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I 'segreti' di Trump dietro alle acrobazie fiscali

Nulla di buono dietro il taglio delle imposte sulle imprese deciso da Trump, proprio mentre dovrebbe preoccuparsi di cercare nuovi mercati di sbocco per i titoli del debito USA.

I 'segreti' di Trump dietro alle acrobazie fiscali
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6 Maggio 2017 - 18.21


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di Alberto Micalizzi

 

 
Non vedo nulla di buono dietro il
massiccio taglio delle imposte sulle imprese deciso da Trump la
settimana scorsa. Un taglio troppo costoso, che peraltro avviene proprio
mentre la Casa Bianca deve preoccuparsi di cercare nuovi mercati di
sbocco per i titoli del debito USA. Ecco come me lo spiego…

 

La politica aggressiva di quantitative-easing
condotta senza sosta dalla FED soprattutto dal 2008 in avanti ha
portato i tassi di interessi USA a zero, livello mai toccato in
precedenza. Nel 2000 il tasso FED era circa il 6,5%, all’inizio del 2008
era già sceso al 3,5% e a fine 2016 era lo 0,75% (fonte:
global-rates.com). Un trend di discesa costante, quindi, che ha
consentito all’economia americana di crescere al di là delle proprie
capacità, saltando da una bolla all’altra.

 

I tassi di interesse sono lo strumento
principale di politica monetaria di una banca centrale. Le banche
centrali li abbassano per stimolare i consumi e gli investimenti e li
alzano per ottenere l’effetto opposto.

 

 

Negli obiettivi fondamentali della FED vi
è proprio quello di stimolare la crescita dell’economia abbassando i
tassi di interesse ed iniettando liquidità nel sistema al fine di
sostenere la domanda interna e gestire la bilancia commerciale
“esportazioni-importazioni”, strutturalmente in rosso nel caso
statunitense. Oggi, dunque, la politica monetaria americana ha esaurito
gli strumenti a disposizione dato che la FED, i tassi, può solo alzarli
ed anzi deve farlo presto per evitare guai seri sul dollaro… (ci tornerò).

 

Come si fa, dunque, a sostenere
l’economia USA nella prospettiva di una politica monetaria che da
espansiva diventa recessiva? Ci sono due altre leve a disposizione degli
USA.

 

La prima riguarda l’indebitamento
del sistema, attraverso il quale gli USA riescono da decenni a vendere
le proprie obbligazioni in dollari e pagare così il saldo negativo
importazioni-esportazioni. Così facendo possono importare più di quanto
esportano scaricando sui Paesi fornitori le conseguenze della propria
politica monetaria (vedi Giappone in primis).
 

 

Tuttavia, anche questa leva ha il fiato
corto, o meglio il braccio corto. Infatti, sappiamo che dal 2016 in
avanti i due principali sottoscrittori di obbligazioni USA, Cina e
Giappone, stanno riducendo drasticamente le giacenze di titoli USA (si
veda il mio articolo: “Perché una guerra nel Pacifico”).
Ad oggi, il Governo Federale USA ha un debito verso Paesi esteri di
circa 5.910 miliardi di dollari di cui 2.250 miliardi  (il 40%) è
contratto verso Cina e Giappone, che stanno però riducendo gradualmente
la propria quota di titoli in dollari (e la Cina sta facendolo più
rapidamente del Giappone).

 

In concreto, questo vuol dire che Cina e
Giappone non sono più disponibili a produrre ed esportare prodotti e
servizi verso gli USA come lo sono stati in passato, quindi gli
americani devono cercare alternative.

 

Se la leva monetaria è esaurita e
addirittura si inverte e se l’espansione del debito inizia a trovare
ostacoli, per stimolare l’economia non resta che agire sulla terza ed
ultima leva a disposizione, la leva fiscale.

 

 

È  così che Trump ha deciso di portare
l’aliquota sui redditi delle imprese dal 35% al 15%, il taglio più
massiccio mai avvenuto nella storia americana, non paragonabile neanche
alle misure ultra-liberiste della reaganomics, che negli anni
’80 abbassarono soprattutto le imposte personali e furono maggiormente
orientate alla semplificazione del sistema di scaglioni che non solo
della riduzione delle aliquote in sé.

