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'Media e paura dell''Islam: il male della banalità '

Un gruppo di studiosi e docenti universitari di storia, letteratura e cultura dei paesi arabi, africani e islamici, firma un testo contro la disinformazione.

'Media e paura dell''Islam: il male della banalità '

Redazione Modifica articolo

5 Febbraio 2016 - 20.55


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Un gruppo di studiosi e docenti universitari di storia, letteratura e
cultura dei paesi arabi, africani e islamici, firma un testo contro la
disinformazione.

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Scriviamo dopo la pubblicazione di alcuni articoli sulla stampa italiana a seguito dei fatti di Colonia.

Da essi è scaturito un dibattito pubblico superficiale, incentrato sulla
paura dell”Islam, dell”immigrato, dell”arabo; focalizzato, in senso
lato, sulla costruzione dell”arabo-musulmano come “altro” e, in quanto
tale, “pericoloso”. Si tratta di un discorso che, come insegna uno dei
testi fondanti degli studi post-coloniali (Edward Said, Orientalismo),
ha radici storiche profonde, riproponendosi con recrudescenza in ogni
momento di crisi. Riteniamo importante prendere posizione contro la
stampa generalista che fa della banalizzazione e della schematizzazione,
antitesi di ogni forma di analisi complessa e articolata, il mezzo di
un progetto di disinformazione di massa quantomeno preterintenzionale.

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In particolare ci ha colpito, il 10 Gennaio scorso, l”editoriale
intitolato “Da dove viene il branco di Colonia” di Maurizio Molinari,
già corrispondente da Gerusalemme per «La Stampa» e suo neo-direttore,
oltre che autore del controverso instant book Il Califfato del Terrore.
Varie critiche sono state subito mosse al testo, un vero e proprio
pamphlet. Ad esempio, il collettivo di scrittori WuMing osserva come
«nel generale squallore e servilismo», sia tuttavia «importante
segnalare passaggi di fase, salti di qualità, ulteriori salti in basso e
spostamenti a destra» (si veda anche la recensione di tutti gli
editoriali comparsi sul tema realizzata dal sito Valigia Blu).

Concordiamo sul fatto che questo articolo sia un punto di non ritorno
dell”informazione di bassa qualità che da anni sedicenti “specialisti”
offrono al pubblico italiano. Ci pare che esso condensi in maniera
esemplare una serie di strategie di riduzione del pensiero, di cui
riteniamo gravi le ripercussioni sulla formazione dell”opinione
pubblica. Nel suo articolo, in un crescendo di affermazioni a dir poco
peregrine, Molinari inventa una vera e propria “genealogia della
barbarie” araba, che sarebbe, a suo dire, basata sull””ancestrale” e
“atavico” elemento tribale. Egli individua nel cosiddetto “senso di
appartenenza tribale” la causa degli atti violenti contro le donne a
Colonia. Tale sentimento (che Ibn Khaldūn, uno dei precursori della
sociologia moderna nel XIV secolo, denomina asabiyyah), sarebbe stato
temporaneamente “domato” dalle forme di controllo sociale esercitate
dagli stati-nazione mediorientali, e sarebbe ora rinascente in seguito
alla parziale disgregazione dei poteri statuali dell”area dopo le
rivolte del 2011. L”editoriale-pamphlet si distingue per i toni
caricaturali, per la totale a-storicità della sua fantasiosa teoria, per
il disprezzo del più basilare fact-checking, anche in relazione ai
fatti di cronaca dei quali pretende di fornire un”interpretazione
storica e socio-antropologica.

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A fronte di questo pericoloso riduzionismo, crediamo necessario
introdurre una riflessione più ampia sul significato e sugli obiettivi
del tipo di narrazione mediatica proposta non solo da Molinari, ma da
molti giornalisti ed intellettuali italiani.

