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Il corpo disabitato, fra relazione e tempo

La macchina del mito – il corpo disabitato, fra relazione e tempo. [Sandro Vero]

Il corpo disabitato, fra relazione e tempo
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2 Luglio 2015 - 06.25


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di Sandro Vero

Il testo che qui presentiamo, per gentile concessione dell”autore, è stato pubblicato il 28 giugno 2015, sulla rivista “[url”Filosofia e nuovi sentieri”]http://filosofiaenuovisentieri.it/[/url]” | ISSN 2282-5711.

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1. La relazione

Il doppio movimento è qui assolutamente irrinunciabile: si scoraggia sempre più la relazione, l’unica vera attuazione del potenziale “comunitario”, cellula germinale di ogni progetto di condivisione che inerisca il sociale e il politico, e si sostituisce questa con dispositivi surroganti che non hanno – come invece la relazione minaccia di avere – un potenziale eversivo. Dispositivi che, anzi, avvitano il soggetto dentro una logica solipsistica, auto-sufficiente. Ciò fa si che la relazione, da cornice naturale di ogni processo comunicativo, divenga il prodotto secondario di una comunicazione passata attraverso manuali di efficacia, marketing del contatto, stilizzazione del gesto, desessualizzazione del desiderio. È quanto richiesto dalle necessità di un processo a doppio binario: la frammentazione dell’unità ̶ di una forma operativa, trasformativa, di coesione sociale – da una parte, la crescente globalizzazione – non solo economico-finanziaria ma culturale ̶ dall’altra.

In realtà, dietro il fenomeno del corpo disabitato [1], si consuma un doppio ordine di necessità, ciascuna disponendosi su un diverso livello: si sviluppa un mercato fiorente del fitness, coi suoi prodotti, le sue mode, i suoi santuari, le sue certezze, un pacchetto complessivo che richiede una dedizione sorretta dall’angoscia del tempo [2], in una sorta di assedio che precipita istante dopo istante il soggetto in una condizione di dipendenza; si realizza un programma di depauperamento della relazione – quella fra persone – adeguatamente sostituita da qualcosa che la imita e la riproduce al ribasso – quest’ultima fra individui – completamente prosciugata di tutto ciò che esonda dagli argini dell’essere per e che, altrimenti, affermerebbe la priorità naturale dell’essere con.

Il concetto di “corpo disabitato” è assimilabile ad una metafora. Nell’uso che in certe dimore – solitamente di ceti sociali medio-bassi – si fa degli spazi di “rappresentanza” si rapprende e si evidenzia la logica liquida dell’evitamento: il salotto buono, lasciato rigorosamente chiuso in attesa di ricevere l’ospite di riguardo, avrà il compito di rappresentare (significare) l’intera casa nella sua declinazione astratta, formale. Una stanza chiusa è uno spazio riparato da polvere e odori, in altre parole da tutto ciò che si produce vivendo quello spazio. Uno spazio vissuto è anche un punto di attacco della variabile tempo al fluire delle esperienze che si producono dentro quello spazio, un tempo che genera residui, che produce scorie, che usura.

Il corpo della dimensione scenica in cui si celebra la messa fra parentesi del tempo è assimilabile a un corpo traghettato dall’unicità del suo valore assoluto e soggettivo alla pluralità del suo valore di manipolabilità e di oggettività (Vero, cit., p. 9).

Si può pensare una forma di approccio fenomenologico alla “nozione” di corpo, come lo abbiamo precedentemente posto, e articolare, in questa chiave, un discorso in quattro mosse:

– L’evitamento: si presidia uno spazio vitale, allargando a dismisura la categoria degli stressors, praticando una costante strategia di riparo, che mantenga il corpo nella sua immobilità, privo di storia, in maniera congrua al percorso intrapreso dalla cultura occidentale di progressivo allontanamento dall’unità originaria di psiche (ψυχή) e soma (σομα), spirito e materia [3].

– Il mantenimento: oggetto precipuo diviene il tempo, quello esterno ma anche quello interno. Man-tenere come agguantare, bloccare, in una logica dietetica (Foucault, 1985) che non si articola in uno sviluppo algebrico, che preveda cioè movimenti negativi (togliere, sottrarre, dimagrire, purificare) e positivi (mettere, ingrassare, sporcare, usare, godere), bensì in uno sviluppo unilineare, logaritmico, in vista di un limite irraggiungibile con cui – per approssimazione – identificarsi [4].

