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Alcune note su Machiavelli, il Progresso e la Globalizzazione

Si sono accorciati i tempi: delle epoche passate e, paradossalmente, delle epoche a venire. Scoprire che viviamo in un ‘presente obsoleto’ [Giulietto Chiesa]

Alcune note su Machiavelli, il Progresso e la Globalizzazione

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2 Agosto 2016 - 21.58


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di Giulietto Chiesa.

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Ho ricevuto in
anticipo in lettura un libro di prossima uscita su Niccolò Machiavelli e sul significato storico della sua figura
“politica”, scritto da Konstantin Dolgov,
storico e politologo russo. Leggere
questo ottimo saggio è stato un piacere ma anche, nel contempo, fonte di una
riflessione a proposito dei radicali cambiamenti che da quei tempi sono
avvenuti e che sono in corso, tumultuosi come quelli di un fiume nei pressi di
una vertiginosa cascata.

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L’attuale
crisi mondiale è infatti anche, in primo luogo, crisi del pensiero occidentale. E poiché è assolutamente vero —
come Dolgov dottamente dimostra — che la storia del pensiero occidentale
moderno ha cominciato a prendere le mosse proprio dal Rinascimento italiano, siamo tutti obbligati a cercare in quali
punti di questo pensiero si nascondevano i germi velenosi della crisi.

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Uno dei
sintomi della crisi — il più impressionante a mio avviso — è la incapacità
delle élites intellettuali dell’Occidente, e quella delle leadership politiche
che esercitano il potere, di analizzare gli eventi che si dipanano sotto i loro
occhi a velocità crescente. È
straordinario che gli eredi del “secolo dei lumi” siano divenuti completamente
ciechi
. E, poiché essi, nonostante la crisi, sono ancora al comando, la
loro cecità si traduce in disastri sempre più drammatici, di cui nessuno sa
cercare le cause.

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È come se l’Occidente nel suo complesso fosse in
preda a una “dissonanza cognitiva” di massa. Che deriva dal non riuscire a
raccapezzarsi del fatto che la narrazione degli eventi non corrisponde alla
percezione che milioni di persone ne hanno. Insomma, si sente un racconto, o si
vede un’immagine televisiva, entrambi all’apparenza “veri”, ma questa verità
contraddice palesemente la realtà che ciascuno percepisce direttamente. È un
po’ come se tutti facessero a gara, senza dircelo, e senza dirselo, a “descrivere”
il paesaggio che tutti vediamo, ma in modo da renderlo irriconoscibile. Ciò che
produce un senso di smarrimento generale, come quello di chi, non riuscendo a
raccapezzarsi, è costretto a cercare affannosamente un altro paio di occhiali
per tornare a una qualche normalità.

Insomma, siamo
di fronte a una crisi del pensiero occidentale che potremmo definire negativa.
Un periodo di grave confusione che non lascia intravvedere spiragli di luce.
Sotto questo profilo l’uscita dal feudalesimo fu esattamente l’opposto. Forse i
contemporanei di allora — certo non il popolo minuto delle nascenti città,
sicuramente non i contadini — non se ne accorsero. Ma l’intelligencija dell’epoca doveva esserne ben consapevole. Essi
erano protagonisti di un’epoca nuova,
che si andava aprendo, sbocciando sotto i loro occhi. Ed era un processo pan-europeo, in cui alla
liberazione del pensiero dai ceppi che lo avevano imprigionato per quasi un
millennio, si accompagnava una curiosità e un dinamismo del tutto nuovo. La
comunità umana di quello che si apprestava a divenire il centro del mondo,
rinasceva. Il termine “rinascimento”, inventato in seguito, fu appropriato.

Questo
confronto, tra allora e oggi può essere particolarmente utile. Torniamo dunque
brevemente a Machiavelli e al suo tempo. Che era ancora “il tempo dell’uomo” e fu il tempo “reale”, non quello nel quale
viviamo, il cui ritmo è ormai imposto dalle tecnologie. Dal confronto tra quel
tempo e il nostro scopriremo cose sorprendenti e contraddittorie. Scopriremmo —
leggendo eventi antichi di sei secoli — che l’origine dell’impazzimento generale del tempo moderno è
probabilmente la conseguenza — lontana e del tutto imprevedibile — dell’opera
dei pensatori che avviarono il Rinascimento. Furono loro — e tra questi
giganteggiò proprio l’autore del “Principe” — che “accesero la miccia”;
avviarono tutti i processi di cui oggi noi viviamo le conseguenze; condussero,
nel corso dei sei secoli successivi all’approdo di un cambiamento epocale del
ruolo dell’Uomo nell’evoluzione dell’ecosistema, all’interno del quale l’Uomo è
nato e tuttora sussiste. Un mutamento radicale che ha finito per modificare
l’equilibrio del cosmo, portando la specie
umana
— che fino ad allora era stata “una delle” migliaia, dei milioni, che
facevano parte dell’ecosistema, eguale a tutte le altre in quanto soggetta
all’equilibrio generale — in una posizione tale da consentirle di “turbare
l’universo”.