Nel testo succitato, l”autore ribadisce come le violenze sessiste di
Colonia siano state causate dal riattivarsi «dell”atavico tribalismo
arabo». I problemi di questa interpretazione sono fondamentalmente due:
da un lato si presuppone un «eccezionalismo arabo» che non è fondato su
alcun dato empirico; dall”altro emerge una totale ignoranza delle
dinamiche storiche di sviluppo sociale e politico dei mondi
mediorientale e africano moderni e contemporanei.

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Indubbiamente il lealismo tribale è un fenomeno sociale esistente nelle
aree geografiche in cui si sono sviluppate la civiltà arabo-islamiche.
D”altra parte, esso ha caratterizzato l”organizzazione dei gruppi umani
in altre aree del globo le cui società tradizionali erano di tipo
segmentario e basate sul concetto di parentela, così come avveniva in
Europa perfino all”interno degli imperi plurinazionali ben oltre il
tardo Medioevo. Il tribalismo, quindi, non è ascrivibile specificamente
al contesto semitico (pensiamo ad esempio ai clan celtici, alle gentes
romane originarie, ai Baschi, alle popolazioni migranti dall”Asia
centrale durante il III e IV sec. d.C..) così come pretende una cattiva
divulgazione di una certa antropologia de-storificante o
pseudo-folklorica intrisa di imperialismo coloniale – dalle cui scorie
sarebbe necessario affrancare il discorso pubblico italiano e europeo.
Allo stesso modo, usanze come la razzia o la vendetta sono correlate con
l”economia politica di società – per lo più nomadi – con una precaria
disponibilità di risorse alimentari e non, come sembra ribadire il
direttore della Stampa, con una supposta inferiorità culturale.

Altri usi o istituzioni citati dal giornalista, sempre a dimostrazione
della primordialità, dell”atavismo e della “genetica” incompatibilità
tra cultura araba e cultura occidentale, non sono esclusivi delle
popolazioni arabo-musulmane (pensiamo all”uso del velo nell”antica
Grecia, o a Bisanzio) e vanno invece visti come indicatori di una fase
storica associabile alla sedentarizzazione e alla crescente
stratificazione sociale ed economico-politica. Tali processi non
avvennero certo nel deserto – che fa invece da sfondo a tutta la
narrativa di Molinari – ma in ambito urbano. L”uso del velo – indicato
nel testo pretestuosamente come chador, un tipo di velo specificamente
iraniano che poco ha in comune con il “branco” stigmatizzato in quanto
proveniente dal Medio Oriente arabo e dal Nord Africa – o l”istituzione
dell”harem, sono costruzioni sociali che vanno contestualizzate nel
tempo e nello spazio, e che con alcune varianti, sono comuni a tutte le
forme di patriarcato.

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Nello stesso ordine di riflessioni, la questione di genere nei paesi del
Medio Oriente e del Nord Africa (generalmente indicati dall”acronimo
MENA – Middle East and North Africa region), rappresenta un nodo molto
complesso intorno al quale si articola l”evoluzione ugualitaria della
società, ma è molto rischioso trattare tale argomento in modo
culturalista.

Se è vero che la sessualità è un tabù in molti contesti pubblici (così
come avviene, d”altronde, anche nei paesi di tradizione cattolica),
affermare che i diritti delle donne nella regione MENA siano minacciati
dall”Islam, inteso come entità astorica e misogina in sé, è fuorviante,
perché in tal modo si trascura sia l”uso patriarcale dell”Islam a
scapito di popolazioni in buona parte analfabete e in condizioni
socioeconomiche precarie, sia il ruolo di primo piano svolto dalle donne
nelle lotte di liberazione contro l”oppressione coloniale, sia gli
sforzi di una parte delle società di quei paesi che attualmente combatte
per l”affermazione e il rispetto dei diritti delle donne. Movimenti
femministi, intellettuali, accademici e militanti, di ispirazione
religiosa e laica, denunciano da decenni, in varie forme, le
discriminazioni di genere; chiedono riforme ai governi, sono promotori
di progetti di sensibilizzazione ai diritti umani all”interno delle loro
stesse società, propongono reinterpretazioni coraggiose delle Sure del
Corano. Quale spazio viene concesso a questi attori sociali sui nostri
media? Molto poco. Esaminare la questione di genere nelle società a
maggioranza islamica in modo culturalista significa trascurare i
molteplici fattori che determinano la discriminazione e ignorare gli
sforzi della società civile in favore dell”uguaglianza.

