agricoltura,  calo dei proventi del petrolio causato dal picco
nazionale del petrolio, corruzione e cattiva gestione dell’economia
aggravata dall’austerità neo-liberista e così via, gli stati locali
hanno iniziato a crollare. Dall’ Iraq alla Siria, dall’Egitto allo Yemen,
the, lo stesso mix critico di condizioni climatiche, energetiche e
economiche stanno mettendo a dura prova i governi locali in carica.

Occidente alienato

Anche se l”Occidente è molto più resistente alle crisi globali
interconnesse, le radicate disuguaglianze negli Stati Uniti, in Gran
Bretagna e in Europa occidentale – che hanno un effetto sproporzionato
sulle minoranze etniche, donne e bambini – stanno peggiorando.

In Gran Bretagna, quasi il 70 per cento dei musulmani di origine
dell’Asia Centrale – e due terzi dei loro figli –  vivono in stato di
povertà.  Poco meno del 30 per cento dei giovani britannici musulmani di
età compresa tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati.  Secondo il 
Minority Rights Group International, le condizioni dei  musulmani
britannici, in termini di “accesso all”istruzione, all”occupazione e
alle abitazioni”, invece di migliorare, negli ultimi anni sono
peggiorate. Tutto questo è stato accompagnato da un “aumento
preoccupante di aperta ostilità”  da parte delle comunità non musulmane,
e da una crescente propensione della polizia e dei servizi di sicurezza
a prendere di mira gli individui musulmani nell’ambito delle misure di
sicurezza anti-terrorismo.  L’evidente pregiudizio dei mezzi
d’informazione nei confronti degli individui musulmani, e le rimostranze
sulle giustificate percezioni di una politica estera aggressiva e
ingannevole nel mondo musulmano, hanno creato quel senso dominante di emarginazione sociale legato all’appartenenza all’identità musulmana nel Regno Unito.

È la miscela tossica di tutti i fattori che costituiscono la
formazione dell”identità generale che è il vero problema – non ciascuno
dei fattori presi individualmente. La povertà, la discriminazione o il
pregiudizio verso il mondo musulmano presi da soli non sono fattori che
rendono una persona vulnerabile alla radicalizzazione. E’ l’ insieme di
questi elementi che crea un’identità alienata, frustrata e prigioniera
di un circolo vizioso senza scampo.

Il prolungamento e l”interazione di questi problemi possono
contribuire al modo in cui i musulmani in Gran Bretagna, nei vari ambiti
della vita, iniziano  a vedere se stessi con un tutt’uno. In alcuni
casi, si genera un senso radicato di emarginazione e disillusione nei
confronti della società in generale.  Questa identità di esclusione,
quando riguarda una persona, dipenderà poi dalle caratteristiche
ambientali, dalle esperienze e dalle scelte di quella persona.
Le
crisi sociali prolungate possono creare ovunque  le premesse per la
nascita di tossiche ideologie xenofobe.  Tali crisi minano le tradizioni
di certezza e di stabilità radicate in concetti consolidati di identità
e di appartenenza.

Mentre i musulmani vulnerabili potrebbero ricorrere alla cultura
della bande, o peggio, all’estremismo islamico, i musulmani non
vulnerabili potrebbero assumere un’identità emarginata legata a gruppi
estremisti come la Defence League inglese, o altre reti di estremisti di
destra. Per i gruppi di élite più potenti,  il loro senso di crisi
potrebbe infiammare ideologie neoconservatrici militaristiche, che
andrebbero ad intaccare le istituzioni al potere, giustificare lo status
quo, dare un’imbiancata al sistema corrotto che sostiene il loro potere
e demonizzare i movimenti progressisti e di minoranza.

In questo vortice, l’iniezione di innumerevoli miliardi di dollari
nelle reti islamiche estremiste in Medio Oriente con un debole per la
violenza, consegna il potere nelle mani di quei gruppi che in precedenza
erano assenti dalle istituzioni locali.

Poiché le molteplici crisi tendono a convergere e a intensificarsi,
minando la stabilità dello stato e accendendo la protesta, questa
massiccia immissione di risorse destinate agli ideologi islamisti,
finisce con l’attrarre persone arrabbiate, alienate e vulnerabili nel
loro vortice di estremismo xenofobo. Il punto finale di questo processo è
la creazione di mostri.

Disumanizzazione

Mentre questi fattori hanno condotto la vulnerabilità regionale a
livelli di crisi, il ruolo primario assunto da Stati Uniti e Gran
Bretagna dopo il 9/11 nel coordinamento dei finanziamenti segreti dei
paesi del Golfo agli estremisti islamici militanti in tutta la regione,
non ha fatto altro che versare benzina sul fuoco.

I collegamenti che queste reti islamiche hanno con l’occidente
significano che le agenzie d’ intelligence nazionali hanno
periodicamente e volutamente fatto finta di non vedere i loro seguaci ed infiltrati nei loro paesi, consentendogli di coltivare, reclutare e inviare all’estero dei neo-combattenti.

