Un Def privo di visione strategica

Nei provvedimenti previsti dal DEF è assente una visione strategica – per sua natura di lungo periodo – riguardante il modello di sviluppo che si intende dare all’economia italiana. [G. Forges Davanzati]

Giovanni Tria e Paolo Savona

Giovanni Tria e Paolo Savona

di Guglielmo Forges Davanzati


Il Documento di Economia e Finanza, recentemente licenziato dal Governo, ha destato ampia discussione soprattutto perché, in controtendenza rispetto a quanto fatto negli scorsi anni, mira ad accrescere il rapporto deficit/Pil. Così facendo, ripropone il tema della sostenibilità del debito pubblico, dal momento che va nella direzione di maggiore spesa pubblica. Rispetto alle ipotesi ventilate prima della sua approvazione, si è scelta una linea di maggiore prudenza, probabilmente anche influenzata dal monito del Presidente della Repubblica, che ha richiamato la carta costituzionale con riferimento all’equilibrio dei conti pubblici.


È opportuno soffermarsi su quest’ultimo punto, chiarendo preliminarmente che la teoria economica non dispone di un criterio oggettivo e dunque scientifico che stabilisca un valore univoco oltre il quale il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo diventa eccessivo. Per convenzione, gli economisti fanno riferimento al criterio per il quale il debito di uno Stato è sostenibile (ovvero lo Stato è in grado di ripagarlo) se il tasso di crescita è maggiore del tasso di interesse sui titoli. E’ noto agli addetti ai lavori che il vincolo stabilito nei Trattati europei – laddove si considera il 60% del rapporto debito/Pil il limite della sua sostenibilità – è del tutto arbitrario, calcolato sulla base della media fra debito pubblico tedesco e francese che all’atto della stipula del Trattato di Maastricht.


Dal punto di vista dei creditori – ovvero dei sottoscrittori di titoli di Stato – ciò che conta non è il superamento di una data soglia, bensì la credibilità del Governo, ovvero l’aspettativa che il debito verrà rimborsato. La credibilità di un Governo, a sua volta, dipende essenzialmente dalla sua capacità di attuare provvedimenti che generino crescita. In tal senso, lo sforamento dei vincoli stabiliti nei Trattati europei, di per sé, è sostanzialmente irrilevante, anche in considerazione del fatto che i Trattati prevedono procedure di infrazione (e dunque sanzioni) estremamente lunghe, poco costose per chi viola le regole e peraltro mai portate a termine nella storia recente dell’Unione monetaria europea. Ciò che, per contro, realmente conta è l’uso che il Governo intende fare delle risorse aggiuntive. L’altalena dello spread (il differenziale fra il rendimento dei titoli italiani e quello dei titoli tedeschi) riflette l’alternarsi di fasi di fiducia e di fasi di sfiducia – alternarsi che avviene in tempi estremamente brevi – spesso influenzate anche solo da dichiarazioni. Lo spread non è un totem da abbattere, come è stato autorevolmente dichiarato. L’aumento dello spread implica la necessità di reperire risorse aggiuntive per pagare interessi crescenti sui titoli di Stato, il che si traduce (anche) in maggiore tassazione. 


Se il problema risiede nell’uso delle risorse aggiuntive, si può ritenere che è esattamente su questo che il Governo rischia di perdere credibilità. Le principali misure che intende adottare – reddito di cittadinanza, flat tax, revisione della c.d. legge Fornero – molto difficilmente potranno portare l’economia italiana fuori dalla spirale recessiva nella quale è precipitata, in particolare, nell’ultimo decennio e soprattutto – se attuate nella versione prospettata agli elettori – richiedono molte più risorse aggiuntive di quelle disponibili. 


Si tratta di provvedimenti di dubbia efficacia. Senza entrare nel merito delle singole misure, sembra esserci un filo conduttore che le lega e che non lascia ben sperare per la ripresa della crescita dell’economia italiana, ovvero l’assenza di una visione strategica – per sua natura di lungo periodo – riguardante il modello di sviluppo che si intende dare all’economia italiana. Si tratta infatti di provvedimenti che, nella migliore delle ipotesi, possono contrastare la povertà diffusa (così il reddito di cittadinanza) e dare più risorse alle imprese e al ceto medio (così la flat tax). Ma è molto difficile immaginare che incidano sui problemi strutturali dell’economia italiana, in particolare sui processi di deindustrializzazione e sul conseguente calo del tasso di crescita della produttività del lavoro. 


Più in dettaglio, il reddito di cittadinanza – che comunque, se considerato per quello che è, ovvero un sussidio di disoccupazione, è benvenuto per una platea crescente di famiglie italiane in condizioni di povertà estrema – si fonda su una filosofia assai discutibile che risulta chiara dallo schema di decreto: “Lavoriamo non per far crescere l’indice di produttività, ma per far crescere il benessere, per vivere una vita dignitosa e felice”, che sembra rinviare a un ideale di società molto vicino alla prospettiva della decrescita. La flat tax rischia di tradursi nella sola detassazione dei redditi più alti, senza alcun effetto sugli investimenti e con l’ampliamento dei divari regionali. Ciò a ragione del fatto che la detassazione degli utili d’impresa può essere al più una precondizione per l’aumento degli investimenti, ma non una condizione cogente. Se, come nell’Italia di oggi, le aspettative sono pessimistiche, le imprese possono reagire alle minori tasse semplicemente posticipando gli investimenti, con effetti nulli o risibili sul tasso di crescita. In più, la flat tax rischia di ampliare i divari regionali a ragione del fatto che detassa maggiormente i redditi più alti e i soggetti con redditi più alti sono evidentemente localizzati nelle aree più ricche del Paese. Che si tratti di una manovra con impatti potenzialmente negativi per il Mezzogiorno appare evidente dal fatto che, nella stessa manovra, non si fa cenno a rilevanti interventi perequativi miranti alla riduzione degli squilibri regionali.


 


L'articolo è stato pubblicato su Il Nuovo Quotidiano di Puglia, 9 ottobre 2018.