In una fase così delicata del multiculturalismo europeo e del più ampio
contesto geopolitico, una simile analisi è funzionale a una
rappresentazione razzista ed eurocentrica dell”Islam e delle culture
arabe e dei molteplici mondi “altri” dai quali provengono gli attuali
flussi migratori che si cerca di stigmatizzare in massa. Ci appare
pericoloso e irresponsabile, da parte di chi è consapevole di avere una
considerevole capacità di influenzare l”opinione pubblica, diffondere
rappresentazioni come quelle qui descritte, che contribuiscono non solo
alla cattiva informazione, ma spesso alla determinazione degli indirizzi
politici e strategici dei governi italiani.

Gran parte della stampa odierna sembra completamente ignorare che gli
stati arabi moderni non sono nati attraverso il “magico” contatto con
l”Occidente per mezzo di figure come quella, ridicolamente idolatrata,
di Thomas Edward Lawrence, ma da processi di cooptazione dell”autorità
locale assai complessi, funzionali a specifiche pratiche amministrative
proprie delle potenze coloniali (la cantonalizzazione, il mantenimento
di sistemi legali multipli, nazionale e consuetudinario nelle aree
tribali, per fare due semplici esempi). La storia del Medio Oriente e
dell”Africa contemporanei non è basata sulla contrapposizione di
paradigmi assoluti: tradizione vs/modernità tribù vs/ Stato. In quelle
regioni, come ovunque, la storia politica e sociale risponde ad un
plasmarsi e riplasmarsi di valori simbolici e pratiche di potere, in
processi indotti o maturati dall”interno, frutto di dinamiche alle quali
non ̬ estraneo il colonialismo europeo Рcolonialismo che ha spesso
impedito l”emergere di strutture di potere alternative a quelle indotte
dalle amministrazioni europee. In Africa e in Medio Oriente, cosi come
ovunque nel mondo, tradizione e modernità non si configurano come
opposti inconciliabili: segmenti di continuità tradizionale si alternano
a fratture, in una dialettica che caratterizza tutti i processi
culturali. Tristemente, ci sembra che gli unici soggetti che appaiono
impermeabili a queste dinamiche, replicando stereotipi risalenti almeno a
duecento anni fa, rimangano i giornalisti e gli intellettuali
mainstream, forse più attenti a costruire narrazioni avallanti pratiche
securitarie e neoliberiste, che non a spiegare i processi politici in
corso.

In effetti, è intellettualmente meno impegnativo accontentarsi di
paradigmi interpretativi che imbrigliano la complessità entro categorie
fisse e contrapposte, che cercare di restituire le intersezioni della
mutevole e molteplice natura dei fenomeni sociali. Non sono le analisi,
giocate su dicotomie e logiche binarie, diffusissime sui maggiori mezzi
d”informazione, che offriranno all”opinione pubblica gli strumenti
necessari per comprendere il presente. Al contrario, ora più che mai,
familiarizzare con l”idea di complessità e interdipendenza è
imprescindibile per evitare logiche di scontro e demonizzazione di
differenze reali, e più ancora, immaginate.