La specie
umana, in altri termini, è divenuta “padrona” del suo ambiente. Ma solo nel
senso che può dominarlo e sfruttarlo. La sua azione è ormai tale da poter
influenzare in modo decisivo e unilaterale i comportamenti dell’insieme
complesso di cui è parte. Basti pensare all’invenzione dell’arma atomica. Essa
è in grado di distruggere il mondo intero, cioè la vita che lo popola. E questo
è l’esempio più evidente. Ma essa è ormai in grado di modificare la gran parte
dei parametri che per milioni di anni hanno garantito la conservazione dell’organismo
vivente dell’ecosfera.

L’origine
della crisi contemporanea del pensiero sta appunto nel fatto che l’uomo — dotato di tecnologie possenti
— non dispone tuttavia della conoscenza
necessaria per ripristinare gli equilibri che ha già sconvolto
. E
collettivamente si comporta come un padrone folle, di strumenti che non sa
maneggiare. Non tutti — anzi pochissimi — si rendono conto di trovarsi in una
situazione totalmente inedita. Chi lo ha capito sa anche che una via d’uscita,
che permetta all’Uomo e al pianeta tutto intero di trovare la strada per
un’epoca successiva, richiederà un salto
concettuale straordinario
, probabilmente il più grande mai compiuto
dall’Uomo. Occorrerà un “nuovo sapere”, il “sapere della complessità”, di cui
ancora non conosciamo le caratteristiche. Per ora brancoliamo nel buio e
nell’incertezza.

Recentemente Stephen Hawking, uno dei più grandi
fisico-matematici dell’epoca contemporanea, se non il maggiore in assoluto, ha
riassunto i pericoli che la specie
umana si troverà ad affrontare in questo passaggio epocale. Sono tre: la stupidità umana, che è l’unica
grandezza infinita esistente nel cosmo. La ormai avvenuta devastazione dell’ambiente naturale, ad opera dell’Uomo. L’inizio
della fase in cui l’intelligenza
artificiale
, da noi creata, comincerà a riprodurre se stessa, senza avere bisogno di un software permanentemente
introdotto dall’uomo. Questa epoca è già cominciata — aggiunge Hawking — e “nulla ci dice che questa nuova intelligenza,
autonoma da noi, ci sarà amica”
.

Infatti non si
vede perché dovrebbe esserlo. Saprà più di quello che noi non sappiamo.
Controllerà ogni nostro strumento, quelli che reggono la vulnerabilissima
società umana contemporanea, dominata già ora da macchine il cui funzionamento
è sconosciuto ai più. Vedrà più lontano di quanto noi possiamo vedere. Ci
rimetterà sullo stesso piano delle altre specie, da dove noi superbamente
abbiamo preteso di sollevarci. E, infine, se avrà compreso anch’essa il
significato della complessità, dovrà imporci
i suoi divieti
.

Machiavelli, insieme a Galileo Galilei
fornì il “metodo” per rendere “sistematico” il nuovo sapere
. Furono i fondatori della scienza
moderna, quella che ci ha portato fino ad oggi: tra grandi scoperte e immense
tragedie. Attraverso il “secolo dei lumi”, la rivoluzioni moderne, la
democrazia e lo stato di diritto, le guerre mondiali, fino alla follia della
globalizzazione, che ha creato l’Uomo globale e lo ha innalzato al ruolo di
protagonista. Ruolo che non meritava, poiché non disponeva, e non dispone,
della conoscenza della complessità, e tuttavia è stato capace di costruirsi
delle “protesi” smisurate (i motori) che gli hanno permesso di influire su di
essa. E, quale apprendista stregone, di romperne gli equilibri.

Certamente non
possiamo a Galilei e Machiavelli attribuire alcuna “colpa”, che sarebbe cosa
senza senso. Né, sulla base di queste considerazioni, si può negare il valore —
sicuramente immenso — di tutte le scoperte che ci hanno consentito di conoscere
l’uomo, la natura, l’interazione profondissima tra essi, e di addentrarci nei
suoi misteri. E di vivere meglio, noi ricchi, la nostra vita, oltre che di
allungarla di più di due volte. Ma è giunto il momento di collocare tutto
questo in un nuovo contenitore
concettuale
.

