Trump e questione siriana. Dietro c'è una lotta in seno all'impero USA

Che cosa significa il ritiro degli USA dalla Siria? Ammettiamo che avvenga veramente e in tempi rapidi. Ci sono molte domande da porsi. La prima è 'Perché?'

Jim Mattis e Donald Trump

Jim Mattis e Donald Trump

 

di Piotr.

 



  1. Che cosa significa il ritiro degli USA dalla Siria?



Ammettiamo che avvenga veramente e in tempi rapidi. Ci sono molte domande da porsi.

La prima è “Perché?”

Innanzitutto io non credo affatto che questa decisione sia stata presa da Trump. Quindi lascio perdere tutte le interpretazioni basate sulla personalità o l'intelligenza dell'attuale presidente degli Stati Uniti.

Così come è stato eletto perché una parte delle élite statunitensi avevano deciso che l'escalation aggressiva dei neo-liberal-cons e la loro gestione della crisi sistemica (cioè il finanz-globalismo) non aveva sbocchi se non catastrofici, oggi penso che le stesse élite stiano premendo per una controffensiva di Trump contro quella forsennata linea.

Da quando si è insediato alla Casa Bianca, Donald Trump è stato poco alla volta circondato da personale neo-liberal-con. Il generale James Mattis, capo del Pentagono, il Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton e il Segretario di Stato, Mike Pompeo, sono con tutta evidenza stati imposti col ricatto del Russiagate.

Quindi nascono alcune sotto-domande:



  1. a) Il “gruppo Trump” (chiamerò così Donald Trump, i suoi veri consiglieri e le élite che lo sostengono) oggi si sentono tutti più sicuri rispetto alle minacce del Russiagate?

  2. b) Il “gruppo Trump” ha l'appoggio dei quadri intermedi del Pentagono, cioè di chi la guerra la fa veramente e sa che cosa vorrebbe dire veramente un confronto diretto con la Russia ed eventualmente con la Cina? Cioè di chi sa, per dirne una, che al di là della retorica “siamo l'unica superpotenza e siamo invincibili” gli USA sono vulnerabilissimi, chi sa che è perfettamente vero quello che contemporaneamente all'annuncio del ritiro è stato detto da Putin nel suo discorso di fine anno, cioè che in questa escalation di aggressioni e corsa alle armi: “il mondo starebbe sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe portare alla morte di tutta la civiltà e forse alla fine del pianeta”?



Al Pentagono sicuramente sanno che gli Stati Uniti non sono intoccabili. Che anche guerre limitate avrebbero conseguenze catastrofiche per la “nazione indispensabile” (lo hanno scritto di recente).

Provate solo a immaginarvi cosa hanno pensato il Pentagono e i mercanti d'armi statunitensi quando un vecchio arnese contraereo siriano risalente addirittura all'URSS ha abbattuto un F16 israeliano sui cieli della Siria. O provate a pensare cosa significa la no-flight zone che i Russi hanno imposto di fatto sui cieli siriani con l'installazione del sistema antiaereo S-300, che non è nemmeno il più recente (esistono da tempo varie versioni del sistema avanzato S-400).

A nulla sono serviti gli strilli di Israele che minacciava di bombardare tutte le postazioni: né la Russia né la Siria si sono lasciati intimidire. E meno che meno avevano senso le dotte analisi che valutavano nullo o quasi il potere di deterrenza degli S-300 e la loro efficacia contro gli aerei israeliani e americani: di fatto da quando questi sistemi sono stati installati Israele non si è più permessa di fare incursioni sulla Siria. Perché la deterrenza degli S-300 russi era prima di tutto politica: ogni aereo abbattuto dai suoi missili sarebbe stato abbattuto non dalla Siria, ma dalla Russia che così dichiarava che se gli aggressori della Siria proprio lo volevano, lei era pronta ad un confronto diretto.

 



  1. Ad essere più precisi, tutte le recenti dichiarazioni della Russia hanno avuto un tema centrale:



“In quasi 30 anni di continue guerre e aggressioni imperiali (Jugoslavia, Libia, Sudan, Ucraina, Siria, … ), in quasi 30 anni di continua espansione della Nato ad oriente (tradendo le assicurazioni di Reagan), in anni e anni di campagne pubbliche di ostilità, menzogne e sanzioni, noi siamo arretrati più che potevamo. Oggi non abbiamo più spazio per arretrare nemmeno se lo volessimo. Abbiamo concesso tutto quello che potevamo concedere. Ora ci sono solo linee invalicabili”.

E basti pensare ai missili Nato a soli 100 km da San Pietroburgo o le bandiere con la svastica dei battaglioni nazisti ucraini ai confini con la Russia per capire cosa vuol dire “non potere più arretrare ed essere costretti a difendersi costi qual che costi”.

Un sentimento condiviso dalla quasi totalità dei Russi.

Nell'ultima guerra mondiale questo sentimento costò 27 milioni di morti, ma poi la bandiera rossa sventolò sul Bundestag.