Come cittadini e cittadine che da anni si dedicano allo studio del mondo
arabo-islamico e delle società a maggioranza musulmana, animati da un
forte senso di responsabilità civica, siamo pronti a dare il nostro
contributo per svolgere un”azione di divulgazione che consideriamo
essenziale nella presente congiuntura storica. Tuttavia, notiamo con
sgomento e con crescente sdegno il proliferare di un giornalismo
insinuante e sciatto che strizza l”occhio al sensazionalismo e alla
spettacolarizzazione, che parla di alterità culturale e complesse
dinamiche storiche, sociali e politiche con disarmante banalità e
ignoranza niente affatto ingenua. Con uguale preoccupazione osserviamo
che, da un lato, questo tipo di giornalismo evita sistematicamente di
porre questioni critiche ai nostri governanti sulle loro responsabilità
in materia di politica estera e migrazione; dall”altro,
l”irresponsabilità dei nostri governanti li spinge ad attingere al
giornalismo più approssimativo con l”intenzione di illustrare la
complessità del mondo arabo-islamico. Peraltro, le nuove sfide politiche
e sociali che i grandi flussi migratori ci presentano attualmente
vengono raramente discusse in relazione al modo in cui le società
mediorientali, africane e l”islam sono raccontate e rappresentate.

Troppo spesso tale crisi dell”informazione in Italia e altrove viene
giustificata dalle leggi di un mercato in continuo cambiamento, che
esige puntualità e celerità della notizia, nonché la sua
spettacolarizzazione. Se la tirannia di una notizia veloce, semplice, e
capace di destare interesse pubblico porta al tramonto di analisi capaci
di informare in primis, invochiamo un maggior coinvolgimento degli
studiosi di queste aree nel processo di creazione dell”informazione,
facendo ben attenzione a distinguere tra chi si dice “specialista” senza
minimamente entrare in contatto con le società delle quali propone
analisi generaliste e sommarie, e chi invece interroga queste società
quanto la propria, producendo quello che in gergo si chiama un “sapere
condiviso”.

Per adesioni: informabene2016@libero.it

Primi firmatari:

Giuseppe Acconcia, Il Manifesto e Università di Londra

Umberto Albarella, Department of Archaeology, University of Sheffield (UK)

Elena Baldassarri, docente di Storia ed Istituzioni Nordamericane, Università di Roma Tre

Anna Baldinetti, Prof.ssa associata in Storia dell”Africa mediterranea e del Medio Oriente, Università di Perugia

Bruno Ballardini, saggista, esperto di comunicazione strategica

Ada Barbaro, docente a contratto traduzione arabo-italiano, Università degli studi internazionali di Roma.

Enrico Bartolomei, Ricercatore indipendente

Marta Bellingreri, ricercatrice, reporter Medio Oriente

Erika Biagini, PhD student at Dublin City University, School of Law and Government, Ireland.

Francesca Biancani, Docente a contratto, Storia e Istituzioni del Medio Oriente, Università di Bologna

Carlo Bolpin, Presidente Ass. ESOSO, Venezia

Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista freelance e ricercatrice indipendente

Sara Borrillo, Post-doc, Dip. Asia, Africa e Mediterraneo, Università L”Orientale di Napoli, UNDP Gender Expert

Cristina Brembilla, Università degli Studi di Milano

Alessandro Buontempo, docente a contratto di Lingua e letteratura araba, Università “G.d”Annunzio” di Chieti-Pescara.

Marina Calculli, Fulbright research fellow, Institute for Middle Eastern Studies, The G. Washington University

Federica Candido, Dottoranda UniCal РUniversit̩ de Gen̬ve

Matteo Capasso, PhD Research Student at School of Government and
International Affairs, Durham University, Assistant Editor, Middle East
Critique

Clara Capelli, economista esperta di Medio Oriente e Nord Africa, Cooperation and Development Network- Pavia

Alessandra Capone, Attivista per i diritti umani – Roma

Romeo Carabelli, Univ. F. Rabelais – UMR 7324 CITERES, Tours

Bianca Carlino, Traduttrice e docente di Arabo, The British Institutes, Torino

Estella Carpi, Ricercatrice, Lebanon Support e New York University (Abu Dhabi)

Raffaele Cattedra, Professore ordinario di Geografia, Dipartimento
di Storia, Beni culturali e territorio, Università di Cagliari

Francesco Cavatorta, Professore, Département de Science Politique, Université Laval

