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#LaBuonaScuola o #DisastroAntropologico?

'Un’istituzione funziona se la sua organizzazione è congrua al fine che le è proprio, la ''scuola-azienda'' è come dire ''il ghiaccio bolle''. [Fabio Bentivoglio]'

#LaBuonaScuola o #DisastroAntropologico?

Redazione

9 Giugno 2015 - 20.21


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di
Fabio Bentivoglio
.

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Articolo tratto dalla rivista Indipendenza, giugno 2015.

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Prendiamo spunto da alcune “perle” relative
alla cosiddetta riforma “La buona scuola” illustrata da Renzi nel corso del
video con lavagna e gessetti.

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Il nostro, con lo sguardo rivolto alla
mitica crescita, esordisce indicando che la riforma in oggetto mira a fare
dell’Italia una “superpotenza culturale”; aggiunge poi che per contrastare il
dramma della disoccupazione giovanile sarà previsto in tutti gli ordini di
scuola un monte orario significativo di alternanza scuola-lavoro. Il giorno
seguente l’approvazione alla Camera dell’articolo 9 del relativo disegno di
legge  che attribuisce ai dirigenti
scolastici il potere di scegliere gli insegnanti più consoni alla realizzazione
degli obiettivi indicati nel Piano dell’Offerta Formativa dell’istituto, la Repubblica
(19.05.2015) riporta il commento entusiasta della ministra Giannini:

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“Sbagliato protestare, l’autonomia è di
sinistra; vogliamo una scuola autonoma, responsabile e valutabile. Sono i
principi della sinistra italiana progressista e illuminata che già aveva
indicato Luigi Berlinguer”.

Un merito va riconosciuto a Renzi e alla
Giannini: è difficile condensare in così poche parole quello che a tutti gli effetti
si configura come un disastro antropologico di cui forse manca ancora adeguata
consapevolezza.

Che la politica scolastica della sinistra
sia “illuminata” o che l’alternanza scuola-lavoro sia un antidoto alla
disoccupazione dilagante sono affermazioni talmente grottesche (quella relativa
al lavoro è oggettivamente insultante) da porre l’interrogativo di come sia
possibile che simili sciocchezze possano essere pronunciate da personaggi che
determinano la vita collettiva senza che ci siano reazioni adeguate, quantomeno
della gran parte del ceto intellettuale e accademico uso a declamare il “valore
della cultura” senza trarne mai vere conseguenze politiche.

Progresso “illuminato” e “minorità intellettuale”

Andiamo per ordine e riflettiamo sul
significato di questi principi di sinistra che secondo la Giannini e non solo
sarebbero “progressisti e illuminati”.

“Illuminati”
rimanda ai Lumi della ragione quindi a quella fase della storia in cui è in
corso la transizione da una società feudale ormai storicamente esaurita ad una
società borghese, quando modernizzazione e cambiamento significavano
emancipazione da vincoli e tradizioni oppressive, dal conservatorismo delle
aristocrazie e della Chiesa per affermare un’idea di uomo, società e progresso
davvero liberatoria. L’Illuminismo riflette sul piano culturale una fase di
vero progresso dell’uomo.

Ma che cos’è l’Illuminismo? Questa domanda
fu posta anche a Immanuel Kant il quale nel 1784 scrisse appunto l’articolo Risposta alla domanda: che cos’è
l’illuminismo?
di cui questo è il celebre inizio:

“L’illuminismo
è l’uscita dell’uomo dalla minorità della quale è egli stesso colpevole.
Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto se non
sottomettendolo a un potere esterno. […] Tra tutte le forme di minorità
intellettuale la più umiliante per l’uomo e dannosa per il progresso è la
minorità in materia religiosa.
”

Siamo alla vigilia della Rivoluzione
francese, in un’epoca in cui la religione e la Chiesa sono ancora poteri
direttivi cui render conto, perché oltre a dar fondamento ideologico ai
rapporti di produzione feudale, la religione improntava di sé l’intera società,
i costumi, la morale, la tradizione ecc…

Ecco che allora Kant rivendica il diritto
della ragione all’autonomia, cioè a non essere subordinata a poteri esterni che
la condizionino: “avvalersi dell’intelletto” significava e significa una
ragione non asservita a interessi e comandi di un “potere esterno” di qualunque
natura esso sia.