– La negazione: è il gioco dei quattro canti: se è colto un appetito ne si nega lo spessore psicologico o simbolico riducendolo al rango di bisogno; se fra le pieghe del soma si scorge un bisogno, ne si stempera la carica eversiva riconducendolo al novero delle “esperienze”. Nulla dell’antica qualità di poter essere speso nel mondo, tipica della nozione di corpo nelle società centrate sullo scambio (Galimberti, 1989, p. 19), sopravvive nelle pratiche contemporanee del fitness, centrate sul valore dell’immobilità e della non-scambiabilità.

– Lo svuotamento: nella sua forma moderata, basta eliminare tutte le impurità (temporali) sostituendole con oggetti immacolati, al fine di trasformare uno spazio dotato di una storia in uno spazio simbolico dotato solo di un (ipotetico) futuro [5].

2. Il tempo

La linearità del tempo, retta o curva che sia, implica il passaggio da un “prima” a un “poi”. Due punti che si toccano solo se la linea è circolare (Bergson, 1970). Se si insinua, all’interno del rapporto che il soggetto intrattiene con tale “durata”, la sofferenza che viene dall’incontrollabilità di quella relazione, allora si determinano le condizioni di necessità che quella linea si spezzi, che si interrompa cioè il flusso costante che fa transitare il soggetto stesso da un “prima” a un “poi”. Da lì in poi si concentrerà la propria progettualità e la propria energia vitale o esclusivamente guardando al “prima” – e ciò si tradurrà in uno stato malinconico dell’Io, se non in una depressione a tutto tondo – o solo guardando al “poi” – e ciò darà luogo a stati di angoscia, di maniacalità, di ossessività. In questo secondo caso le risorse dell’organismo verranno dirottate in direzione di una spasmodica ricerca del precario equilibrio fra un Sé reale e un Sé ideale, nell’assunto che “poi” sarà comunque, incommensurabilmente, meglio di “prima”.

Il tempo, in ogni sua declinazione possibile, non appartiene alla sfera inconscia del soggetto. Più esattamente occorre dire che l’inconscio è a-temporale. Diremo con Andrè Green (2004, p. 201) che:

«questo concetto è un ingranaggio essenziale della concezione psicoanalitica del tempo. E’ legato ai processi primari, ritenuti ignorare il tempo allo stesso modo in cui ignorano la negazione o il dubbio».

L’esperienza del tempo è probabilmente possibile a partire da una discontinuità: quella degli investimenti. La stessa discontinuità su cui si fonda la strutturazione del linguaggio. Come abbiamo puntualizzato nel nostro precedente lavoro (Vero, cit. p. 30):

«L’interruzione, l’oscillazione degli episodi di investimento degli oggetti, creano una sorta di punteggiatura, di scansione, di reticolo che fornisce la matrice da cui origina il senso del tempo».

Ancora con Green (cit. p. 212):

«l’oggetto è odiato ma il suo amore e la sua presenza restano di importanza vitale. Così la morte dell’oggetto deve essere insieme ricarcata e scongiurata. Il solo modo per soddisfare queste esigenze contraddittorie è di gelare l’esperienza del tempo e di negare i fantasmi che le sono collegati».

Secondo Green il tempo è una pluralità di “focolai”. In tale frantumazione della realtà psichica del tempo si afferma una temporalità che scioglie l’esperienza vitale di un tempo vissuto, fluido, in una formazione mortifera, una coazione a ripetere che immobilizza il tempo con l’obiettivo di controllare l’angoscia.

Nella realtà di una coscienza libera da ogni fardello di bisogni indotti, c’è continuità fra tempo e morte, in un movimento che trasporta il soggetto da un “prima” a un “poi”, «ineluttabilmente verso la morte come suo orizzonte assoluto» (Green, cit., p. 170).

Senza contare l’innesto di una “aporia” temporale, quale quella che Green (cit., p. 79) descrive magistralmente:

«Isolare un frammento qualunque del tempo vuol dire stabilire nella stessa occasione che nell’istante in cui mi prendo il tempo di segnalarlo, il tempo di cui ho parlato non esiste già più».

Nel rapporto con la “deperibilità” del corpo, narrabile solo se si accetta la logica dell’accumulo, del ricordo attraverso gli effetti, il soggetto è diretto verso una scelta difensiva: immobilizzare la temporalità di quegli effetti mediante la plasmazione di un corpo a-temporale. Il soggetto aderisce ad una logica di contrazione della durata ad un eterno qui e ora, che si replica come in una pantomima in cui gesti e movimenti divengono indistinguibili pur nel loro transitare da un contesto esperienziale all’altro [6].