E’ questo il motivo per cui la componente occidentale dello S.I.,
anche se molto più piccola rispetto al numero di combattenti che
aderiscono dai paesi vicini, resta in gran parte impermeabile a un
dibattito teologico significativo. Questi non sono guidati dalla
teologia, ma dall’ insicurezza di un”identità e di una psicologia
fratturata.

È qui, nelle modalità di reclutamento meticolosamente calibrate
adottate dallo S.I. e dalle sue reti di supporto in Occidente, che
possiamo identificare il ruolo dei processi di indottrinamento
psicologico messi a punto in anni di formazione dalle agenzie
d’intelligence occidentali. Queste agenzie sono sempre state coinvolte
nell’elaborazione di strumenti violenti d’indottrinamento islamista.

Nella maggior parte dei casi, il reclutamento nello S.I. avviene dopo
lunghe esposizioni a video di propaganda attentamente studiati e
realizzati con moderni mezzi di produzione: tra i più efficaci ci sono
quelli in cui vengono mostrate incessantemente immagini reali di
uccisioni e ferimenti di civili iracheni, afgani e palestinesi causate
dalla potenza di fuoco occidentale, o dei civili siriani di Assad.

La costante esposizione a tali scene raccapriccianti di atrocità
causate dagli occidentali e dal regime di Assad, può spesso avere
l’effetto – su chi le osserva –  di avvertirle come fossero accadute a
lui stesso, una forma, cioè, di trauma psicologico che può provocare
anche uno stress post-traumatico.

Tali tecniche di propaganda-culto provocano travolgenti emozioni
scioccanti e rabbiose, che a loro volta spengono la ragione e
disumanizzano l’ “altro”. Il processo di disumanizzazione è portato a
compimento attraverso una contorta teologia islamica. Ciò che conta in
questa teologia non è la sua autenticità, ma la sua semplicità.  Questo
può fare miracoli su una psiche traumatizzata da visioni di morte di
massa, la cui capacità di ragione è immobilizzata dalla paura e dalla
rabbia.

Ecco perchè l’estremismo e la totale decontestualizzazione sono
caratteristiche tipiche degli insegnamenti islamisti estremi: poichè a
prima vista sembra tutto giusto e vero.

Dopo decenni di malinterpretazione dei testi islamici da parte degli
ideologi  militanti, le fonti sono state corrotte appositamente per
giustificare l’agenda politica del movimento: leggi tiranniche,
uccisioni di massa, asservimento delle donne e così via, tutte cose che
sono diventate le basi necessarie per la sopravvivenza e l’espansione
dello ‘stato’.
Poichè la principale funzione dell’introduzione del
pensiero islamista estremo è la legittimazione della violenza e delle
guerre punitive,  vengono prodotti dei video di propaganda che
promettono alle vulnerabili reclute quello che gli manca: la gloria, la
fratellanza, l’onore, e la promessa della salvezza eterna – a
prescindere dai crimini e dalle nefandezze che avranno commesso in
passato.

Aggiungeteci la promessa del potere – il potere sui nemici, il potere
sulle istituzioni occidentali che hanno represso e soppresso i fratelli
e le sorelle musulmane, il potere sulle donne – e il fascino che lo
S.I. emana, la sua irreprensibilità politica e le sue rivendicazioni di
divinità, ecco che il quadro diventa più che convincente, quasi
irresistibile.

Questo significa che l’ideologia dello S.I., che è importante
conoscere per poterla respingere – non trae la sua forza dalle proprie
origini, esistenza ed espansione.  E’ solo un oppio del popolo di cui si
nutre e che propina ai futuri seguaci.
E in ultimo, lo S.I. è un
cancro del moderno capitalismo in crisi, un fatale sottoprodotto della
nostra illimitata dipendenza dall’oro nero, un sintomo parassitario
dell’evoluzione delle profonde crisi del mondo occidentale e musulmano.
Finchè non si risolvono i problemi alla base di questi crisi, lo S.I.
continuerà a prosperare.

Nafeez Ahmed, PhD, è un giornalista, 
ricercatore in materia di sicurezza internazionale e autore di molti bestseller che
hanno analizzato quella che lui definisce la “crisi della civiltà“.  Gli
è stato conferito il premio  Project Censored Award for Outstanding
Investigative Journalism per il suo rapporto pubblicato dal
Guardian
sulle intersezioni tra le crisi ecologiche, energetiche ed economiche e i
conflitti geopolitici regionali.  Ha anche scritto per
The
Independent, il Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign
Policy, The Atlantic, Quartz, Prospect, New Statesman, Le Monde
diplomatique e New Internationalist.   I suoi studi sulle motivazioni di
base del terrorismo internazionale e sulle operazioni di intelligence
ad esso collegate hanno contribuito in modo significativo al lavoro di
ricerca della Commissione 9/11 e alla 7/7 Coroner Inquest.

Fonte: http://www.middleeasteye.net/columns/cancer-modern-capitalism-1323585268

Traduzione per comedonchisciotte.org  a cura di SKONCERTATA63, con alcune correzioni marginali di Megachip.

Tratto da http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14915.

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