Da ciò si evince che Kant avrebbe portato
ad esempio di “minorità intellettuale” i cosiddetti principi progressisti e
illuminati della sinistra italiana.

Com’è possibile, si potrebbe obiettare, che
l’autonomia della scuola, bandiera della sinistra, sia espressione di minorità
intellettuale? L’autonomia della scuola sarebbe vero progresso se intesa nel
senso di rendere la scuola autonoma nella sua opera di promozione culturale,
quindi se la scuola non fosse subordinata a logiche politiche o economiche per
loro natura estranee alla dimensione culturale nel senso proprio del termine.

Diversamente l’autonomia scolastica
inaugurata dalla sinistra con la legge Bassanini del 15 marzo 1997 e poi con la
riforma di Luigi Berlinguer (in merito si veda l’articolo Sulla scuola: parliamoci chiaro)
è la negazione dell’autonomia culturale delle scuole, perché si sostanzia nel
loro asservimento alle esigenze della sfera produttiva e della logica di
mercato.

L’intelletto (o quel che rimane di esso) è
utilizzato dai riformatori di sinistra e di destra allo scopo di subordinare
l’istituzione scuola e quindi la formazione dei giovani alle istanze di un
potere esterno che non ha neanche più l’autorità e il volto di Dio come al tempo
di Kant, ma il volto anonimo di un Mercato che di tutte le attività umane
riconosce solo quelle riconducibili al vendere e consumare.

I postulati del neoliberismo

Questo modo di intendere l’autonomia
scolastica nella forma caricaturale dell’azienda, è logica conseguenza nello
specifico settore dell’istruzione delle due fondamentali premesse-postulato
della cosiddetta globalizzazione, o, se si preferisce, dell’attuale fase
storica che stiamo vivendo. Postulati talmente condivisi nella sfera politica (non
solo italiana) da rendere ormai ininfluente la distinzione tra governi di
destra o di sinistra.

Primo
postulato:
riduzione di
ogni attività umana ad attività economica, intendendo l’attività economica come
sinonimo di attività aziendale operante in un quadro di competitività globale
. 

Secondo
postulato:
assunta come dato di natura la competitività globale,
ne segue che le risorse disponibili
devono essere impiegate allo scopo di creare le condizioni per realizzare
profitti aziendali o di altra natura
. È dunque legittimo parlare di
innovazione e modernizzazione solo per “riforme” che si presume possano
promuovere tali convenienze. Il sottinteso (falso) è che promuovendo tali
convenienze si creino anche opportunità di lavoro per i sudditi. E poiché il
mercato e le aziende hanno bisogno di lavoratori adattabili, convinti che il
loro destino dipenderà dalle individuali capacità di intraprendere, ecco che la
scuola è chiamata a forgiare l’individuo competitivo e adattabile.

In quest’ottica è del tutto ovvio che “Tanto tempo a scuola non serve: la crisi di
competitività dei nostri giovani risiede in fattori molteplici che rendono la
formazione del capitale umano italiano più debole di quella di altri Paesi
”
(Italia oggi 29.10.2013).

Meno anni e meno tempo seduti sui banchi a
studiare Dante e Petrarca e immersione nella concretezza del mercato e
dell’impresa per forgiare il giovane “imprenditore di se stesso” di
berlingueriana memoria: questo è l’approdo dell’Italia “superpotenza culturale”
evocata da Renzi, in piena e rivendicata coerenza con l’autonomia scolastica
così com’è stata concepita dalla sinistra italiana e dalle forze sindacali a
essa legate. Quello che Kant avrebbe portato ad esempio di “minorità
intellettuale”, oggi, diversamente, è possibile sbandierarlo come conquista
progressiva.

C’è una spiegazione storica: in questi
ultimi trent’anni il potere economico-finanziario, asservita la politica, ha
ridisegnato il mondo e il modo di vivere e di pensare a propria immagine e
somiglianza, inaugurando una fase storica che non ha precedenti, quella del totalitarismo aziendalistico-finanziario.