In effetti
tornare a ragionare su Machiavelli è qualcosa di rassicurante. Riduce il senso
dell’irrealtà che ci circonda. Machiavelli fu uno straordinario analista del reale. Analista freddo,
spregiudicato, crudo fino alla spietatezza. La prima lezione che ci offre è
semplice. Non c’è Principe che possa restare al potere se non è capace di
guardare alla “realtà effettuale”
delle cose con gli occhi sgombri da pregiudizi. Siano essi morali, filosofici,
pratici. Non vi può essere un’«astuzia dell’analisi». Qualunque tentativo di
modificare surrettiziamente i dati produce disastrosi effetti sul risultato
finale, sull’approdo. Sbagliare il
giudizio sui “dati”
equivale, per il comandante di una nave, o per il
pilota di un aereo, non riuscire più trovare il porto, o l’aeroporto. O non
trovare l’uno o l’altro in tempo utile per evitare il naufragio. E, quando a
compiere questi errori è il Principe (colui che, in ogni forma di potere prende
le decisioni finali), allora c’è il grande rischio che, compiendoli, egli
finisca per infliggere ai suoi sottoposti, sudditi, cittadini, sventure più o
meno grandi e, infine, finisca per perdere il suo ruolo di Principe. Ovvero —
come accadeva ai tempi di Niccolò Machiavelli, e come accade nel XXI secolo,
sempre più frequentemente — perdendo il ruolo e la vita.

All’interno di
questo quadro interpretativo e sinottico, perdono gran parte del loro senso le
interpretazioni “moralistiche” dell’opera del Machiavelli. Che Konstantin
Dolgov enumera, prima di scartarle. Quelle che, ad esempio, confondono la cruda
descrizione dei fatti con una qualche forma di prescrizione, di invito
all’imitazione. Cioè: è, l’opera di Machiavelli, l’apologia del cinismo, della
crudeltà, della depravazione? Cioè è
legittimo ridurre Machiavelli al “machiavellismo”?

Ma sgombrare il campo
dalle interpretazioni moralistiche negative significa anche eliminare quelle
erroneamente encomiastiche. Valga per tutte quella parte dell’ode “I sepolcri”
che Ugo Foscolo gli dedicò, senza
nominarlo:

”Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo
di quel grande

che temprando lo
scettro a’ regnatori

gli allòr ne sfronda,
ed alle genti svela

di
che lagrime grondi e di che sangue”.

Versi
bellissimi che ci descrivono un Machiavelli impegnato non solo a “temprare lo
scettro ai regnatori”, ma anche a
“svelare
alle genti” i loro misfatti
. Cosa quest’ultima che, io credo, non era tra
le intenzioni primarie del grande fiorentino.

Ecco, tutte
queste considerazioni sul Machiavelli teorico del Potere sono valide ancora
oggi. Integralmente. Per questo definirei Niccolò Machiavelli come il primo,
vero teorico del “metodo” del Potere:
della sua conquista e della sua conservazione, una volta conquistato. Un metodo
che — essendo l’Uomo una sostanziale costante psichica — vale ancora oggi e varrà
fino a quando non sarà costretto a combattere con l’intelligenza artificiale,
giunta allo stadio della propria auto-riproduzione. E, per questo, l’ho accostato
a Galileo Galilei, il primo inventore del metodo scientifico come interazione
organica tra “sensata esperienza” e “certa demonstratione”.

L’uno e
l’altro furono maestri del “metodo”. Prima dell’uno e dell’altro — nelle
rispettive discipline — vi furono soltanto tentativi, intuizioni,
improvvisazioni, fantasie più o meno realistiche. Dopo di loro si avvia quel
processo che, dal Rinascimento italiano, condurrà ai tempi moderni. Un processo
che in seguito sarà definito come “progresso”.

Semmai è oggi sotto indagine — o dovrebbe esserlo
— la stessa nozione di “progresso”
se, com’è evidente, questo “progresso”
ci ha portati ad una crisi che appare prodotta proprio da esso, o da una
determinata interpretazione di esso divenuta dominante. La cultura
dell’Occidente, la cosiddetta “globalizzazione”, ha dimenticato la storia, ne
ha accorciato spasmodicamente i tempi:
sia quelli delle epoche passate, sia,
paradossalmente, quelli delle epoche a
venire
. I primi, appunto, troppo diversi, obsoleti, dall’esperienza del
presente. I secondi, non ancora avvenuti, ma che vengono annunciati, di minuto
in minuto, come irriconoscibili rispetto alle stesse, cortissime categorie di
giudizio cui siamo costretti ad attenerci. Viviamo
in un presente obsoleto
.

C’è tuttavia
una qualità umana che non è ancora stata sottoposta al tritacarne del
cosiddetto “progresso”. È la psicologia
dell’Uomo
. Essa si è formata con criteri (se posso usare un termine così
finalistico) che non sono compatibili con il “progresso”. Sono compatibili solo
con la complessità dell’ecosistema,
di cui l’Uomo è parte integrante. Ed esso, ecosistema, non si comporta secondo
le categorie del “progresso umano”. E dunque rimane nei secoli sostanzialmente
immutato. Per lo meno: così saldamente agganciato alla Natura da non farci
percepire i microscopici mutamenti millenari ai quali è sottoposto, proprio in
funzione del mantenimento del suo proprio equilibrio. È dunque nel profondo
dell’Uomo che occorre andare. E là si potrà ritrovare il “tempo della Natura”, fuori dal turbinio innaturale delle
bollicine di superficie dei cambiamenti che l’uomo globale, l’homunculus, pretende, facendole
violenza, di introdurre nella storia.

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