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La crisi: come vanno le cose?

Crisi calmierata sul piano finanziario (al prezzo di gonfiare il monte debiti mondiale), ma il resto va peggio. E i BRICS hanno risposte deboli [Aldo Giannuli]

La crisi: come vanno le cose?
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17 Agosto 2014 - 07.46


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di Aldo Giannuli.

E’ troppo tempo che, assorbito dalle
polemiche politiche interne, trascuro di scrivere sull’andamento della
crisi e sulle sue prospettive. E’ il caso di tornare a parlarne, anche
perché “la grande bonaccia”, durante la quale essa ha sonnecchiato, sta
per finire. Una serie di congiunture (la ripresina americana in larga
parte dovuta al gas ed al petrolio di shale, i ripetuti quantitative
easing della Fed, cui si è unita la Bce (anche per scongiurare una
avanzata troppo forte degli “euroscettici” alle elezioni europee),
qualche limitato successo della Abenomics in Giappone ecc…) hanno creato
una pausa che ormai dura dalla metà del 2012 e che ha favorito anche
l’Italia. Ma la ripresa, quella vera, è di là da venire: la crisi del
debito è sempre presente e le inondazioni di Dollari ed Euro servono
come antinfiammatorio, ma non sradicano l’infezione.

D’altro canto i dati occupazionali e dei
consumi, non sono affatto incoraggianti, non solo un Europa (dove sono
un pianto) ma anche negli Usa: in occasione delle altre crisi, il
segnale di fine era dato da un balzo in avanti di 5-6 punti del Pil
americano, ora si devono accontentare di dati che stanno sotto il 2.

Ed i segnali negativi sono tornati a
farsi vivi: il default argentino è solo il primo sternuto, mentre cova
la polmonite brasiliana ed in Cina si avvertono chiaramente i sintomi di
una bolla immobiliare prossima allo scoppio. La Russia è alle prese con
l’embargo euro americano ed anche in India si avvertono segni di
affanno: signora mia, neanche i Brics sono più quelli di una volta!

Questa crisi ha avuto due tempi: la fase
del debito bancario prevalentemente americano, poi la fase del debito
pubblico europeo. Ora tutto lascia presagire che stiamo alla vigilia di
un terzo tempo: la crisi dei Brics in gran parte indotta dalla caduta
della domanda europea ed, in parte, americana.

La domanda aggregata mondiale ha subito
un rilassamento che ha colpito in primo luogo le materie prime e dopo i
manufatti, di questo hanno risentito soprattutto Brasile e Russia su cui
grava anche il dterioramento dei rapporti con l’eurozona. Probabilmente
in vista di queste nuvole all’orizzonte, i Brics hanno dato vita ad una
loro banca alternativa al Fmi, che dovrebbe finanziare la costruzione
di infrastrutture di India, Brasile e Russia e nelle quali la parte del
leone la farebbero le aziende cinesi. All’interno di questo “Fmi degli
emergenti” è stato costituito un fondo per sostenere in paesi in stato
di crisi. L’operazione ha un chiaro senso politico: contrastare l’
egemonia americana sul Fmi che ormai non ha più giustificazione sulla
base dei concreti rapporti di forza. E sin qui la cosa è da guardare con
interesse. Ma ci sono molti dubbi che la cosa possa funzionare oltre un
certo limite.

Intanto il fondo di riserva è di soli
100 miliardi di dollari, il che significa che già al primo paese che va
in crisi il fondo si prosciuga e, probabilmente, non basta. Per cui è da
prevedere che questo possa scatenare la corsa agli aiuti da parte dei
paesi in attesa di crisi. Poi, il regolamento della banca riprende
l’odiatissima clausola del Fmi che condizione la concessione degli aiuti
all’accettazione degli indirizzi di politica economica della banca (ve
la vedete l’India o il Brasile che accettano le indicazioni di politica
economica suggerite magari dalla Cina?).

Poi il fondo è in dollari ed, in
definitiva, questo ribadisce l’egemonia americana sul sistema monetario
mondiale. Peraltro non è affatto sicuro che le risorse della banca
bastino neppure per i piani di realizzazione delle infrastrutture di
tutti i paesi partecipanti all’operazione, per cui l’alternativa
potrebbe essere quella di concentrarsi su un solo paese –rimandando gli
altri alle calende greche- oppure disperdersi con erogazioni a pioggia.
Nel primo caso ci sarebbero serie conseguenze politiche, nel secondo
l’efficacia economica dell’intervento sarebbe messa fortemente in
discussione.

Ma tutto questo (compresa la debole
dotazione del fondo anticrisi e il fatto di non aver scelto una moneta
Brics –realisticamente lo yuan-) è la conseguenza di un dato che sta a
monte: i Brics sono solo una sigla dietro cui non c’è nessuna unità
politica di intenti. E dunque, ciascuno ha scommesso molto limitatamente
su questo tavolo.

Dunque, è possibile che questo nuovo
fondo mondiale giochi qualche ruolo di contrasto nella crisi che si
profila, ma non convince l’ipotesi che sia in grado di affrontarla oltre
un certo limite. Ed è facile prevedere che, per l’inestricabile
intreccio di relazioni finanziarie mondiali, la voragine che si aprirà
in Brasile, in India o Russia, finirà per ripercuotersi anche
sull’esausta finanza europea e su quella americana.

Non è detto che assisteremo ad un urto
drammatico come nel 2008, per lo meno in tempi particolarmente
ravvicinati, magari il Brasile ce la farà a durare sino alle olimpiadi
del 2016, oppure la crisi si presenterà ad ondate scaglionate, diluendo
il suo impatto sull’economia mondiale, forse l’ennesimo quantitative
easing varrà a rallentare il tempo l’urto, quello che è assai probabile è
il riattivarsi di un malessere che potrà anche essere diluito, ma che
ci porterà di nuovo tutti in recessione. E, questa volta, non ci saranno
più i Brics (ed in particolare la Cina) a sostenere la domanda aggregata
mondiale, perché anche i Brics sarebbero all’origine della nuova fase di
crisi.

Decisamente, questa crisi non è presa
sul serio come dovrebbe: se, sinora, non ha avuto l’impatto drammatico
del 1929 –grazie alle continue iniezioni di liquidità– è però vero che
si avvia a durare già di più di quella. Ormai sono 7 anni di seguito ed i
più ottimisti parlano di una ripresa piena fra 4-5 anni, cioè la durata
complessiva sarebbe stata di 11-12 anni. Nella grande crisi precedente,
dopo 11 anni si era già in guerra.

Soprattutto, se la crisi è stata
calmierata sul piano finanziario, mettendoci una toppa volta per volta
(ma al prezzo di gonfiare spropositatamente il monte debiti mondiale),
dal punto di vista di occupazione e consumi le cose sono andate
costantemente peggio sul piano mondiale.

Vedremo cosa accadrà, intanto l’Italia è
uno dei paesi più esposti al nuovo clima rigido che si annuncia e c’è
di che essere preoccupati, soprattutto constatando l’inadeguatezza di
chi si trova al timone del paese.

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