Detto in altri termini, come scrive Stefano
Azzarà nel suo libro Democrazia cercasi
(Imprimatur Editore, 2014), «la parte più forte della società capitalistica si
è ripresa con gli interessi tutto ciò che le era stato strappato in
centocinquant’anni di storia del movimento dei lavoratori».

La trasformazione della cultura e della
mentalità dominante in chiave di un individualismo aggressivo e competitivo è
stata ormai interiorizzata anche da chi sta in basso, al punto da creare una
sorta di complicità tra chi è oppresso e chi opprime: assistiamo così all’inedito
fenomeno dei topi che votano per i gatti.

Chi
sta in alto si è dunque ripreso tutto, anche la scuola
.
Non è stato compito agevole traghettare l’istituzione scuola nella forma
azienda: l’azienda è una cellula della produzione che nasce e cresce in
funzione della realizzazione di fini economici, essenzialmente privati, mentre
la scuola è tale se opera nel quadro della formazione culturale critica,
spirituale e civica.

Poiché un’istituzione funziona
adeguatamente se la sua organizzazione è congrua al fine che le è proprio, la “scuola-azienda” è un ossimoro così come
il “ghiaccio bollente”
.

Questo esito culturalmente catastrofico,
però, è logica conseguenza dell’assunzione dogmatica delle premesse-postulato
di cui si è detto sopra: se assumo i postulati e gli assiomi della geometria
euclidea, non posso poi protestare per i teoremi che ne conseguono.

Totalitarismo politico e totalitarismo liberista

Negli anni Trenta del secolo scorso,
durante il Ventennio fascista, intento del regime era di “forgiare il giovane
italiano” e a tale scopo sulla scuola piovevano prescrizioni asfissianti anche
su come illustrare le pagelle scolastiche, i registri di classe ecc. … con
immagini che celebrassero il regime. Nell’edizione del 1936 del Libro di Stato,
costellato di camice nere, balilla e piccole italiane protagoniste delle
imprese del fascismo, si domanda “Romolo
fondò Roma 753 anni avanti Cristo; la Marcia su Roma è avvenuta nel 1922 dopo
Cristo. A quanti anni di distanza si sono verificati i due fatti?
”.

L’elenco delle amenità potrebbe essere
lungo ed esilarante. Si badi bene però: questo intento di forgiare il giovane
italiano attraverso prescrizioni di tal fatta, ai nostri occhi pare demenziale
perché siamo fuori da quella corrente storica, mentre nel contesto dei fascismi
dell’epoca ai più appariva naturale e scontato. A ciò si aggiunga che in
quell’epoca il totalitarismo aveva veste politica nel senso che la genesi
politica di quelle “leggi” era palese, quindi ben riconoscibile.

Oggi,
diversamente, il totalitarismo ha la sua genesi nelle apparenti “leggi” anonime
del mercato e del profitto
per cui si richiedono più mediazioni
culturali per vederne le ricadute sulla vita sociale, sulle istituzioni, sulla
scuola, sanità, sport, informazione, ricerca scientifica ecc… .

Con occhio storico decentrato, comunque, le
prescrizioni che impongono agli istituti scolastici di progettare se stessi in
funzione delle esigenze del tessuto produttivo del territorio sono grottesche e
nella loro essenza analoghe a quelle del fascismo.

Da Figli della Lupa a Figli del Mercato

Emblematico e più incisivo di qualsiasi
argomentazione è l’episodio cui ho assistito recentemente nella città dove
risiedo. In una grande piazza cittadina, nel pomeriggio, si è svolta una
manifestazione di protesta contro la “Buona scuola” organizzata da tutte le
sigle sindacali, famiglie, studenti, professori… in difesa della scuola pubblica
e del sapere critico; la mattina seguente, in quella stessa piazza, si tiene
una sorta di fiera espositiva i cui protagonisti sono studenti di Licei e altri
istituti della provincia i quali, accompagnati dai professori, espongono al
pubblico in appositi stand “eco-prodotti” frutto di un comune lavoro di
progettazione nel corso dell’anno. Trattasi di manifestazione che si inquadra
nel progetto nazionale Impresa in azione,
finanziato da imprese, banche di affari internazionali oltre che
dall’Ambasciata americana (!?).

