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UNA NUOVA ETA' ASSIALE? Storia e complessità.

'Il mondo intero come oggetto di narrazione e riflessione, la ''world history''. Predilige la lettura delle relazioni, vaste e profonde, dai tempi più antichi. [P.L. Fagan]'

UNA NUOVA ETA' ASSIALE? Storia e complessità.
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29 Gennaio 2016 - 23.37


ATF

di Pier Luigi Fagan.


Nel 1949, il filosofo e psichiatra
tedesco Karl Jaspers, pubblicava “Origine e senso della storia”, oggi
riproposto dopo lunga assenza da Mimesis edizioni (2014, 28 euro). 

In
esso vi era contenuto una osservazione divenuta poi patrimonio della
riflessione dell’uomo sulla sua propria storia.
La constatazione che tra
l’800 ed il 200 a.e.v., si è registrata una sincronia di pensieri e di
pensanti che fonda tutto quanto si è poi successivamente espresso nella
formazione delle principali civiltà. Confucio, Laozi, Buddha ma anche la
composizione delle Upaniṣad, Zarathustra, la composizione dell’Antico
testamento, i Greci, filosofi, scienziati, storici, drammaturghi,
politici ma anche mitografi come Esiodo ed Omero. Jaspers individuò
questo periodo come una svolta, un tornante che s’inerpica intorno ad un
asse, da cui l’uso del termine “assiale”.

Jaspers in base alle visioni e conoscenze
dell’epoca, supponeva non vi fosse stata interrelazione di fatti
sottostanti, queste espressioni culturali erano più o meno sincroniche
nel tempo ma non furono dovute ad un contagio umano negli spazi
dell’Eurasia. Quest’ultima assunzione, oggi che con
l’ultima globalizzazione vediamo all’opera la più recente e potente
espressione di quel fenomeno ricorsivo che è la tendenza del genere
umano ad interconnettersi formando una più o meno fitta, unica, rete
fatta di reti, è discussa. Un’intero comparto del’evoluzione dello
sguardo storico, si sta muovendo da qualche decennio, ad assumere il
mondo intero come oggetto di narrazione e riflessione, la World history.
Questo tipo di storia che ha in oggetto il mondo, predilige la lettura
proprio della relazioni, che si suppongono esser state vaste e profonde,
sin dai tempi più antichi.


51u+T966FkL._SY344_BO1,204,203,200_Uno dei suoi founding father è
lo storico canadese, quasi centenario ma vivente, William H. McNeill che
è quasi impubblicato in Italia. Di suo c’è solo un “La peste nella
storia” (Res Gestae, 2012) dove McNeill analizza l’importanza che la
circolazione di virus e batteri ebbe nella storia umana. Il libro
originale di McNeill è del 1976 mentre il più noto -Armi, acciaio e
malattie (Einaudi)- del tanto celebrato J. Diamond basato sulle stesse
dinamiche, è del 1997 e quindi questo discende da quello [1].

 L’assunzione dell’epidemia della Peste nera della metà del XIV°
secolo in Europa, come fattore scatenante la lunga transizione dal
Medioevo alla Modernità, è tesi da noi più volte riproposta. Le sue due
opere più note, veri pilastri della World history, The Rise of the West. A History of Human Community (1963) e The Human Web
(2003) scritto assieme al figlio (J. R. McNeill), in Italia, attendono
ancora un editore. Su di lui, c’è almeno una meritoria presentazione
critica ad opera di F. Leonardi e L. Maggioni, edita da Rubettino (2015)
per farsi un’idea generale su questo storico che ha aperto un intero,
nuovo, campo. Per gran parte di ciò che su lui diremo attingeremo a
questo studio critico.


51BTRG1951L._SY344_BO1,204,203,200_Sulla World history ritorneremo con un
articolo specifico a sintesi di un piccolo studio che stiamo conducendo.
Mossa dall’accompagno al movimento della globalizzazione, disciplina
narrativa inizialmente ma ancor oggi per la gran parte statunitense,
spazio d’indagine e riflessione sullo spazio-tempo mondiale che affianca
le relazioni internazionali e la geopolitica oltre che la storia
economica mondiale e la geo-storia à la Braudel, la World history ha in
G. B. Vico e in J. G. Herder i suoi ideali precursori, in O. Spengler,
A. J. Toynbee e P. Sorokin gli ideali continuatori e proprio in W. H.
McNeill allievo (critico) di Toynbee ed I. Wallerstein allievo di F.
Braudel  i veri e propri fondatori. Ma una qualche vocazione ancora più
antica si può rintracciare nel greco Erodoto (V° secolo a.e.v.), nel
cinese Sima Qian (II°-I° secolo a.e.v.), nel magheribino Ibn Kaldhun
(XIV° secolo e.v.) il che risuona con la vocazione della materia ad
allargare i confini temporali ed anche quelli spaziali. La World
history ha ancora uno statuto epistemico e metodologico in formazione. 

