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Il vento soffia dove vuole: spiritualità e politica

Una politica che non si illuda delle scorciatoie, nel tempo della pericolosa scissione che il mondo contemporaneo ha instaurato tra spirito ed emancipazione collettiva.

Il vento soffia dove vuole: spiritualità e politica

Redazione

15 Dicembre 2016 - 21.45


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di
Paolo Bartolini
.

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Quale periodo migliore dell’attuale per parlare
di spiritualità e politica? Non solo
perché si avvicinano le feste con il loro corteo di luoghi comuni che adombra
il significato “rivoluzionario” dell’annuncio evangelico. Sono piuttosto i
fallimenti di una politica arresa al dogma economicista e la sterilità dei
rapporti umani al tempo del Mercato Unico a rendere urgente un ripensamento di
quelle sfere di vita a cui l’uomo, per secoli, ha affidato l’enigma del Senso.

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Vorrei quindi sintetizzare come segue la
pericolosa scissione che il mondo
contemporaneo ha instaurato tra spirito ed
emancipazione collettiva: “La politica senza spirito sfocia nella
semplice gestione del male presente o in una convulsione priva di progetto; la
spiritualità senza un orizzonte etico e politico produce un ritiro dalla comunione
dei viventi che rinnega, nei fatti, la sua vocazione originaria a un’esistenza
liberata”
.

Sul versante della trasformazione sociale le
grandi utopie del passato si sono facilmente capovolte in incubi grotteschi,
difendibili solo da parte di militanti ortodossi immersi in mondi mentali
paranoici; sul piano religioso e spirituale il disinteresse per la dimensione
storica e materiale della vita umana ha fatto sì che la ricerca dell’infinito e
dell’invisibile franasse nel conformismo e nell’obbedienza passiva alle leggi
delle varie caste sacerdotali.

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È mia convinzione, e non da ora, che la separazione tra
politica e ricerca spirituale arrechi un danno enorme a entrambe queste
attività umane. Con ciò non sto ovviamente parlando della sacrosanta autonomia
del politico dal magistero religioso e dalle sue interferenze, per esempio, nel
campo dei diritti civili; piuttosto mi riferisco all’impossibilità di liberare
le energie necessarie a trasformare in profondità il nostro tempo.

Offro qui solo un esempio del vicolo cieco
che abbiamo davanti, un esempio che insiste sulla qualità dei processi empatici
tra esseri umani. La crisi ecologica,
la difficoltà estrema – soprattutto per noi occidentali – nel ripensare
gradualmente ma in profondità i nostri stili di vita e di consumo, il
moltiplicarsi delle norme che intensificano lo sfruttamento del lavoro e l’epidemia della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti, dicono tutte
della nostra incapacità di percepire intimamente la connessione che ci lega
agli altri esseri umani e a tutte le forme di vita del pianeta.

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Il filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag ha recentemente evidenziato come l’uomo
contemporaneo (sempre più ibridato con le nuove tecnologie digitali e con le
logiche della macroeconomia liberista) esiti ormai a riconoscere “una
continuità senza contiguità”. Ciò significa che, in maniera progressiva e
drammatica, una parte consistente dell’umanità non riesce a provare più empatia
se non per chi è fisicamente vicino e appartiene alla cerchia ristretta dei
familiari e degli amici.

Il
senso autentico di un nesso vitale che, attraverso i cuori, ci fa sentire
affini anche gli esseri umani più lontani, è la premessa decisiva per
condividere responsabilmente un destino comune
. La
spiritualità,
che non coincide con alcun dogma religioso e non implica necessariamente
un’appartenenza confessionale, potrebbe dunque essere definita come la
sensibilità per ciò che, oltre il contiguo, afferma una comunanza intima e
radicale con tutta la Realtà (anche e soprattutto quella che non è
immediatamente visibile, perché eccede la dimensione spazio-temporale in cui
siamo situati).

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L’accesso a questo “sentire cosmico” è dato,
per gli umani, dall’emozione e dal simbolo. Per non morire d’inedia e di
angoscia tra le quattro mura dell’io è indispensabile riconoscere che l’interno
e l’esterno sono da sempre due facce della stessa medaglia.