Non potendo in questa sede illustrare per
esteso il contenuto e le finalità del “progetto” – anche se facilmente
intuibili – il lettore abbia pazienza e si documenti reperendo in rete le
informazioni necessarie: www.impresainazione.it/partners/.
Al riparo dell’insopportabile retorica dello “sviluppo sostenibile” questi
giovani sono stati addestrati a “fare impresa” sostenuti da una potente rete di
sponsor con selezioni, esposizioni in fiere varie, servizi e spazi
giornalistici garantiti. Il tutto con l’evidente approvazione dei Collegi
docenti delle rispettive scuole che, pare, siano più di quattrocento.

La
sera si rivendica la scuola pubblica, disinteressata e critica, la mattina si
celebra il mercato, per sua natura privato, interessato e acritico
. Certo
è che lo spettacolo era degno del ventennio fascista con studenti rigorosamente
in divisa con camicia bianca (anziché nera perché i tempi cambiano) e targhetta
di riconoscimento al petto. Quei giovani in divisa da manager rampanti sono la
replica moderna dei balilla e degli avanguardisti: non più figli della Lupa
ma figli del Mercato. A quegli studenti è stato sottratto tempo di
studio, allo scopo di canalizzare la creatività giovanile non verso la
formazione di cittadini consapevoli del mondo in cui vivono, ma verso l’inganno
crudele dell’autoimprenditorialità, facendo credere che un addestramento
mentale precoce agevolerà il loro inserimento nel mercato del lavoro.

Scuola e disoccupazione

Ripetiamolo ancora una volta. La
disoccupazione giovanile è un problema drammatico e la prima cosa da fare è
aver chiaro chi sia il responsabile di questa infamia. È la scuola o, più
credibilmente, la politica che per definizione ha gli strumenti per intervenire
sull’organizzazione sociale ed economica?

La truffa è colossale: viviamo in un
mercato globale che per ridurre i costi di produzione e il ricorso al lavoro
dell’uomo promuove senza tregua innovazione tecnologica e robotica, promuove
gigantesche fusioni, spazza via diritti e tutele, ricorre alla delocalizzazione
per imporre condizioni di lavoro e di salario indecenti. È una corsa al ribasso
definita a ragione “guerra contro il
lavoro”
che ha determinato a livello globale un gigantesco trasferimento di
ricchezza dal basso verso l’alto.

In un contesto siffatto se sono cento le
persone che cercano lavoro, il mercato offre trenta posti e nel frattempo si
prodiga per ridurli a venti, per cui settanta o ottanta persone non trovano
lavoro a causa di un mercato che ne assorbe sempre meno. Quale sarebbe la responsabilità della scuola? Dovrebbe rendere tutti i
giovani super competitivi? Non cambierebbe nulla:
trenta lavorerebbero (da
precari e ricattabili) e settanta no.

Tra l’altro, in un’epoca in cui i
“mestieri” sono stati spazzati via non si capisce a quale tipo di lavoro la
scuola dovrebbe preparare, quando quello che si impara la mattina la sera è già
“obsoleto”! Una scuola che educa al lavoro (quale??) è una scuola che non educa
alla cittadinanza, alla consapevolezza dei propri diritti e che esclude dalla
partecipazione alla vita politica. Quindi non è scuola. Proporre l’alternanza
scuola-lavoro come antidoto alla disoccupazione è un insulto alla ragione,
altro che “illuminismo”!

La stazione di arrivo dell’autonomia: la scuola come Fondazione

La norma che
attribuisce al dirigente il potere di scegliere gli insegnanti ha suscitato una
legittima reazione collettiva di protesta e indignazione generale. Si rifletta
però sulla questione ampliando lo spettro dell’analisi.

Allo stato
attuale delle cose, le scuole italiane funzionano ancora grazie soprattutto ai
cosiddetti contributi “volontari”, cioè, in pratica, una tassa imposta alle
famiglie con il solito inganno linguistico (“volontari”?), tale da consentire
allo Stato di scaricare una parte consistente dei costi dell’istruzione
direttamente sulle famiglie.