Connessa alla Big history, storia del Tutto dal Big Bang ad oggi (D. G.
Christian) e differente dagli studi di storia comparata per l’intento
più olistico e decisamente critico ad ogni, forse inevitabile
“centrismo” ovvero presupposto influente di un metro di giudizio che poi
si rivela quasi sempre euro-occidentale, la World history è
metodologicamente orientata a dare molta considerazione alle relazioni. 

Corre il sospetto possa esser mossa dalla volontà di dare tradizione
alla rete degli scambi che chiamiamo globalizzazione ma di contro, non
si può non convenire che, in ottica complessa, le “relazioni tra” ovvero
le inter-relazioni, fanno ontologia al pari degli oggetti, delle
varietà, delle cose, dei costituenti elementari. E del resto, l’idea del
“doux commerce” à la Montesquieu ha una parte ideologica
nell’interpretazione ma come fatto, è fatto innegabile e sin dal
Paleolitico più profondo dato che in archeologia si sono trovate diverse
cose a distanze tali dal loro luogo natale e naturale da presupporre
 reti di scambio, tra l’altro incredibilmente estese.  

Relazioni umane,
commerciali, culturali, biologiche, tra aree, tra civiltà, a breve,
media e lunga distanza, molto o poco intermediate, tessono una rete
dell’umanità a maglie larghe che poi tendono a restringersi sempre più
nel tempo. Ne consegue una ontologia regionale (cioè propria del
contesto dello studio storico) fatta di civiltà (Spengler, Toynbee) o
sistemi (Wallerstein e la scuola del F. Braudel Center di New York a cui
si può ricondurre A. Gunder Frank e Samir Amin che leggono soprattutto i
sistemi economici ed a cui si può connettere anche G. Arrighi) o reti
(W. H: McNeill) e relazioni complesse (cooperative – competitive) tra
queste entità.


downloadD4Nella visione reti e relazioni di McNeill, il prima dell’Età assiale è fatta da piccole città
dedite per lo più al commercio e costituenti esse stesse una rete di
scambi, da campagna in cui si sviluppò l’agricoltura che ha in origine
stanzializzato l’uomo (potrebbe anche esser il contrario come da noi
sostenuto in altri articoli ma lasciamo la questione da parte) e da
agenti nomadi. 

Questi ultimi, hanno avuto diversi ruoli ma due in
particolare: 

1) hanno trasmesso idee, virus, merci, modi tessendo tra
loro la rete delle reti che proprio nell’Età assiale giungerà a
manifestarsi nella notata sincronia creativa [2]

2) hanno costantemente insidiato le campagne e le città (rapendo,
rapinando e distruggendo), spingendo le due stanziali, più di quanto già
non fossero, ad unirsi in reti locali (proto-stati, poi imperi) da cui
nascono in maniera formale e non più vaga, proprio le civiltà che
daranno poi voce alla propria auto-comprensione (pensiero che pensa se stesso
nella originale formulazione aristotelica poi ripresa da Jaspers ma
prima da Hegel a culmine del sistema dell’Enciclopedia delle scienze
filosofiche) nelle più alte manifestazioni culturali del Periodo
assiale. 

31TjahJIgoL._BO1,204,203,200_Campagna-città vs nomadi è il pattern che i primi chiameranno
civiltà vs barbarie, il nomade è il barbaro tanto in occidente, quanto
in oriente, poiché la storia l’hanno scritta gli stanziali. Il dopo
l’Età assiale continua questa dialettica con fasi alterne in cui i
barbari segnano due momenti di gloria (“gloria” relativamente ad un loro
supposto punto di vista), la distruzione della civiltà greco-romana e
l’invasione di tutto l’Occidente da cui, ricordiamolo, nasceranno lo
spirito franco-germanico,
quello anglo-sassone, quello scandinavo-vichingo ma anche quello meno
noto iberico-goto e l’orda mongolica (ma poi anche turco-altaica ed in
Asia, quella mancese) che premerà su i confini occidentali ma anche
sull’islam e viepiù sulla civiltà cinese, sovrapponendosi come strato
costitutivo di quest’ultima.


