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Euro e Fiscal Compact, come smontare il V-Day

Bottarelli su ilsussidiaro.net smonta gran parte del programma in 7 punti per le europee presentato da Grillo, ma riconosce che almeno osa parlare dei temi tabù

Euro e Fiscal Compact, come smontare il V-Day

Redazione

7 Dicembre 2013 - 21.26


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di Mauro Bottarelli.


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Dynamic 1
Dunque, domenica Beppe Grillo, oltre ad
avere chiesto l’impeachment di Giorgio Napolitano, ha
avanzato i 7 punti della sua proposta per l’Europa, ovvero
quelli che saranno – con ogni probabilità – gli argomenti forti
della campagna elettorale del M5S
per le elezioni europee del
prossimo anno. Vediamoli insieme, anche perché gli argomenti di un
partito che a tutt’oggi vanta nei sondaggi più del 20% dei
consensi degli italiani non possono essere liquidati unicamente con
accuse di populismo.




Dynamic 2
Primo,
referendum per la permanenza nell’euro. Non è possibile per
legge: in Italia non sono previsti referendum su materie che
riguardano l’Europa.


Detto questo, si può sempre cambiare
la legge. Il problema è: a cosa andremo incontro nei mesi precedenti
a questo appuntamento? Che tipo di comunicazione ci sarà verso i
cittadini su un tema del genere? E poi, in caso la maggioranza degli
italiani scegliesse di uscire dall’euro, l’Europa cosa direbbe?
Non si può, di fatto, andarsene dell’eurozona così, manu
militari
. Ma siamo ottimisti e diamo per buono il fatto che
l’Europa, al netto della volontà popolare italiana, dica sì e ci
permetta di tornare alla lira, al tallero o comunque a una moneta
sovrana: chi e come ridenominerà gli accordi commerciali delle
nostre aziende, tutti in euro? Chi ridenominerà il valore di quel
30% di debito pubblico in mano a investitori esteri?


Dynamic 3
Sicuramente toccherà scontare un
haircut, tanto più che già oggi – senza ipotesi di uscita
dall’euro – esistono le clausole di azione collettiva nelle
obbligazioni sovrane
, le quali permettono ridiscussione di
cedole e coupon
, oltre che di scadenze. A vostro modo di
vedere, nel momento stesso in cui venisse annunciato l’ok a un
referendum
simile, che fine farebbe quel debito? Verrebbe
immediatamente scaricato dagli investitori spaventati per le
perdite cui andrebbero incontro. Quindi, crollo del valore dei titoli
sovrani – di cui le nostre banche sono piene per quasi 450 miliardi
di euro – e spread alle stelle, ovvero costi molto maggiori
per collocare il nostro debito e per il servizio dello stesso. Cosa
farebbe a quel punto lo Stato, visto che, con la prospettiva di
uscire dall’euro di lì a pochi mesi, difficilmente la Bce
acquisterebbe sul secondario per calmare i rendimenti? Comprerebbe,
un buy-back per arrivare a una traiettoria quasi giapponese di
autarchia sul debito pubblico? E con quali soldi? Vendendo le
riserve auree? Sarebbe una sorta di suicidio, ancorché io ritenga
giusto che la gente possa dire la propria su un argomento di così
vitale importanza per il suo futuro, ma serviva intervenire prima,
ovvero quando si stava trattando l’ingresso – facendo swap suicidi
per imbellettare i conti e farci apparire “degni” della moneta
unica – e soprattutto il tasso di cambio. Ora, temo, sia tardi. Salvo
non si arrivi al default e all’uscita dall’euro per espulsione o
per deflagrazione della stessa zona euro.




