Tra Roma e Damasco, nulla è come appare

Una lettura del modo in cui si vorrebbe usare l'intervento di alcune potenze nella crisi siriana per giustificare in Italia un governo che annacqui i risultati del 4 marzo [Pino Cabras]

Dopo l'attacco occidentale in Siria. © Sputnik

Dopo l'attacco occidentale in Siria. © Sputnik

 


di Pino Cabras.


 


Nulla è come appare nel grande groviglio siriano, l’ombelico di un intrico ancora più grande che si propaga sul mondo. La narrazione dei mass media dominanti è la risultante di infinite manipolazioni. Per chi la accetta passivamente è impossibile capire la realtà. Quella narrazione da noi si intreccia con le eterne pressioni che si scaricano da sempre sulla politica italiana.


Seguo da molti anni in dettaglio la crisi siriana e la vedo come parte di una crisi più vasta, in cui certi equilibri cambiano ogni giorno, mentre certi cliché non cambiano mai.


 


1) Il bombardamento della notte del 14 aprile tecnicamente non ha avuto nessun impatto strategico-militare reale. Del centinaio di missili lanciati il 70% è stato abbattuto dall’antiaerea siriana che usa vecchi sistemi sovietici. Il rimanente 30% ha colpito perlopiù edifici abbandonati privi di qualsiasi interesse strategico e un laboratorio dove si producevano farmaci.


Molti missili sono stati lanciati contro il centro di ricerca e sviluppo di Barzah, ritenuto colpevole, secondo le dichiarazioni ufficiali, di “produrre clorina e sarin”. Solo che il 22 novembre scorso l'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW) aveva ispezionato proprio il centro di Barzah e aveva escluso che producesse armi chimiche. I risultati sono stati riconfermati il 23 e il 28 febbraio del corrente anno. Lo si può leggere nel report del 13 marzo:


https://www.opcw.org/fileadmin/OPCW/EC/87/en/ec87dg21_e_.pdf.


In pochi minuti le forze armate statunitensi hanno mandato in fumo proprie dotazioni per un valore di duecento milioni di dollari e i fornitori di missili si sono sfregati le mani perché saranno loro a ricostituire le scorte. Mi pare chiaro che a Washington non abbiano nemmeno lontanamente voluto sfidare la vera capacità di risposta dell’alleato di Damasco, la Russia, che disponeva sia di sistemi antimissile di trent’anni più avanzati rispetto a quelli delle forze armate siriane, sia di capacità di rappresaglia in grado di annichilire tutti i punti di lancio dei missili (navi o altro). Questo significa che all’interno dell’amministrazione Trump quelli che volevano una guerra di grandi proporzioni sono stati gentilmente accompagnati a un vicolo cieco, almeno per ora. E significa che c'erano canali di comunicazione fra le capitali occidentali e Mosca per assicurarsi che la costosissima e rischiosissima rappresentazione teatrale non generasse equivoci ed escalation. Alla fine tutti salvavano la faccia.


Fa nondimeno impressione che dentro questa consapevolezza in qualche misura “collaborativa” sul limite da non oltrepassare (dove comunque i russi erano in massima allerta), la pièce dovesse comunque svolgersi con tutti i suoi sviluppi obbligati, dalle esplosioni alle indignazioni ai titoloni alle riunioni ONU. Tutto dannatamente teatrale eppure autentico.


 


2) Le armi di distruzione di massa (in particolare il "gas", sia che si parli di un attentato a una ex spia "bruciata" e innocua, sia che si tratti di stragi che coinvolgono civili) vengono richiamate come un feticcio, un'allusione a un tabù storico che fa oltrepassare una "linea rossa": laddove si allude a un gas si allude a un qualche nuovo Hitler da strapazzare. Per chi spinge alla guerra, le prove non contano più nulla, conta solo un'opinione sul gas, non importa se sia cloro, sarin, o il misteriosissimo gas "di consistenza gelatinosa" di cui parla l'imprenditore mediatico Roberto Saviano. Si prendono per oro colato notizie inverificabili provenienti da ambienti compromessi con l'oscurantismo jihadista e le si usa per una rapida hitlerizzazione di un qualche governante da abbattere con i mezzi della guerra totale in un contesto alle soglie della guerra atomica, come se i disastri e le menzogne delle aggressioni all’Iraq e alla Libia non avessero insegnato nulla.


Di fronte a rischi così forti risulta essere un gravissimo errore intellettuale e politico (purché non si tratti di malafede) il sollecitare nel pubblico reazioni emotive incontrollate ed esasperate, basate su dicerie rilanciate da un circuito politico-mediatico gravato da pessimi precedenti che lo rendono inattendibile. È confortante notare che in questo contesto difficoltoso, in cui le pressioni sono molto intransigenti, emergano prese di coscienza ragionate come quella dell'ex ambasciatore britannico in Siria, Peter Ford, che punta il dito sull'ultimo caso gas in Siria, da lui visto come l'ennesima creazione della premiata ditta jihadista per giustificare il pretesto per una guerra totale.