Non sarà un caso, mi sono sempre detto, se il
Tao, Dio o le altre parole impiegate per alludere all’indicibile esprimono una
dinamica condivisa e facilmente riconoscibile. Essa dimostra che chi si immerge
nella sua interiorità, con fede e senza sconti, non trova mai se “stesso” ma un Altro più profondo che lo abita e lo
riconnette alla Vita transpersonale e collettiva
.

È della spiritualità migliore questo movimento di
spoliazione dalle sovrastrutture egoiche, questo invito all’abbandono del
superfluo in nome dell’essenziale, di ciò che solo può liberare dalla sofferenza dell’attaccamento, dell’avversione e
dell’ignoranza
(questi sono i grandi inquinanti individuati dal buddhismo; samvega è invece lo splendido termine coniato
all’interno di quest’area culturale e spirituale per definire il disincanto e
la disillusione che sorgono nei confronti di questi insidiosi maestri interiori
dando voce a un desiderio purificato).

Una politica priva di questo “sentire” – che
è tragico e luminoso insieme – manca della materia prima necessaria per
immaginare un futuro diverso e portarlo a compimento.

Mi pare un’illusione quella, caratteristica
del materialismo dialettico e dei marxismi acritici, che pensa all’uomo nuovo
come al risultato di un capovolgimento dei rapporti di potere politici ed
economici. La Storia dovrebbe averci
insegnato qualcosa, ma l’uomo è tenace e si innamora dei suoi errori
. Nello
scenario politico contemporaneo, dominato dall’ideologia unica del neoliberismo
(e, più a monte, dal dogma capitalistico dell’accumulazione economica come fine
ultimo dell’esistenza), è facile che prevalga la reazione rabbiosa, il
desiderio di pancia di “mandarli tutti a casa”. Il senso di impotenza e
l’affermarsi di un materialismo
riduzionistico
come cosmovisione egemone in Occidente (materialismo
comunque compatibile con la “religione quotidiana” del dio denaro), ci
costringono ad oscillare tra conformismo e disgusto, tra accettazione passiva
dei diktat del Mercato e frenesia
inconcludente.

Alla spiritualità
libera (laica ma non laicista)
possiamo rivolgerci per affinare una
sensibilità esausta, per percepire nel cuore l’interconnessione e
l’interdipendenza che fa di noi esseri-in-comune e non competitors per natura; alla politica
dobbiamo guardare per far sì che lo spirito
profetico
torni ad aleggiare tra gli uomini: perché senza giustizia, in
particolare per gli ultimi, non si dà alcuna fuoriuscita dal carcere
dell’autointeresse compulsivo, dalla febbre “dell’io e del mio”.

Se riuscissimo a comprendere, con uno sguardo
dall’alto carico di consapevolezza, che il capitalismo rappresenta storicamente
l’incarnazione dell’istinto di appropriazione, della paura della morte e delle
false soluzioni che il potere offre per placare la nostra angoscia, potremmo
renderci conto che la svolta epocale
che ci aspetta dovrà essere antropologica,
spirituale e politica insieme
.

Qualunque scissione tra questi aspetti, che
ne sacrifichi uno agli altri, è condannata ad essere assorbita dal potere
separativo del capitale e dell’apparato tecnico che lo sostiene.

Perché in fondo il sistema che ci avvolge e
compenetra è moribondo e, alla lettera, “tenuto in vita dalle macchine”.
Facilitare il suo trapasso verso una società dignitosa e sostenibile richiede
un impegno superiore alle energie di singole personalità e forze politiche. Ci
illuderemmo se credessimo che la transizione in corso trovi risposte nei
palazzi del potere. Senza abbandonare del tutto la politica istituzionale
bisognerà tuttavia comprendere che l’intreccio
tra politica, cura dell’umano e ricerca dell’infinito
va tessuto
quotidianamente, dentro e fuori di noi, soprattutto là dove le persone possano
davvero “sentirsi” in continuità con gli altri, parte di una comune avventura
che annuncia l’esodo dalla società di mercato.

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