Il mito di un corpo perfettamente conservato, fatto girare nei programmi di taglio salutistico, nelle mirabolanti promesse del fitness e del dieting, intrappola il soggetto – ancora una volta ri-configurato nella sua trama simbolica di individuo – garantendogli una ricetta miracolosa per la crescente (e adeguatamente favorita) malattia del tempo.

Necessario pendant di un soggetto che consuma avendo da tempo smarrito il rapporto coi propri bisogni, il corpo disabitato, liberato dall’ipoteca del tempo, si offre alla possibilità inesauribile di un consumo senza consumo (consunzione), di un vissuto senza vissuto, di una sessualità senza desiderio, di un amplesso senza relazione.

Il tempo di cui la macchina ideologica del capitalismo ha bisogno è un tempo non reale. E’ cioè un tempo che non deve corrispondere all’esperienza vissuta, e in parte patita, dal soggetto. Deve trattarsi di un tempo immoto, bloccato, ridotto ad un mero presente. Una sequela di qui e ora, che non hanno tuttavia la funzione vitale, coscientizzante, che ricevono in ambiti clinici particolari [7]: essi assolvono invece un compito di trasformazione della durata (Bergson, cit.) temporale in un anello esperienziale, una configurazione particolare (ancora una volta) dell’infinito, in cui passato e futuro si appiattiscono su un presente totalmente privo di spessore che viene proiettato su un piano bi-dimensionale, il quale ultimo acquista le sembianze di una mise-en-abîme [8], storie che raccontano se stesse, senza linearità ma continuamente inscatolate, sul ciglio di un vuoto, di un abisso [9].

Un tale tempo esige una sua curiosa, apparentemente contraddittoria, accelerazione, quale sola può venire dal rifiuto di un rapporto naturale con l’attesa, che prelude ad un vissuto pieno del futuro. Appare indispensabile sviluppare un pensiero critico che muova da una rottura di tale schema, una trasgressione resa possibile dal recupero contemporaneo della lentezza (che prepara alla necessità dell’attesa) e di una forma di urgenza, che però non si reclina sul Sé ma si dispiega nella dimensione sociale. Lentezza come rallentamento del tempo dell’esserci nel mondo, urgenza del tempo in cui rimettere la prassi a fianco dell’azione critica del pensiero (Fusaro, 2014, pp. 307-317).

[i]2.2. Elogio della lentezza[/i] [10]

In alcuni modelli di psicoterapia, specie quelli centrati sulla primarietà dell’esperienza corporea, il vissuto temporale – ciò che Bergson chiamava la durata [11] – è fatto oggetto di una particolare attenzione. Accade, in alcuni momenti di rara intensità emotiva, che il soggetto sperimenti una sorta di rallentamento del flusso propriocettivo: ci si percepisce più lenti, sia nei movimenti esterni sia in quelli interni, intellettuali o affettivi che siano [12].

Che la lentezza sia tradizionalmente associata ad una condizione di benessere interiore – ovviamente quando essa non è subita ma sgorga invece da uno stato interno di soddisfacente equilibrio – è fatto risaputo. La moltiplicazione delle idee, delle sensazioni, la proliferazione di contenuti psichici, l’accelerazione, sono spesso “valori” perseguiti, in special modo nelle attività creative, ma sostengono il marchio infamante della artificiosità di una condizione procurata mediante sostanze psicotrope. O anche solo grazie ad alcuni bicchieri di buon vino.

La lentezza è fatalmente compagna della saggezza: la postura che si immagina ad essa indispensabile è quella di un corpo rilassato, stravaccato persino, a segnalare la caduta di ogni necessità difensiva. Ciò ha una sua evidenza, al di là della metafora: chi è lento si espone molto di più ad essere interrotto o corretto o giudicato. Un eloquio torrenziale, ubriacante, veloce, ha spesso la funzione di proteggere ergendo un muro invalicabile che esime da un vero confronto.

La letteratura abbonda di momenti in cui si magnificano le virtù della lentezza: ne Il nome della rosa [13], mirabile affresco di un mondo apparentemente dormiente ma che in realtà cova tizzoni ardenti sotto la cenere dei testi sacri, il pensiero di Guglielmo da Baskerville è improntato ad una lentezza procedurale, ad un incedere sornione, felino, che si conserva tale finanche nei momenti di più concitato clamore.