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Secondo,
abolizione del Fiscal Compact. Anche in questo caso, si doveva
intervenire prima, ovvero non accettando quelle regole deliranti che
l’Ue ha imposto ai paesi membri, tutti tranne Regno Unito e
Repubblica Ceca. Il trattato si apre con lo Stability Pact
(Patto di Stabilità)
, che impone lo 0,5% per il rapporto
deficit/Pil (soglia completamente irrealistica) e il 60% per il
rapporto debito/Pil
; se un Paese non sottosta alle imposizioni
dell’Ue e non si adegua ai parametri stabiliti, scatta
automaticamente la denuncia della Commissione europea al Consiglio
europeo e alla Corte di Giustizia europea, che può imporre multe
dello 0,2% del Pil.


La Germania gode di un particolare
privilegio: si riserva infatti il diritto di poter denunciare un
Paese che non rispetti i parametri anche in assenza dell’opinione
della Commissione europea
; per potersi opporre, gli altri paesi
devono ottenere maggioranze qualificate; nella parte del cosiddetto
Europact viene stabilito che la competitività di un Paese viene
giudicata in termini di riduzione dei salari pubblici e privati e
contemporaneo aumento della produttività del lavoro. La
sostenibilità della politica fiscale viene giudicata in base alla
spesa per previdenza, sanità, servizi pubblici: se un Paese spende
troppo per questi capitoli, è pesantemente sanzionato.


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Il Fiscal Compact richiede una
revisione della contrattazione salariale e sindacale e la
delocalizzazione della contrattazione salariale. Infine, richiede
l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Delirante,
non c’è che dire
. Ma come si fa, ora? Occorre creare a livello
europeo un fronte abbastanza forte da rimettere in discussione quel
Trattato, sospendendone l’attuazione fino a quando non vengano
riscritte le regole e le stesse non siano ratificate, questa volta
sì, non solo dai Parlamenti sovrani ma anche tramite referendum
popolare, in questo caso garantito da una deroga ad hoc della
legge. Chi ci starà, però? I cosiddetti paesi periferici
riusciranno a mettere da parte i propri egoismi e fare un fronte
comune
? Scusate, ma non ci credo. Inoltre, quelle regole sono
propedeutiche alle politiche devastanti della troika e agli
interessi dei creditori privati dei vari paesi, insomma i veri poteri
forti che governano i processi politici in Europa e la nascita stessa
dell’Ue, i quali vogliono garanzie per i loro business e il loro
ruolo di creditori-padroni: occorrerebbe una sorta di rivoluzione
generale
, un fronte comune capace di sfidare banche centrali,
banche private, fondi d’investimento e istituzioni finanziarie. Ci
credete? Io no, mi spiace. C’è però un’altra ipotesi, ovvero
lasciare che il Fiscal Compact si auto-ridiscuta, visto che nessuno
dei quei parametri è attuabile senza devastare almeno i due terzi
dei paesi che ne sono soggetti.




Terzo,
adozione degli Eurobond. Altro capitolo annoso, visto che la
Germania non ci sente da questo punto di vista e le agenzie di rating
stanno lentamente devastandone le fondamenta stesse, visto che con
l’addio alla tripla A dell’Olanda, il rating di credito di cui
godrebbe quel bond, viste anche le condizioni macro di molti paesi
membri, sarebbe decisamente più problematico non solo del Bund ma
del Gilt britannico, del Treasury statunitense e anche dei bond
giapponesi. A emettere quell’obbligazione sarebbe, di fatto, non
un’entità politica sovrana, bensì un’area di adozione di una
moneta comune composta da paesi completamente differenti tra loro,
con economie diametralmente opposte, interessi contrapposti – basti
pensare alla questione del surplus commerciale tedesco – e quindi una
valutazione completamente diversa sul concetto di mutualizzazione del
debito su cui gli Eurobond si fondano.


La Germania non accetterà mai di
perdere lo status del Bund come bene rifugio obbligazionario
per
ritrovarsi a mutualizzare il proprio debito pubblico con quello
greco, portoghese o anche italiano. Diversa sarebbe la
mutualizzazione dei debiti dei paesi cosiddetti periferici, un
“South-Europe-bond” con clausole di azione collettiva, ma
anche in questo caso i rischi sovrani che sottendono quell’emissione
la tramuterebbero quasi in automatico in veicolo per appetiti
speculativi
: ritengo che nel breve e medio periodo, l’unica
strada percorribile sia quella di un’azione pervasiva sulla Bce
affinché agisca se non come back-stop, almeno come garanzia
sui debiti a rischio, finché i problemi maggiori non saranno risolti
e la ripresa agganciata in maniera significativa dai paesi membri.