I nomadi (ed i semi-nomadi che ne sono
sotto-sistema) provengono dal profondo passato e sono il nostro stesso
“come eravamo” più antico, un “come eravamo” che avendo agito per lungo
tempo nel registro pre-istorico, ha determinato molta selezione
caratteriale i cui risultati confliggono oggi con altri caratteri,
propri invece della formazione stanziale e macro-gruppale, che è poi la
condizione estesa dell’umanità contemporanea. 

Il civile incorpora la sua
anima barbara, da cui molti conflitti psico-antropologici, così come
nel cervello a tre-strati di MacLean.
Nella cosiddetta “ipotesi indoeuropea”, ipotesi a lungo rimossa e
rifiutata, ancor oggi incerta e sebbene io non segua da tempo
l’aggiornamento degli studi specifici e quindi non in grado di
dettagliarne gli aggiornamenti, ormai accettata anche se ancora con
statuto incerto, questa centralità dei nomadi euroasiatici che avrebbero
essi stessi tessuto l’ecumene da cui la rete delle reti dell’umanità di
McNeill, dice che anche prima del prima dell’età assiale, i nomadi
furono modellatori di storia [3]

Fu probabilmente questa dinamica del movimento, ancora più antica degli
indoeuropei, a determinare quel risultato, accolto con sollievo e
sorpresa, con cui gli studi genetici di Cavalli Sforza hanno dimostrato,
a livello di biologia molecolare, che le razze non esistono [4]
e la nostra varianza genetica è davvero minima, appena un po’ più
significativa tra africani e tutti gli altri popoli dell’Eurasia, della
Americhe e dell’Oceania. 

copcd5Accoppiandosi nel lungo tempo, tutti con tutti,
la varianza genica si è annullata. Ma se le razze non esistono ma
esistono le differenze tra i popoli (le differenze socio-culturali non
quelle della genetica dell’aspetto che sono semplici e limitati
adattamenti all’ambiente locale come gli occhi a mandorla, i capelli
biondi e la pelle olivastra), molte di queste differenze sono state
determinate da una complessa dialettica
tra speciazione geografica ed interrelazione a medio-lungo raggio,
nonché dalla continua frizione tra stanziali e nomadi. 

I primi crescenti
(stanziali) ed infine vincenti, hanno lentamente occupato tutti i
territori determinando anche solo per massa critica, il soffocamento dei
secondi (nomadi). 

Ma i secondi, precipitando ricorsivamente su i primi,
non solo ne hanno stimolato il discontinuo cambiamento ma ne hanno poi,
in molti casi, assunto anche la leadership diventandone spesso l’élite
di potere. Anche solo la continua frizione poi, è stata motore di quella
corsa a gli armamenti che retroagendo sulla tecnica ha portato benefici
secondari anche non strettamente di tipo bellico.  

E’ dagli
iberico-goti che discende l’aristocrazia spagnola e portoghese che
lancerà la modernità con le imprese di Colombo, Magellano, Vasco de
Gama, Bartolomeo Diaz, nomadi del mare, è dai franchi che discende
quella francese poi formatrice del primo stato-nazione, è dai germani
danubiani che discende l’Impero austro-ungarico prima e dai balto-svevi
la Prussia poi, è sempre dai germani e dai baltici che discesero le
leghe commerciali che poi fecero grande Amsterdam capitale del secondo
capitalismo (secondo al primo italiano e precedente il terzo, inglese)
nonché altra fonte di nomadismo marino che giungerà sino al Giappone ed è
puro spirito barbaro quello che informa la tradizione anglo-sassone poi
assurta ai fasti dell’Impero inglese prima ed a quello “informale”
statunitense poi. Ma nomadi erano anche le tribù a cui un commerciante,
quel Muhammad che molto apprese seguendo lo zio in Siria, diede “la
religione che fa il popolo” mutuando forse l’idea da quell’altro popolo
senza terra che s’era definito proprio e solo per la condivisione della
religione, dell’essere uno (popolo) perché si è figli dell’Uno (dio),
gli ebrei.  

51AEuUbYNHL._SX313_BO1,204,203,200_E nomadi centro-asiatici erano d’origine anche i turchi poi
convertiti all’islam che fecero l’Impero ottomano così come nomadi erano
state le élite indoeuropee che avevano sottomesso i dravidici in India
ponendo quel sistema
delle caste di cui loro erano il vertice e gli altri, gli intoccabili.
Infine, nomadi furono anche gli Unni siberiani e le dinastie mongole e
mancesi che dominarono il Celeste impero per più di tre secoli e mezzo.