Il cinema, sempre più preda di un ipercinetico marketing virato all’azione, ci consegna ogni tanto piccole grandi perle che raccontano la lentezza. Come fu con Una storia vera, di un inedito David Lynch [14], o come è stato con il recente Nebraska: nell’uno e nell’altro, non a caso, storie di vecchi che rappresentano la necessità di confrontarsi con il tempo. E con i tempi. Lenti.

Ognuno di noi, infine, ricorda l’immersione totale che da bambini ci aspettava ad ogni occasione in cui, preferibilmente in braccio alla nonna, ci lasciavamo avvolgere dai suoni della sua voce, mentre si srotolava – sempre uguale ma sempre diverso – il racconto, u cuntu, con le sue parole ieratiche, come pietre scolpite, bianche e polverose, avvolte dentro nenie ammalianti in cui ci stringevamo. Lentamente.

[i]2.3. Il tempo dell’attesa[/i] [15]

L’attesa è un transito, un interludio, una bolla temporale fra uno stato e un altro. Ciò che lo precede è sfumato, si è consumato, ha concluso il suo ciclo vitale. Ciò che seguirà, ciò che avverrà ha le sue radici nel qui e ora, è preparato anche dal modo in cui lo attendiamo. Perché l’attesa non è indifferente, in entrambi i sensi in cui pensiamo la non-indifferenza: produce degli effetti (anche se si tratta di un’attesa inerte), è tesa ad ascoltare gli indizi di ciò che si prepara.

La modernità è segnata da un tempo accelerato, e dunque votato all’immobilità: la frenesia con cui si svolge la vita in superficie cela (o disvela) la staticità in cui permangono le figure sostanziali della storia, vale a dire le relazioni che svolgono i disegni del potere e il rapporto che l’individuo intrattiene con la società.

Non solo: il tempo che separa la consapevolezza del passato (del patrimonio che ci consegna il passato) dall’aspettativa del futuro, si è dilatato, sfilacciato, perdendo la sua funzione di raccordo. Il presente è diventato talmente incapace di servire la continuità fra passato e futuro, talmente inadeguato rispetto al compito classico di allacciare la tradizione al progresso, da diventare un oggetto di culto autosufficiente, bastevole, essiccato di ogni tensione ideale e idolatrato da masse urlanti di fans.

Lo schema che agisce su scala planetaria, che regola i vissuti e scandisce le formulazioni teoriche è quello della scomparsa di ogni teleologia dall’orizzonte della storia. Per dirla tutta, lo schema può proprio definirsi come a-teleologico, dunque totalmente privo di un pensiero stabile, costruttivo, raccomandabile del futuro.

La fine delle grandi narrazioni è correlata a questa perdita verticale della fiducia nel progresso: solo disponendosi ad attendere il progresso con la fame del cambiamento e la sicurezza del possibile si può avvertire la necessità di recuperare i capi di un filo che percorre la storia, di rintracciare un racconto della storia, un’affabulazione che alimenti – in un circuito virtuoso – la tensione per la costruzione del futuro.

Il tempo della contemporaneità è il tempo della crisi, ma la crisi nella contemporaneità non è più un passaggio, un tendersi verso il cambiamento, la raccolta dei saperi in vista di una scelta, l’interrogazione di una visione che deve cedere il posto ad un’altra.

La crisi è diventata consustanziale al tempo: coincidono perfettamente, in un eterno presente in cui il passato non sembra più servire alla preparazione del futuro. Una crisi che non finisce. Una crisi che non promette niente oltre a sé. Una crisi in cui perfino le nostre concezioni della crisi si precarizzano [16].

[i]2.4. Il tempo dell’urgenza[/i] [17]

I piani dell’urgenza: glossario

Piano individuale

Urgenza: condizione fisica o emotiva o mentale, soggettivamente rappresentata, in cui un fattore causale esercita una pressione sul soggetto rendendogli indifferibile temporalmente la soddisfazione di un bisogno e/o di un desiderio. Si va da processi fisiologici nettamente definiti (l’urgenza della minzione), a processi fisiologici che si caricano di una realtà psicologica (un’eccitazione erotica), a eventi puramente emozionali (un’urgenza rabbiosa di aggressività), a fenomeni mentali culturalmente intrisi (l’urgenza espressiva di un artista).