Isabelle Chabot, storica, Presidente della Società Italiana delle Storiche

Giovanni Cordova, dottorando, Dip. Storia Culture Religioni, Università La Sapienza, Roma

Francesco Correale, CNRS – UMR 7324 CITERES, Tours

Valentina D”Ambrosio, laureata in lingua e letteratura araba,Università L”Orientale di Napoli

Luca D”Anna, Assistant Professor of Arabic, The University of Mississippi (Oxford)

Cecilia Dalla Negra, Giornalista, Vice-direttrice di Osservatorio Iraq – Medio Oriente e e Nord Africa

Giulia Daniele, ricercatrice, Instituto Universitário de Lisboa (ISCTE-IUL)

Enrico De Angelis, American University in Cairo

Rosanna De Longis, Direttrice Biblioteca di storia moderna e contemporanea (Roma)

Sara De Simone, Dottoranda in Africanistica, Università degli Studi di Napoli L”Orientale

Debora Del Pistoia, cooperante in Tunisia e giornalista indipendente

Lorenzo Declich, Ricercatore indipendente in Islamistica e Islam contemporaneo

Francesca Di Pasquale, Postdoctoral Researcher, Università di Niod – Amsterdam

Rosita di Peri, Ricercatrice, Università di Torino

Anna Maria Di Tolla, Prof.ssa associata in Lingue e letterature
dell”Africa e dell”Asia, Università degli Studi di Napoli “L”Orientale”

Chiara Diana, PhD, History and Middle East Studies, UMR 7310 IREMAM, Université Aix-Marseille

Maria Donzelli, Pres.ssa Ass. Peripli. Culture e Società Euromediterranee, già Ordinaria, Università L”Orientale di Napoli

Leila El Houssi, Prof.ssa a contratto di storia dei paesi islamici- Università di Padova

Sara Fani, post-Doc, Dep. of Cross-Cultural and Regional Studies, University of Copenhagen

Ida Fazio, Prof.ssa Associata di Storia Economica, Università di Palermo

Lorenzo Feltrin, dottorando, Department of Politics And International Studies, University of Warwick

Francesco Finucci, MA student in International Relations, University
of Birmingham e ricercatore Terrorism and Political Violence
Association

Ersilia Francesca, Prof.ssa Associata in Storia dei Paesi Islamici, Università L”Orientale di Napoli

Gennaro Gervasio, Lecturer in Middle East Politics, The British University in Egypt – Il Cairo

Mattia Giampaolo, Università La Sapienza di Roma

Alessandra Gissi, ricercatrice Storia Contemporanea, Università di Napoli “l”Orientale”

Elisa Giunchi, Università di Milano

Jolanda Guardi, Ricercatrice, Universitat Rovira i Virgili.

Laura Guidi, Università di Napoli Federico II

Abdelkarim Hannachi, Università di Enna Kore

Ashraf Hassan, dottorandom, Università degli Studi di Napoli “L”Orientale” e Universität Bayreuth (Germania)

Giorgia Introini, Università Cattolica di Milano

Cristiano Lanzano, Senior Researcher, The Nordic Africa Institute, Svezia

Simone Laudiero, scrittore

Marco Lauri, Docente a contratto, letteratura e filologia araba, Università di Macerata.

Francesco S. Leopardi, Dottorando, Islamic and Middle Eastern Studies, University of Edinburgh

Luca Leuzzi, ricercatore CNR, Roma

Pietro Longo, Ricercatore in Storia dei Paesi Islamici, Università L”Orientale di Napoli

Chiara Loschi, Dottoranda in Scienze Politiche Università degli Studi di Torino

Giuseppe Maimone, Post-doc, CoSMICA – Centro per gli Studi sul Mondo Islamico Contemporaneo e l”Africa, Università di Catania

Adelisa Malena, Università degli studi di Venezia Cà Foscari

Patrizia Mancini, responsabile Tunisia in Red

Antonio Manieri, post-doc, Dip. Asia, Africa e Mediterraneo, Università di Napoli “L”Orientale”