 


3) Per quanto il bombardamento del 14 aprile fosse sostanzialmente “contraffatto”, gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia hanno violato in modo “vero” la legalità internazionale, eccome. Si è trattato di un’aggressione – l’ennesima – a carico di un paese sovrano che fa parte dell’ONU, con effetti indiretti in grado di generare comunque pericolose ripercussioni. Ad esempio non è la prima volta che in occasione di aggressioni dirette delle potenze occidentali a danno delle forze armate siriane, i tagliagole dell’ISIS lancino delle offensive con qualche successo. Anche in questa circostanza, infatti, l’esercito siriano, in vista dell’attacco annunciato ha dovuto lasciare sguarnite certe aree contese con l’ISIS, che ne ha approfittato all’istante. Non va mai dimenticato che chi ha retto l’urto dell’ISIS fino a infliggergli sconfitte decisive è stata la Siria con l’aiuto decisivo della Russia. È imperdonabile oggi voler offrire altre chances all’ISIS.


 


4) Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto e sono altresì membri del “club nucleare”. In questa veste si sono ripreso ancora una volta il ruolo abusivo di potenze sciolte dal vincolo di dover sottostare a importantissime norme internazionali. Con queste azioni fanno valere un peso speciale che comprime le alleanze sovranazionali di cui fanno parte, soggette costantemente a subire la loro preponderanza. Nella NATO e nella UE loro sono “animali più uguali degli altri”. Dispongono di mezzi diplomatici fortemente orientati a far valere questa preponderanza, presidiano abilmente l’ordine del giorno dei principali media per stabilire l’agenda delle notizie e condizionare le mosse degli attori internazionali nonché il sentimento medio dell’opinione pubblica, zavorrano gli spazi di manovra delle personalità politiche nazionali con lacci e lacciuoli. Nella scorsa legislatura la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha messo agli atti alcune importanti scoperte sulle dinamiche che hanno condizionato nel corso dei decenni la sovranità italiana per via del peso di alleati che da un lato ci sono amici, dall’altro ci investono con mille pressioni e azioni ostili e perfino golpiste. Non è solo materia sanguinosa di una storia passata, è ancora carne viva e dolente della politica italiana attuale: vi saremo ancora dentro finché non rinunceremo ad esercitare un ruolo nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, finché non decideremo di appaltare tutta la nostra politica estera a potenze straniere, finché non concepiremo le alleanze come meri vassallaggi anziché come partecipazioni più equilibrate. Ognuno degli attori politici attuali sa di affrontare una perenne corrente di influenze esterne profondamente radicate nel sistema, influenze a cui non par vero di sfruttare ogni spiraglio generato da una crisi di governo difficilissima come quella di oggi. Se nulla è come appare, ogni parola spesa per risolvere la crisi di governo nasce in un contesto che non ammette semplificazioni.


 


5) Il quadro degli accordi di governo possibili in Italia è gravemente condizionato dal fatto che pezzi significativi del sistema politico e molti apparati hanno un’abitudine ormai rodata a sottomettersi a coloro che dicono “fate presto”. Lo spiega bene Debora Billi: «I media come sempre fanno la loro parte, che è poi quella del leone. Remano con forza nella direzione del governo “responsabile”, con la speranza che le leve del comando siano riconsegnate a chi le ha tenute saldamente finora, tradendo così la volontà popolare del 4 marzo. Ma anche molti media alternativi sul web -forse non volontariamente- contribuiscono allo stesso frame, pretendendo a gran voce dai politici più in vista dichiarazioni adamantine contro la guerra, contro la Nato, contro gli alleati, e stigmatizzando come servo e zerbino chi non ottempera all’istante. I social fanno il resto, alimentando tra gli stessi cittadini tale battaglia ideologica, e chiudendo così il cerchio destinato a legare inestricabilmente il futuro governo agli eventi di questi giorni in Siria.» Molti stanno inconsapevolmente lavorando - come si usa dire - per il Re di Prussia, e rischiano di far sì che si abbiano «i missili sulla Siria come movente perfetto per cancellare con un colpo di spugna la scomoda volontà popolare: sta quindi a noi non cadere nella trappola, e continuare a reclamare un governo che rispecchi ciò che è accaduto il 4 marzo e non ciò che è accaduto il 14 aprile».


 


6) È importante risolvere la partita del governo senza farsi vincere dalla fretta, anche in materia di politica estera. Il programma esteri con cui il Movimento Cinque Stelle si è presentato alle elezioni offre spunti decisivi per costruire assieme ad altre forze parlamentari un accordo di governo grazie al quale la Repubblica Italiana possa recuperare il proprio importante ruolo di grande mediatore del Mediterraneo, con un governo in grado di vantare un approccio profondamente iscritto nella vocazione storica dell’Italia democratica, molto più equilibrato rispetto a quello imposto da chi in questi anni ha usato la guerra per nuove avventure neocoloniali, tutte dannose anche per la nostra repubblica.