 

Tendo a credere, dunque, che quella di Trump sia stata una decisione non-discrezionale, sostanzialmente inevitabile. In questo sono confortato da altre due evidenze empiriche.

 

 

Anzitutto, secondo stime riportate dal
Sole24ore, si parla di una manovra che crea un fabbisogno finanziario
lordo di quasi 950 miliardi di dollari, pari a quasi il 5,2% del PIL
(vedi articolo “Piano fiscale di Trump: il vero nodo è la crescita economica”).
Anche volendo considerare un minimo di effetto espansivo sul sistema (a
causa dell’aumento relativo delle entrate fiscali) si stima che
l’impatto netto negativo sul PIL sia almeno del 3%, quindi pari a circa 540 miliardi di dollari.
Trump non ha detto come intende finanziare questo disavanzo e secondo
me al momento non è in grado di dirlo. Certamente qualcosa deve averla
in mente e forse lo scopriremo presto dalle onde dell’oceano Pacifico…

 

La seconda evidenza di supporto è data dalla fatto che il trend di riduzione delle imposte è generalizzato,
e dipende proprio dal fatto che un po’ ovunque gli stimoli di politica
monetaria sono arrivati al capolinea e le banche centrali devono trovare
il modo di ritirare la liquidità in eccesso alzando i tassi di
interesse. Dunque, anche per questa ragione non restava a Trump che
agire sulla leva fiscale. Ad esempio, la Gran Bretagna ha iniziato con
un taglio delle imposte sui redditi di impresa dell’1% dello scorso
Aprile e l’annuncio di altri tagli fino al 2020. Nell’Eurozona la
riduzione delle aliquote sulle aziende francesi è stata annunciata da
Macron (dal 33,3% al 25%) mentre in Italia quest’anno l’IRES passa dal
27,5% al 24%. Altri Paesi come Russia, Cina e India stanno adottando
provvedimenti similari (vedi articolo del Sole24ore “Corsa mondiale al taglio delle tasse”).

 

Se unisco tutti questi puntini la figura che appare ai miei occhi mi dice almeno due cose:

 

 

a) che siamo seduti su una gigantesca bolla monetaria,
dovuta allo scollamento tra massa monetaria in circolazione e valori
reali delle economie sottostanti. Tale liquidità è tuttora in larga
parte imprigionata nel sistema bancario, così come una immensa quantità
d’acqua è trattenuta da una diga. Ma non appena gli argini dovessero
cedere, tale liquidità si scaricherebbe a valle, che nel nostro caso
vuol dire sull’economia reale, e non trovando sufficienti beni e servizi
da comprare causerebbe la più grande esplosione dell’inflazione che si
ricordi. Questo vale soprattutto per gli USA.

 

b) che i governi stanno sostituendo entrate operative (le imposte) con debito (pubblico),
il che porterà ad una ulteriore dipendenza delle decisioni politiche
dalle direttive delle oligarchie finanziarie che hanno il monopolio
della moneta. Infatti, l’unico modo per rendere possibile questo nuovo
corso di de-fiscalizzazione è di consentire l’ulteriore aumento di
debito pubblico, dato che tutti i Governi principali usano una
moneta-debito, prestata loro dal sistema bancario.

 

 

Nell’Eurozona c’è poco spazio per la
crescita ulteriore del debito pubblico, a meno di modifiche strutturali
ai Trattati. Quindi, ne deduco che dalle nostre parti stiamo per entrare nella fase acuta di una stagione di privatizzazioni e svendite. 

 

Cambiano le forme, vengono eletti nuovi
capi di Stato, si firmano nuovi accordi, ma tutto gira attorno alla
stessa regola di fondo: se il settore finanziario non può
prelevare ricchezza attraverso gli interessi passivi sul debito lo fa
acquisendo direttamente la proprietà dei beni pubblici e privati.

 

Occorre una strategia perseguibile a
breve per definanziarizzare il Paese.

È la battaglia contro il debito,
quella di sempre, che dobbiamo vincere.

 

 

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