Per questa via
si aggira il dettato costituzionale  (art. 33) secondo il quale

“La Repubblica detta le norme generali
sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
”

Non è necessario essere costituzionalisti per
intendere che è compito dello Stato provvedere al sistema scolastico nazionale
e reperire
le risorse per garantirne il funzionamento
.

Nel documento
governativo “La buona scuola” a suo tempo redatto si mettono nero su
bianco principi generali incompatibili
con l’Art. 33
. Si afferma testualmente al punto 6.2 titolato “Le risorse
private”: “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le
esigenze di investimenti nella nostra scuola”
e si auspicano interventi
legislativi per trasformare le scuole in Fondazioni o in enti con autonomie
patrimoniali in modo che “per le scuole deve essere facile, facilissimo
ricevere risorse. La costituzione in una Fondazione, o in un ente con autonomia
patrimoniale, per la gestione di risorse provenienti dall’esterno, deve essere
priva di appesantimenti burocratici”
. Ricordiamo che le Fondazioni sono
istituzioni mediante le quali i privati perseguono scopi collettivi: i privati,
dunque, non lo Stato.

Se un istituto
scolastico assume lo stato giuridico della Fondazione, rendendo compiuta
l’autonomia scolastica (come giustamente rivendica Renzi), è del tutto ovvio e
conseguente che a chi dirige la Fondazione siano attribuiti poteri congrui alla
gestione di un istituto il cui progetto formativo è strettamente intrecciato e
dipendente, anche per le risorse economiche,  dai poteri territoriali locali.

Se è così – ed
è così – è coerente che il dirigente si scelga la “squadra” di insegnanti più
consona alla realizzazione di tale progetto.

Ancora una
volta la protesta si indirizza non sulla premessa-postulato, ma sulle
conseguenze ovvie di quella premessa. Non mi risulta che la questione della
trasformazione delle scuole in Fondazioni, o in analogo statuto, sia stata
sollevata in termini dirimenti, eppure è la madre di tutte le altre questioni.


Una proposta: sciopero nazionale
dei contributi volontari

Da quando è
stata inaugurata la scuola dell’autonomia sono state prodotte tante analisi accurate
sulla trasformazione genetica della scuola, così come tante sono state le
proteste e le manifestazioni che hanno visto protagonisti i docenti, gli
studenti e anche le famiglie.

Questa
mobilitazione intellettuale e sociale, però, non ha mai condizionato nella
sostanza il progetto di cui si è detto; nelle scuole non sono mai stati messi
in discussione, con pratiche incisive, i meccanismi attraverso cui questo
gigantesco progetto di disarticolazione del sistema statale dell’istruzione
prendeva corpo. Anzi, diciamoci la verità: c’è stata, complessivamente,
collaborazione da parte di tutte le componenti del mondo scolastico. Che sia
stata collaborazione attiva o passiva, consapevole o inconsapevole non modifica
lo stato delle cose. Ora arriva il conto e come si può intuire il tempo delle analisi è scaduto.

Che fare,
allora, oltre a manifestare il dissenso con sacrosante proteste e scioperi?

Ad esempio è
ormai costume che le famiglie, per sostenere le spese della scuola frequentata
dai propri figli, prendano iniziative per l’acquisto di materiali vari o
concordino di fare la spesa in quei supermercati che in cambio si impegnano a
“regalare” carta o qualche PC alla scuola. Quest’apparente buonismo – che sotto
altre forme anima purtroppo anche parte del corpo docente Р̬ il segnale che
chi sta in alto ha stravinto, perché ha fatto interiorizzare a chi sta in basso
un’idea di scuola analoga a quella della Caritas. Come ultimo atto di
resistenza culturale, civile e democratica che possa davvero incidere, famiglie,
docenti e studenti potrebbero ad esempio promuovere uno sciopero nazionale dei contributi volontari, rifiutandosi di
pagare, in nome della Costituzione, un prelievo coatto sui redditi delle
famiglie. Si obietterà: così le scuole in pratica chiudono! Appunto: è la
verifica sperimentale di quanto detto sopra. Si proceda allora alla modifica
della Costituzione così, almeno, il dibattito ne guadagnerà in chiarezza.

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