Quarto,
alleanza tra i paesi mediterranei per una politica comune
finalizzata eventualmente all’adozione di un Euro 2
. Anche qui,
il concetto di base non mi pare sbagliato, ma come attuarlo in
concreto? A parte che andrebbero stracciati e riscritti tutti i
Trattati fondativi della zona euro – e questo sarebbe il problema
minore – come verrà ridenominato l’euro 2 rispetto al fratello del
Nord, quello originario, a livello di contratti commerciali e
denominazione dell’outstanding di debito pubblico in mani private
estere? Ci vorrebbe una garanzia della Bce, magari attraverso un
veicolo ad hoc che operi da clearing house, da camera
di compensazione, per quei contratti: per arrivare a questo, però,
occorre che la Germania accetti la spaccatura della zona euro, la
creazione di una moneta più competitiva della sua e quindi la
perdita di quegli status di privilegio commerciale che euro forte e
lotta all’inflazione le hanno garantito fino a oggi: Berlino
rinuncerà all’export per il bene del continente? La domanda è
sempre la stessa, per quanto Beppe Grillo possa farla facile sul
piano meramente teorico.




Quinto,
investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi
dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio
. In questo caso,
sono d’accordissimo e penso che il blocco dei Paesi del Sud –
quelli più penalizzati dai vincoli deliranti del Fiscal Compact –
dovrebbe davvero farsi carico di una battaglia in tal senso, se non
vorrà continuare a scontare un gap di competitività non solo con il
resto del mondo ma con lo stesso blocco “core” dell’Ue.




Sesto,
finanziamenti per attività agricole finalizzate ai consumi
nazionali interni
. Non lo ritengo prioritario, ma certamente
alzare la voce in sede comunitaria quando si discute di budget non
sarebbe una cattiva idea, visto che persiste ancora oggi il rebate
britannico e la Francia gode di costosissimi (per le tasche degli
euro-contribuenti) sussidi per l’attività agricola che se
garantiti all’Italia diverrebbero un volano economico incredibile.
C’è però da dire una cosa: prima di andare a battere i pugni sul
tavolo, sacrosanto, l’Italia si guardi allo specchio e impari a
gestire, sfruttare e spendere i fondi comunitari di cui già oggi
gode e che restano spesso inutilizzati o sotto-utilizzati.




Settimo e ultimo, abolizione
del pareggio di bilancio
. In questo caso, eminenti giuristi hanno
già dimostrato l’illegittimità del pareggio di bilancio, quindi
potrebbe essere la battaglia più perseguibile delle sette. Il
Trattato sulla stabilità è in realtà, giuridicamente, un accordo
di diritto internazionale fra Stati. Quindi, per l’Unione europea
non ha forza di diritto costituzionale pari a quella dei precedenti
Trattati. Questa soluzione è stata usata come uno stratagemma per
aggirare il fatto che i vertici dell’Unione non avessero la
possibilità di riformare il Trattato dell’Unione europea, per
l’opposizione della Gran Bretagna e della Bulgaria. Insomma,
l’intero MES è giuridicamente invalido, così come il Fiscal
Compact e il pareggio di bilancio
. Questa battaglia si può fare,
ma, come sempre, ricorre la domanda: con quale forza e con quali
alleati?




Diamo a Beppe Grillo ciò che gli
spetta: è l’unico a parlare di questi temi, mettendo in
discussione argomenti che paiono altrove – quasi ovunque a dire il
vero – dei totem. Ma urlare in una piazza cose in parte vere,
ancorché inattuabili, non serve a renderle del tutto vere e
attuabili.












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