I rapporti tra stanziali (agricoli ed
urbani) e nomadi (pastori, ex cacciatori) non furono sempre e solo di
conflitto. Spesso i nomadi, furono anche commercianti e quindi in
dialogo con gli stanziali, dialogo che favorì l’impollinazione
culturale, la diffusione, l’irradiazione. Venditori e compratori, la
sera seduti davanti al fuoco, si sono scambiati chissà quante
narrazioni, sogni , misteri, interpretazioni [5]

 Altre volte, proprio verso la fine del nomadismo per pura mancanza di
spazio, gli urbani in genere più ricchi ed ormai a capo di sistemi più
grandi come gli stati o gi imperi, assunsero i nomadi come soldati o
come polizia interna per controllare gli agricoli che sono gli unici,
veri comunitari con tendenza al pacifismo e a costruzioni mentali più
materiali o spiritual-naturali, tanto quanto gli altri tendono alla
gerarchia bellica ed alle costruzioni più meta-fisiche. 

copby89Non è un caso
che il Male sia l’agricoltore cioè Caino e la vittima (il Bene secondo
una partizione che gli ebrei formalizzarono probabilmente nel soggiorno
babilonese, influenzati dai sacerdoti zoroastriani) sia il pastore, cioè
Abele, dato che la narrazione origina da popolo di pastori, quindi
nomadi (o semi-nomadi). E’ poi bizzarro constatare che il nocciolo del
monoteismo che oggi conta più del 50% di adepti nel mondo fosse dal
punto di vista nomade quando i suoi credenti sono tutti stanziali. Anche
l’altro corno monoteistico, l’islam, sura Va Al Ma’ida del Corano, ne riprenda e ribadisce i temi [6]

Sin dalla elevazione di un dio su gli
altri, movimento che forse iniziò all’interno della cosmo-teologia
indoeuropea con la superiorità del dio celeste (che poi incontrerà e
sottometterà la dea terricola, spedendola sottoterra), i monoteismi
riflettono quel dominio maschile, guerriero, metafisico che è parte
della più tipica tripartizione culturale dei nomadi. 

E non è quindi
ancora un caso che ebrei e musulmani originino entrambi anche da forti
tradizioni commerciali, l’altra faccia del reticolo nomade, come l’élite
anglosassone del “libero scambio” che oggi domina l’Occidente.  

L’intera impresa monoteistica, propria dell’Età assiale, va a cementare
addensamento ed Uno sopra un precedente di dispersione e di Molteplice
riflesso nei vari politeismi, la formazione delle civiltà condensa
precedenti reti a maglie larghe. Questa transizione verso comunità più
grandi del raggio immediato, provocherà l’esplosione delle riflessioni
etiche (Confucio), esistenzial-escatologiche (India), sulle norme
sociali ed il destino (Avesta, Antico testamento), sul posto dell’uomo
nel vasto mondo anche di tipo scientifico e politico (Greci), più o meno
tutti, con il ricorso ad una qualche garanzia trascendentale (il Cielo,
uno più dei, le Idee, il Motore immobile). La ricca esplosione assiale,
registra la rottura dei precedenti ordini larghi ed all’interno dei
nuovi ordini stretti, s’interroga sul nuovo posto dell’uomo nel mondo.


_________________________


copvg6La progressione delle fasi nella
abitazione umana del pianeta, segna tratti sempre più brevi delle sue
diverse configurazioni in ragione della sempre maggiore densità
abitativa che nell’ultimo secolo ha compiuto un balzo geometrico
(quattro volte di più) ed in ragione anche
delle aumentate interrelazioni. L’intensificazione delle interrelazioni
è stata naturale dato l’aumento degli umani e dei loro sistemi sociali e
politici ma si è poi ulteriormente potenziata col fatto che prima solo
nell’Occidente, poi nel mondo intero, si è adottato un modo economico
fortemente dipendente da gli scambi. 

In più ed in conseguenza di tutti i
fattori, il salto tecnologico che ha moltiplicato potenza e velocità
delle possibilità di contatto e degli scambi stessi. E’ naturale allora,
sia la rottura di tutti gli ordini precedenti (da cui il crollo
dell’ordine internazionale dell’89, la nuova Guerra fredda USA vs Russia
– Cina, il riassetto mediorientale, la crisi ontologica europea), sia
quel senso di accelerazione della storia a cui stiamo assistendo,
interdetti e preoccupati.