Francesco Marilungo, PhD Candidate in Kurdish Studies, Institute of Arab and Islamic Studies,University of Exeter, UK

Mara Matta, docente in letterature indiane e del sud-est asiatico,
Università di Roma La Sapienza e Università di Napoli L”Orientale

Nicola Melis, Università di Cagliari

Daniela Minieri, laureanda in Studi Internazionali, Università degli Studi di Napoli L”Orientale

Giusy Muzzopappa, Antropologa, PhD, Università L”Orientale di Napoli

Beatrice Nicolini, Prof.ssa Associata di Storia e istituzioni dell”Africa, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Lea Nocera, Ricercatrice/Docente lingua e letteratura turca, Università di Napoli L”Orientale

Maria Elena Paniconi, Ricercatrice in Lingua e letteratura araba, Università di Macerata

Marianna Pastore, Dott.ssa in Studi dell”Africa e dell”Asia, Università di Pavia

Chiara Pavone, Università di Roma.

Nicola Perugini, Brown University

Margherita Picchi, dottoranda, Università di Napoli L”Orientale.

Caterina Pinto, docente a contratto, Lingua e traduzione araba, Università di Bari “Aldo Moro”

Daniela Pioppi, Prof.ssa associata, Storia contemporanea dei paesi arabi, Università degli studi di Napoli L”Orientale

Carmen Pisanello, laureanda in Scienze dell”informazione editoriale pubblica e sociale, Università di Bari “Aldo Moro”

Gabriele Proglio, Assistant Professor in Contemporary History and
Postcolonial Studies, Università di Tunisi El Manar, Research Fellow,
European University Institute.

Andrea Rega, laureando in Cooperazione Internazionale, Sviluppo e Diritti Umani all”Università di Bologna.

Marco Reglia, Università di Trieste

Paola Rivetti, School of Law and Government, Dublin City University

Domenico Rizzo, Prof. associato di Storia contemporanea, Università degli studi di Napoli “l”Orientale”

Marina Romano, Docente a contratto, Storia e Istituzioni del Mondo Musulmano, Università di Bologna

Monica Ruocco, Professore di Lingua e Letteratura Araba, Università degli Studi di Napoli “L”Orientale”

Azzurra Sarnataro, Dottoranda Civil, Building and Environmental Engineering, Università La Sapienza di Roma

Liuba Scudieri, Dottorato studi internazionali, Università l”Orientale di Napoli

Simone Sibilio, Docente di letteratura araba Ca” Foscari di Venezia, direttore master MiLCO

Olga Solombrino, dottoranda, Università di Napoli L”Orientale

Maria Rosaria Stabili, Università Roma Tre

Maria Giovanna Stasolla, Prof.ssa Ordinaria di Storia dei Paesi Islamici, Università di Roma “Tor Vergata”

Angelo Stefanini, Adjunct Professor, Centro Studi e Ricerche in
Salute Internazionale e Interculturale (CSI), Universita” di Bologna

Alba Rosa Suriano, Ricercatrice Lingua e letteratura araba, Università di Catania

Serena Tolino, Post-doctoral fellow, Università di Zurigo

Emanuela Trevisan Semi, Università di Venezia Ca” Foscari

Rossana Tufaro, dottoranda, Studi sull”Asia e sull”Africa, Università Cà Foscari, Venezia

Francesco Vacchiano, ricercatore, Istituto di Scienze Sociali, Università di Lisbona.

Anna Vanzan, Iranista, Università degli Studi, Milano

Alessandra Vitullo, dottoranda, Sociologia delle religioni, Università di Roma Tor Vergata.

Hamadi Zribi, collaboratore Tunisia in Red

Aderiscono anche:

Benedetta Baracchi

Touhami Garnaoui

Giorgia Ozzano

Stefania Pace Shanklin, già Funzionaria ONU nei paesi MENA

Lucia Romani, Psicologa.

Fonte:  http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=84609&typeb=0&media-e-paura-dell-islam-il-male-della-banalita

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