Impazienza: sottospecie dell’urgenza, scalata quel tanto che basta per darne – di solito- una valutazione critica, derisoria, sottrattiva. Si è impazienti, quasi sempre, per incapacità di essere pazienti, salvo i casi in cui può sembrare ineccepibile l’affermazione che “…mi hai fatto scappare la pazienza”: come una cosa che hai e che – per l’influsso di un agente causale esogeno – perdi.

Un’urgenza senza impazienza connota solitamente le personalità forti, tenaci, mature, capaci di auto-organizzazione e di auto-controllo.

Un’impazienza senza urgenza designa invece uno stato sistemico dominato dall’ansia.

Piano sociale e politico

Urgenza: vista dalla parte del capitale, può diventare una variabile incontrollabile della lotta di classe (ne esiste ancora una?), configurandosi come una sorta di precipitazione dei diritti di cittadinanza (lavoro, casa, studio). In genere l’urgenza è certificato appannaggio dei dispositivi di cattura [18] operanti nella società neo-liberista, sgravata com’è dal peso del valore della produzione: l’urgenza del credito (cui corrisponde esattamente l’impazienza del debito, come nell’uso delle carte di credito); l’urgenza dell’imposta, segnalata adeguatamente nelle cartelle esattoriali; l’urgenza dei tagli alla spesa per i settori del welfare, che devono urgentemente coprire il fabbisogno destinato al pagamento degli interessi sui titoli pubblici.

Vista dalla parte del cittadino, l‘urgenza è materia inafferrabile, non più governabile e – quel che è peggio – rappresentabile. Esattamente nella misura in cui i bisogni che la spiegano e la generano sono altrettanto inafferrabili, ingovernabili e irrappresentabili. Estremo paradosso della società connessa, l’urgenza è stata espropriata e sostituita con forme anaclitiche e suppurative di impazienza (comprare, per indebitarsi e quindi lasciarsi catturare dalle forme in cui si articola il potere).

Impazienza: Negli anni ’60 era una figura ricorrente del cambiamento (“la creatività al potere”, “vogliamo tutto e subito”), penetrando nelle fibre della sessualità e della relazione. Negli anni ’80, erroneamente definiti “del riflusso” (il concetto corretto è quello del “deflusso”, della ricchezza dal basso verso l’alto), l’impazienza acquista una nota di insopportabile vanità: lo yuppismo da 9 settimane e ½ si gioca la sua rappresentazione conclusiva nell’essere uno stile di vita “impaziente”, fino all’estremo del serial killer di American Psycho. Oggi, dopo vent’anni di scomparsa della politica e di televisioni commerciali, quella dell’impazienza sembra una casella vuota. Quando non lo è, nei pochi casi verificati, ci pensano i questori e i funzionari di polizia.

Note:

[1] Vero (2008) sviluppa il tema assumendo una prospettiva psicodinamica del corpo.

[2] Un “complesso” della corporeità che si appaia a quello che Galimberti definisce “l’ideale scientifico del pensiero oggettivo”, che è la “distruzione del tempo”. E ciò in quanto “ al tempo è essenziale farsi, non essere”. Galimberti (1989), p. 77.

[3] «una materia con cui la cultura occidentale può avere a che fare senza problemi e senza affanni (…). E il corpo segue la stessa sorte; nella nuova veste diviene oggetto di culto o strumento di potenza e affermazione, liscio, tonico, efficiente, quasi immoto nella sopravvenuta incapacità di mostrare i segni del tempo e dell’esperienza»: D’Andrea (2005), p. 45.

[4] Vero (2008), p. 17: «un corpo siffatto è da ascriversi al dominio delle convenzioni comunicative, al rango di logo esistenziale, di imago categoriale, di t-shirt biologica: indosso il corpo per significare subito e completamente la mia appartenenza a una umanità speciale, a una elite sociale, a una nazione eletta». Per Galimberti (1989), p. 107, «(…) è l’omaggio che un sistema dell’essere sempre più in estinzione porge a un sistema del fare».

[5] Uno spazio pieno di cose disinvestite e ridotte al rango di segni, di cui è azzerato al contempo il “coefficiente di avversità” (Bachelard, 1993).

[6] Vero (2008), p. 32: «Le diverse circostanze cliniche in cui la morte sembra conquistare un posto primario nell’organizzazione della complessa sintomatologia che nutre la sofferenza del soggetto – la nevrosi ossessiva, la melanconia – rivelano tutte (sia pure in misure diverse) una modificazione del senso del tempo».

[7] Come è il caso della Gestalt-therapy, che non a caso mette al centro del suo modello il “contatto”, come ciclo interattivo fra il soggetto e l’ambiente vitale. Si veda AA.VV. (1989).