 



  1. L'aggressività senza precedenti dell'Impero Americano è dettata dalla paura. La paura del declino egemonico, ormai in atto da tempo, che in una società come quella statunitense rischia di portare in superficie il suo sfacelo (il contrasto di questa emergenza è uno degli obiettivi principali del “gruppo Trump”, mentre per i neo-liberl-cons è eventualmente un semplice side effect della salvaguardia dell'ipertrofia imperial-finanziaria).



Diciamolo allora ancora una volta: in tutto il corso della Storia, ogni tentativo di un impero declinante di rilanciare il proprio dominio è sfociato in guerre di carattere mondiale e non ha impedito la perdita di egemonia della potenza uscente.

Insomma, una battaglia persa in partenza che con le armi di oggi sarebbe una battaglia catastrofica per vinti e per vincitori.

Credo che questo sia quanto ha ben chiaro il “gruppo Trump”. Altrimenti Trump non sarebbe mai stato eletto.

Ciò non vuol dire che l'inversione di marcia, che significa, banalmente, far la pace col resto del mondo e innanzitutto con la Russia, sia già tracciata.

Così come in politica interna, anche in quella estera (alla prima strettamente collegata) ogni mossa nasce tra mille contraddizioni e ne genera a sua volta altre mille.

Lasciare la Siria (e poi, necessariamente, anche l'Afghanistan) vuol dire indebolire il fronte “anti-sciita” (che poi vuol dire “anti-russo”, “anti-cinese”, etc)?

Vuol dire ad esempio lasciare il già indebolito Mohammad Bin Salman e i Sauditi a se stessi? E vuol dire mandare al diavolo la loro guerra stragista nello Yemen?

E che sarà del terzo perno anti-sciita, cioè Israele?

Verrà spinto a coltivare ancora di più le sue amitiés particulières con la Russia?

E poi, è vero che togliere l'appoggio militare diretto ai Curdi dell'YPG riduce le tensioni con la Turchia, ma mette nuove castagne sul fuoco ad Erdoğan. Può pensare seriamente di poter invadere la Siria Nordorientale, o una sua parte, e rimanerci?

Non solo, ma finora Siria, Russia e Iran hanno lasciato tempo alla Turchia di risolvere le questioni coi suoi protegés jihadisti (al-Nusra, ovvero al-Qa'ida) a Idlib, normalizzare la situazione e indurli a deporre le armi, e hanno congelato i piani d'attacco. La Turchia ha cincischiato dicendo che prima doveva risolvere la minaccia di una repubblica indipendente curda al suo confine meridionale. Ma adesso?

 



  1. Come anticipato, tutti questi ragionamenti (che sono comunque all'impronta) hanno una qualche giustificazione solo se effettivamente l'ordine di Trump verrà eseguito.



Ma c'è da aspettarsi che saranno opposte resistenze accanite.

A parte quelle dei neo-liberl-cons, come nota folkloristica segnalo quelle dei liberal (a Hollywood le prime a gracchiare sono state Mia Farrow e Cher), della sinistra e della sinistra-sinistra, che ormai hanno completamente interiorizzato l'ossimoro della “guerra umanitaria” inventato da massacratori imperiali senza scrupoli né pietà e una volta (ma molti anni fa!) rifiutato e criticato.

Tutti contrari oggi a che le truppe dell'imperialismo statunitense cessino di occupare un Paese sovrano. O certo, c'è la questione curda. Ma qui il colpevole folklorismo è rappresentato dai sinistri cantori del Rojava come entità democratica, ecologista e femminista; persino comunista. Colpevole, perché questa entità è governata da un gruppo dirigente resosi responsabile di pulizia etniche (abbondantemente denunciate da imam, da preti e da vescovi locali), pulizie inevitabili dato che la maggior parte del Rojava “curdo” non è curdo, a partire da al-Raqqa, città araba distrutta fin dalle fondamenta con migliaia di civili uccisi dai bombardamenti USA-YPG (o SDF che dir si voglia) e mentre il mondo, le ONG e la presstitute occidentali stavano a guardare (magari ammirati).

Certo, se le zone mollate dagli USA fossero invase dai Turchi si porrebbe un problema umanitario. Un problema che non si porrebbe invece se si lasciasse che il Nordest della Siria fosse liberato (questo è il termine tecnico e politico appropriato) dall'Esercito Arabo Siriano e reintegrato nella madre patria. Perché la Repubblica Siriana i Curdi li ha sempre accolti e difesi contro la Turchia (per essere poi pugnalata alle spalle da un gruppo dirigente vendutosi al Pentagono e alla CIA). Può essere che lo stesso gruppo dirigente senza scrupoli domani vorrà negoziare con Damasco. E Damasco giustamente accetterà, perché la politica è fatta così e la pace si fa coi nemici, non con gli amici. E può anche essere che alle prime elezioni libere e democratiche questo gruppo dirigente sparisca.

E può anche essere che a Donald Trump vengano recapitate altre minacce, potrebbe scoppiare la guerra tra Camera e Senato. Per ora è scoppiato l'ennesimo “shutdown”, cioè l'ennesimo blocco della macchina amministrativa imperiale (non la parte militare, però!).

Trump potrebbe recedere ancora una volta.

Sono tanti “se”, troppi.

Ciò che è certo è che si è aperta una nuova fase della lotta sui ponti di comando dell'Impero Americano.