51T9091TZPL._SX331_BO1,204,203,200_Ma l’esaltazione per la scoperta ed il
ruolo delle interrelazioni, non deve far perdere di vista i sistemi che
partecipano alla creazione e diffusione delle nuova Rete dell’umanità. 

 Questi sistemi cercano le interrelazioni o ne sono soggetti ma non
importano solo ordine (idee, merci, materie), più spesso anche disordine
(idee, virus, interessi divergenti, novità destabilizzanti) e quindi a
volte si aprono del tutto fiduciosi per poi ritrarsi nell’auto difesa.
Proprio gli ultimi sessanta anni, vedono moltiplicarsi per quattro gli
Stati del mondo, Europa e Medio oriente si fratturano lì dove si era
giunti ad una qualche unità di ordine superiore (Jugoslavia, nuovi
indipendentismi, Siria-Iraq), il “popolo” concetto dai contorni vaghi,
spaventato dal disordine globale sta reclamando nuove autonomie di nuovo
in Europa ma forse presto anche in Africa e nelle tormentate e liquide
terre euroasiatiche (Caucaso, centro-Asia). 

Dei due principali
contraenti il progetto di intensificazione intenzionale della
globalizzazione, Stati Uniti e Cina, i primi sembrano voler rimbalzare
ed alzare i muri di una nuova coesione occidentale, un nuovo West vs the
Rest tra l’altro proprio contro i secondi che
invece, con il doppio filo della Vie della Seta (terrestre e
marittima), vorrebbero tessere una nuova trama euroasiatica fitta e
sempre più intensa. La Penelope statunitense, di notte, cerca di
sfilacciare la trama tessuta della Penelope cinese, di giorno. 

Le
civiltà, avvertite del pericolo di dissolvimento in un ecumene
indifferenziato e riconsiderate dai sottostanti popoli spaventati dal
nuovo disordine globale, rispolverano le identità. 

L’Islam prende
posture di chiusura similmente a quanto fece già nel XII° secolo dopo la
gloriosa stagione abbaside, l’India storicamente tollerante riscopre la
sua identità religiosa esclusiva, i cinesi rispolverano Confucio, i
russi la conflittuale identità spiritual-ortodossa, i sudamericani si
emancipano dall’occidentalismo e gli africani, in potente crescita
demografica, non tarderanno a sedersi al tavolo delle rivendicazioni
identitarie dovendo recuperare veri e propri secoli di ritardo nel
processo di auto identificazione. 

Gli europei, non hanno potuto più di
tanto lamentarsi della globalizzazione poiché, in quanto colonia
statunitense, sono stati arruolati nella costruzione attiva del processo
(più che altro le loro élite) ma di fronte ai nuovi nomadi delle
migrazioni, rischiano di rimbalzare anche loro nel rifugio identitario
con l’aggravante di non saper più neanche bene dove ritrovarla
l’identità, visto che alla tiritera giudaico-greco-cristiana andrebbe
aggiunta la franco-anglo-americana-tecno-scientifica in un costrutto che
più che un’identità sembra un politeismo dei valori organizzato da un
dadaista. In breve, la nota dialettica cooperazione – competizione,
mossa a sua volta dagli ordinatori economici e militari sembra sul punto
 di invertire i suoi fattori rallentando la corsa all’unificazione
economico-cosmopolitica e riprendendo il radicamento nel guardingo nomos
della terra.

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9788815258830BTeniamo questo discorso aperto, ci
torneremo su nella ricerca che stiamo facendo su questo nuovo modo di
fare storia che è la World history. Diciamo solo che per quanto gli
storici indaghino società, sviluppo delle reti commerciali, civiltà e
stati, incluso il ruolo essenziale che l’ordine militare ha avuto nello
scrivere i volumi dell’enciclopedia storica (ad esempio nella formazione
europea) e ben attenti a leggere l’imprescindibile contesto
geo-ambientale, pur essendo validamente coadiuvati per il presente dagli
studiosi di relazioni internazionali e geopolitica, per quanto gli
economisti siano oggi più che ben informati sulle molteplici dimensioni
dell’ordine economico planetario ed alcuni storici (ad esempio Pomeranz)
abbiano chiarito la relatività del dominio occidentale nella storia
economica dei secoli passati, sebbene sociologi e storici della cultura
sappiano delle molteplici sfaccettature del cristianesimo, dell’islam,
dell’induismo e del confucianesimo e gli antropologi siano ben avvertiti
della molteplicità e quindi relatività culturale, mancano ancora due
cose per sviluppare ulteriormente il discorso sul sistema-mondo. Una è
una conoscenza propria delle culture che non possono essere ridotte alla
religione, né all’economia. Il discorso sulle culture umane, intese nel
senso certo materiale e sociale ma anche in quel più sfuggente senso
che è la mentalità, le immagini di mondo esplicite ed implicite, la
tradizione del pensiero non sempre auto evidente nell’indagine dei testi
o dell’arte, dei modi del pensiero collettivo, è un discorso ancora non
approfondito neanche qui da noi, da occidentali per occidentali [7]