[8] Cfr. Berta (2006), che contiene lo scritto di Andrè Gide in cui è stato formulato per la prima volta il concetto. Cfr. anche l’interessante blog, al concetto gidiano intitolato, diretto da Daniele Baron.

[9] Il vuoto è drammaticamente chiamato in causa nella prospettiva di Recalcati (2002).

[10] Questo paragrafo è stato pubblicato, con lo stesso titolo, nel blog della testata online Sicilia Journal, in data 15 novembre 2014 e, successivamente, nel portale www.pensierofilosofico.it.

[11] Bergson (1970).

[12] Sono soprattutto i modelli psicoterapici della Gestalt (AA.VV. (1989)) e della bioenergetica (W. Reich (1994)), ma anche alcuni che rientrano nell’ambito psicoanalitico (J. McDougall (1990)).

[13] U. Eco (1981).

[14] John Roach, Mary Sweeney, Una storia vera (The Straight Story). Un film di David Lynch, Milano, Ubulibri, 2000.

[15] Questo paragrafo è stato precedentemente pubblicato, con lo stesso titolo, nel numero 11 di “Le Fate”, L’avvento, PhoenixMedia ed., Ragusa 2015.

[16] Le considerazioni proposte in questo paragrafo sono da ricondurre al lavoro di Revault d’Allones, (2014).

[17] Questo paragrafo è stato precedentemente pubblicato, col titolo I piani dell’urgenza, in “Le Fate”, cit., n. 9, 2014 e successivamente in “pensierofilosofico.it”, in data 12 febbraio 2015.

[18]Il concetto di “dispositivo di cattura” è approfondito da Lazzarato (2013).

BIBLIOGRAFIA:

AA.VV. (1989): Il contatto, Quaderni di Gestalt, V, Ragusa.

Bachelard Gaston (1983): La poetica dello spazio, tr.it. Dedalo, Bari.

Bergson Henri (1970): Introduzione alla metafisica, tr.it. Laterza, Bari.

Berta Luca (2006, a cura di): Oltre la mise en abyme. Teoria della metatestualità in letteratura e filosofia, Angeli, Milano.

D’Andrea Fabio (2005): Il corpo a più dimensioni, Angeli, Milano.

Eco Umberto (1981): Il nome della rosa, Bompiani, Milano.

Foucault Michel (1985): La cura di sé, tr.it. Feltrinelli, Milano.

Fusaro Diego (2014): Il futuro è nostro, Bompiani, Milano.

Galimberti Umberto (1989): Il corpo, Feltrinelli, Milano.

Andrè Green (2004): Psicoanalisi del tempo, tr.it. Cortina, Milano.

Lazzarato Maurizio (2013): Il governo dell’uomo indebitato, tr.it. Derive Approdi, Roma.

McDougall Joyce (1990): Teatri del corpo, tr.it. Cortina, Milano.

Recalcati Massimo (2002): Clinica del vuoto, Angeli, Milano.

Reich Wilhelm (1994): Analisi del carattere, tr.it. SugarCo, Milano.

Revault d’Allones Myriam (2014): La crisi senza tempo, tr.it. ObarraO, Verona.

Roach John, Sweeney Mary (2000), Una storia vera (The Straight Story). Un film di David Lynch, Ubulibri, Milano.

Vero Sandro (2008): Il corpo disabitato, Angeli, Milano.

di Sandro Vero per La macchina del mito, vedi anche:

[url”Critica della ragion psicologica”]http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=119996&typeb=0&critica-della-ragion-psicologica[/url]

[url”La nascita dell”individuo”]http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=118632&typeb=0&la-macchina-del-mito-la-nascita-dell-individuo[/url]

*Sandro Vero è psicoterapeuta. Conseguita la laurea in psicologia sperimentale e la specializzazione in medicina psicosomatica, è stato docente a contratto di psicologia della comunicazione per l’Università di Catania. Ha scritto numerosi articoli scientifici e due volumi: Le strutture profonde della comunicazione (Bonanno), e Il corpo disabitato (FrancoAngeli). Giornalista, scrive per alcune testate online e per la rivista di cultura “Le Fate”. I suoi interessi filosofici vertono sui temi della filosofia politica, dell’epistemologia e della logica, del pensiero di Foucault.

[url”Link articolo”]http://filosofiaenuovisentieri.it/2015/06/28/macchina-mito-corpo-disabitato/[/url] [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it[/url]

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