Governare la complessità/1: Ian Bremmer, Noi contro Loro. Il fallimento del globalismo

La diagnosi finale pare disperata: la situazione è solo all’inizio e può solo peggiorare e peggiorerà. [Pierluigi Fagan]

Pierluigi Fagan | Governare la complessità/1: Ian Bremmer, Noi contro Loro. Il fallimento del globalismo

Pierluigi Fagan | Governare la complessità/1: Ian Bremmer, Noi contro Loro. Il fallimento del globalismo

Redazione 28 luglio 2018megachip.info

di Pierluigi Fagan


 


Affrontiamo l’impegnativo tema con tre post in sequenza. Il primo, questo, parte dall’ultima fatica di Ian Bremmer, scienziato (?) politico, imprenditore, scrittore e giornalista, docente universitario, presidente di Eurasia Group, forse il maggior think tank globalista del mondo. Bremmer si distingue per capacità comunicativa inventando quelli che sembrano concetti, racchiusi in una definizione memorabile, incuriosente, sintetica.


Ad esempio la J Curve, una sorta di sbaffo alla Nike in cui nel lato minore ci sono società chiuse ma stabili, in basso società mezzo e mezzo massimamente instabili, sul braccio che si apre voluttuoso a salire e sale di più in stabilità rispetto alle società chiuse, le società aperte. Oppure il mondo G-zero ovvero il mondo in cui gli USA e l’Occidente non hanno più facoltà ordinative ma nessuno altro sembra in grado di sostituirle, da cui una certa confusione. A ciò consegue anche il concetto di Stato-Pivot, hub di relazioni di cui lo “stato x” è il centro così che tutti gli altri ne siano dipendenti. Ad un certo punto ha introdotto anche la “Weaponization of finance”, la grande finanza usata come arma nelle relazioni internazionali. Insomma se il mondo oggi è complesso, Bremmer ne è sicuramente uno dei più informati osservatori interessati, interessato anche perché vende i servizi di consulenza geopolitica e geoeconomico-finanziaria del suo Eurasia Group (New York, Londra, Tokyo, San Paolo, Singapore).


Bremmer ha rilasciato da poco l’edizione italiana per Egea (la versione editoriale della Bocconi) del suo “Noi contro Loro. Il fallimento del globalismo”. Siamo nel filone del ripensamento globalista dei globalisti, una forma auto-coscienziale dei più intelligenti, laddove i più stupidi che sono di gran lunga di più sono immersi nella fase negazionista (il futuro sarà meraviglioso, non c’è nessun problema) seguiti dagli inconsapevoli quelli che proprio non sanno di cosa stanno parlando, purtroppo la massa critica.


Bremmer va giù di catastrofismo pare, “pare” perché il libro non l’ho letto anche se penso che mi toccherà leggerlo e vi dirò meglio. In breve, il mondo è sempre più tendenzialmente unificato ma composto di differenze, queste differenze invece di diventare varietà creativa, stanno diventando divisioni. “Noi” e “Loro” sono le partizioni dialettiche di altrettante contrapposizioni (una volta si sarebbe detto “di classe”, etniche, religiose, integrati vs precari, paesi dominanti-emersi-emergenti etc.), muri, insulti, incomprensioni, odi, frizioni e potenziali conflitti. Il tutto, immerso in un bagno di ansia che prelude a vere e proprie forme di paura conclamata, paura del futuro, dell’instabilità, dell’occlusione delle possibilità, dell'esclusione, dell'eccessivo stress. Dall'ansia alla paura ed a seguire la rabbia, la grande esplosione di rabbia è quello che ci dobbiamo aspettare.


La diagnosi finale pare disperata: la situazione è solo all’inizio e può solo peggiorare e peggiorerà. Infatti, all’orizzonte, si staglia minacciosa l’ondata di sostituzione del lavoro umano da parte del digitale e dell’automazione, la rottura - l’ennesima - del contratto sociale moderno (vendo il mio tempo, ottengo denaro, compro cose). Nel menù già tremebondo, pare manchino le note tragiche ambientaliste ma geopolitica, econo-finanza, sociologia, demografia ci sono tutte e già bastano.


Sarei curioso di sbirciare le ultime tre paginette quelle che di solito questi format dedicano alla prognosi, i buoni consigli che tanto non servono a niente e rimangono inascoltati. Cercando nelle recensioni non ne ho trovati menzione il che sarebbe curioso se fosse confermato, vorrebbe quasi dire che il dottore è davvero allarmato, figuriamoci i pazienti!


[Anche il Wall Street Journal non la prende bene.]


(23 luglio 2018)