L’altra è l’improbabile eppur necessaria capacità di maneggiare tutte
queste linee di conoscenza intrecciate tra loro, fuori dagli steccati
disciplinari contro i quali, qui spesso argomentiamo. Come minimo, una
vera World history, non potrà inizialmente che essere opera collettiva a
più menti e più voci, non solo di diversi studiosi ma anche, e
soprattutto, di diversi studiosi di diverse aree del mondo. Solo fari
incrociati da più punti di vista ci chiariranno al meglio cos’è bordo
della cosa e cosa è sua ombra, ombre dovute ai nostri punti ciechi e
dalle nostre pre-comprensioni anche inconsce che ci condizionano solo
per il fatto di esser nati e vissuti solo da “qualche parte”
dell’immenso oggetto che abbiamo in esame, il mondo. Mondo che ha parti
ma non può essere trattato “in parte”.


_____________________________


61G8iS+edAL._UY250_Saltiamo senza conseguenza logica e con
le cautele del caso alle previsioni o meglio, alle prescrizioni o forse
solo ai desiderata su gli sviluppi della nostra vita nella grande casa
comune. 

Vediamo prima quelle dei McNeill padre e figlio, come le hanno
espresse nel finale della comune opera de La Rete Umana del 2003.
McNeill figlio, vede una filosofia della storia del mondo e soprattutto
dell’uomo che lo rende vivo (sarebbe vivo anche senza
l’uomo, anzi forse di più data la nostra tendenza a ridurre
biodiversità, ma senza l’uomo non sarebbe pensato e raccontato) come una
“evoluzione da un identità semplice alla diversità, verso una identità complessa”. 

Più interessante ed argomentata quella del padre, almeno secondo le
fonti a noi note. McNeill padre, vede profilarsi catastrofi grandi e
piccole ma con una insospettata resilienza e capacità di ripresa
dell’umanità. 

Ma poi si butta sul giudizio prescrittivo: “… penso
che abbiamo bisogno di comunità primarie, basate sulla conoscenza faccia
a faccia, per avere una convivenza a lungo termine
”. 

Comunità
simili a quelle degli antenati in cui vigevano significati, valori ed
obiettivi condivisi. Il problema è come far convivere questo ritorno al
piccolo sistema non tagliando le complesse interrelazioni che lo legano e
sempre più lo legheranno alle vocazione sempre più cosmopolitiche
globali spinte dalle nostre necessità di ricchezza e potere che creano
l’ordine necessario alla nostra vita, individuale e collettiva, nel
complesso scenario-mondo. Come non perturbare troppo queste reti macro e
come non farsi perturbare troppo da loro nel necessario micro che
dobbiamo ricostruire. Una simbiosi degli ordini a vari livelli assai
difficile e problematica ancorché necessaria. Un ordine dinamico delle
intenzionalità umane coordinate su piccola e larga scala.


Ce n’è abbastanza, ci sembra, per
cooptare McNeill nella vasta e variopinta comunità del pensiero
complesso. Questo appello alla dimensione faccia a faccia ben
lo conosciamo, è il principio primo del funzionamento di quell’ordine
politico che a sua volta si fa ordinare da quella che chiamiamo
democrazia diretta. 

Insieme_Sennett40Non so come McNeill argomenti nel suo finale di
libro ma da tempo anche chi scrive si è convinto che queste comunità
aperte, queste “monadi con porte e finestre” sono l’unità base
essenziale per scomporre il macro in micro e
farlo funzionare sia nel micro che nel macro, di farlo cioè funzionare
come “complesso”. 

Siamo convinti ne fosse convinto anche Leibniz, il
divulgatore del bizzarro concetto di monade, che proprio il concetto di
monade sia necessario come unità in cui si riflette il tutto ma a
differenza di Leibniz che doveva salvaguardare il ruolo di Dio, ed era
anche in opposizione al pantesimo democratico di Spinoza, pensiamo che
siano fatte di parti e che debbano avere porte e finestre per avere
interrelazioni con le altre monadi e per sprigionare intenzione, perché
solo il concerto auto organizzato delle libere volontà reciprocamente
limitate ma consapevoli, può organizzare il complesso umano che ahinoi è
molto più complesso di quello naturale avendo a che fare con enti
consapevoli ed intenzionali. 

La rete naturale delle monadi aperte [8],
delle comunità del faccia a faccia, è il sistema che in terminologia
politica si chiama federazione, che come studiava un altro pensatore
delle relazioni tra sistemi umani, Lewis Mumford, nell’Antica Grecia si
chiamavano anfizonie. Probabilmente le anfizonie, reti di tribù e prima
di clan, esistevano sin dal Paleolitico profondo ma la mancanza del
concetto di interrelazione nella nostra metafisica influente, le ha rese
invisibili allo sguardo delle nostre indagini che tendevano a trovare
tradizioni alle gerarchie ed alla composizione clan – tribù – regno –
stato – impero- governo del mondo, in pieno delirio semplificatorio,
analogico, teleologico.


Siamo già troppo lunghi per approfondire
questo ultimo discorso che è molto complesso, inedito, per quanto
-fondamentale- per aprirci ad un nuovo modo di stare al mondo, ora che
il mondo lo abbiamo cambiato radicalmente sebbene i più ne siano poco
consapevoli davvero e continuino a ragionarlo non solo col pensiero di
qualche secolo fa ma addirittura con invisibili presupposti della
mentalità di qualche migliaio di anni fa. Con la modernità, non finisce
solo un’era corta quattro secoli ma anche l’era di più lunga durata che
si inaugurò con quell’assiale esplosione riflessiva. 

Ricordiamo solo che
l’Età assiale non fu scevra di guerre devastanti, di sofferenze ed
ingiustizie diffuse ma che proprio ed in reazione a questo “momento di
massimo disordine creativo”, uscì quella impressionante catena di
pensatori e di ispirati che condizionò poi la Storia delle civiltà dei
secoli e millenni successivi. Alla fine del secondo millennio e.v., le
onde cavalline che hanno corso a lungo per arrivare a lambire tutto lo
spazio umano del pianeta, hanno incontrato il loro obiettivo. Ora, c’è
da aspettarsi il loro rimbalzo, il ritorno dell’eco che dice che il
mondo è un ente finito e la nostra vita ha limite in questo ed in quello
che ci pone l’Altro. Speriamo con il Vico, nei corsi ma anche nei
ricorsi storici. Speriamo senza certezze, di essere alla vigilia di una
nuova primavera del pensiero che s’interroghi su come stare al mondo, in
quel mondo che è diventato qualcosa di profondamente nuovo e diverso da
ciò che è stato nel passato. Magari rinunciando a quella antica
garanzia del trascendentale o a quella moderna sulle presunte ed
inesistenti leggi “scientifiche” della natura umana.


Mettendoci semplicemente e con responsabilità faccia a faccia a decidere assieme del comune destino.


NOTE

978880618354GRA[1]
La famosa “scoperta” di Diamond che quindi fu solo una brillante
divulgazione di una tesi precedente, appunto di McNeill, era che i
pochissimi spagnoli che aggredirono e sottomisero i popoli amerindi ben
più corposi, non vi riuscirono per chissà quale aiuto della Provvidenza o
genialità euro nativa ma per il semplice fatto che sterminarono quelle
genti attraverso il contagio di virus e batteri per i quali gli amerindi
non avevano difese immunitarie. A sua volta, l’immunizzazione spagnola,
proveniva dalla lunga trasmissione di virus e risposte immunitarie, dovuta alle interrelazioni nel più vasto e vario ecumene euroasiatico.

[2]
Se via siano stati o no, contatti tra aree che abbiano in un certo
senso “trasmesso” imput tra la Cina e la Grecia, attraverso cosa o chi
ed in che misura è questione altamente speculativa. Avendo frequentato
diversi campi d’indagine (linguistica, archeologia, paleo e non
antropologia) ho notato questo: la maggioranza degli studiosi che si
sono concentrati anche in studi comparativi ma che più che altro hanno
fatto indagini sulle origini, sono per la stragrande parte convinti vi
siano stati sistematici contatti tra aree umane del pianeta sin dal
tempo più profondo. Altri studiosi non hanno fatto indagini o analisi
specifiche di modo da sostenere il contrario, più semplicemente assumo
come dato a priori che la civiltà che studiano (in genere quella
occidentale ma per certi versi lo hanno fatto anche i cinesi,
l’etnocentrismo è la cosa più condivisa al mondo secondo Levy Strauss) è
causa sui. Da noi, la questione è particolarmente visibile a
proposito dei Greci. L’auto-celebrazione dello spirito occidentale,
celebra i Greci col termine “miracolo” proprio perché è altrimenti
difficile spiegarne l’incredibile esplosione culturale. Basta però
andarle a cercare e le interrelazioni influenti con egiziani, fenici,
anatolici e mondo asiatico, compaiono abbondanti e decisamente fondanti.

[3]
La questione sull’ipotesi indoeuropea è un giallo col finale ancora
aperto. Da una parte l’approfondita constatazione effettuata negli studi
di linguistica, che tutte le lingue europee (salvo alcune enclave
minori) mostrano una possibile, pregressa, radice comune. Dall’altra
questa stessa radice spiegherebbe il perché si trovino caratteri
espressivi simili comparando l’ambito europeo con quello del
sanscrito-indiano. Fattori di struttura culturale e delle credenze e
qualche più incerto indizio archeologico, sosterrebbero l’idea vi siano
stati popoli, probabilmente originari del centro euroasiatico, che ad un
certo punto e per ragioni sconosciute, sciamarono violentemente e in
direzione Europa, e in direzione India, via Afghanistan-Pakistan, ma
forse anche in Tibet ed anche in Cina.

[4]
Sollievo perché dopo la sbornia del XIX° e XX° secolo, l’aver
vaporizzato il concetto di razza ha dato l’impressione si fosse
eliminata del tutto, la base di possibili “cattivi pensieri”. Ma se
l’implicito è la convinzione che i caratteri socio-culturali abbiano una
base genetica, non esistendo apprezzabile differenza genetica,
concludiamo che non esistono differenze socio-culturali? No, non
esistono basi genetiche dei caratteri socio-culturali ma le differenze
rimangono. Si forma così un buco terminologico poiché se, come spesso
accade, l’Altro da noi non ci piace immediatamente ed anzi ci mette un
po’ in allarme, non possiamo dirci razzisti (poiché effettivamente le
“razze” non esistono) ma potremmo dirci “altro-fobici” o altro termine
da inventare. Su “come vivere assieme non avendo nulla in comune”
si veda l’ introduzione di Raniero Regni alla riedizione dell’opera di
Jaspers per Mimesis che s’interroga anche sul nostro stesso titolo.

1363492[5]
Vi sarebbe poi da indagare il ruolo delle donne. Negli studi di Cavalli
Sforza, se ben ricordo, emergeva come fosse stata proprio l’esogamia
diffusa, il primo motore della redistribuzione della varianza genica. Ma
donne che sposano stranieri  (o date in spose date i costumi antichi
sebbene non antichissimi, pare) o rapite, sono state anche ed a loro
volta, agenti impollinatori trasferendo la cultura d’origine dentro i
nuovi contesti e nelle zone liminali, insegnando ai figli quelle lingue
madri che si sono poi fuse con le lingue padri generando varietà
culturale.

[6]
Gli ebrei poi avevano negli agricoltori antico-palestinesi i nemici con
cui contendere la terra ma i musulmani, vivendo e provenendo
inizialmente  dal deserto, negli agricoltori siro-mesopotamici ebbero
solo vicini da conquistare.

9788883533013[7] Per fare un esempio di ciò che s’intende, prenderei F. Jullien. Jullien è un filosofo
francese ma anche un sinologo che ha condotto un lungo lavoro di
trasduzione dei presupposti logico-metafisici alla base del mondo cinese
e di quello occidentale. 

Non è solo studio di culture comparate, è
studio dei presupposti logico-linguistici-gnoseologico-normativi ovvero,
analisi comparata delle due sale macchine da cui originano le due
famiglie storiche dell’essere e del pensare occidentale o cinese. 

Per
fare un esempio: F. Jullien, Strategie del senso in Cina ed in Grecia,
Meltemi, 2004. E’ da queste sale macchine che origina l’immagine di
mondo a cui noi spesso ci riferiamo e vi si riferì anche Jaspers con un
apposito libro (1919).

[8]
Le monadi per il Leibniz non avevano “né porte, né finestre” erano cioè
strutturalmente impedite ad avere reciproche relazioni. Riuscivano a
coordinarsi sincronicamente in una armonia prestabilita da Dio, perché
ognuna di esse rifletteva al suo interno l’intero mondo. Sulla genesi
del concetto di monade: pagine 107 e 108 della Monadologia di Leibniz,
Bompiani, 2001.

Fonte: https://pierluigifagan.wordpress.com/2016/01/26/una-nuova-eta-assiale-storia-e-complessita/.

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