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Di cosa si occupano gli economisti?

Un numero crescente di economisti si occupa di temi che non attengono propriamente a ciò che si sarebbe indotti a considerare temi economici. [Guglielmo Forges Davanzati]

Di cosa si occupano gli economisti?
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15 Dicembre 2015 - 22.23


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di Guglielmo Forges Davanzati

Questo testo è una stesura ridotta e rielaborata, apparsa su [url”MicroMega online”]http://temi.repubblica.it/micromega-online[/url], di un’intervista rilasciata a [url”Siderlandia”]www.siderlandia.it[/url]. Ringraziamo il Prof. Guglielmo Forges Davanzati per averci gentilmente concesso di riprenderla qui. Buona lettura. (pfdi)

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L’Economia è una disciplina che orienta le decisioni politiche e che, per questo tramite, influisce in modo significativo sulle nostre condizioni di vita e di lavoro. Chiedersi di cosa si occupano gli economisti, in Italia e non solo, non è dunque una domanda oziosa.

Il punto di partenza è dato dalla constatazione che questo non è un periodo particolarmente fecondo di nuove idee. È quello che Alessandro Roncaglia, nel suo testo La ricchezza delle idee, ha definito l’età della disgregazione. La ricerca in Economia, non solo in Italia, è sempre più frammentata e specialistica, e soprattutto sempre più ‘autistica’: gli economisti tendono a dialogare esclusivamente fra loro, spesso coprendo di sofisticati tecnicismi o montagne di matematica pure banalità, tautologie o, nella migliore delle ipotesi, teorie che non “spiegano” nulla, né hanno l’ambizione di farlo[1].

Continua, e si accentua, l’egemonia del mainstream neoclassico-liberista – termine diffusamente usato, sebbene ambiguo – che tende sempre più a marginalizzare la tradizione di studi marxisti, neo-ricardiani e keynesiani che sono stati prodotti dai maggiori economisti italiani nella seconda metà del Novecento: una tradizione di ricerca che ha portato all’affermazione di teorie elaborate in Università italiane nel resto del mondo (da un po’ di anni l’Italia è importatore netto di teorie economiche).

Questa tendenza è favorita dalle nuove modalità di reclutamento e di avanzamento di carriera nelle Università derivante dalla c.d. Legge Gelmini. L’accesso alla carriera universitaria è, oggi, in Italia, non solo estremamente difficile (per non dire quasi impossibile) ma anche sempre più legata a lunghi periodi di precariato. Ciò per questa ragione. La riforma Gelmini ha sostituito al ruolo del ricercatore a tempo indeterminato (ruolo che va ad esaurimento) quello del ricercatore a tempo determinato. Al tempo stesso, si sono ridotti in modo massiccio i finanziamenti alle Università e si è legata la possibilità di reclutamento alla disponibilità di “punti organico” (facoltà assunzionali). In queste circostanze, si disincentiva l’assunzione di giovani ricercatori dal momento che questa costerebbe più dell’avanzamento di carriera dei ricercatori a tempo indeterminato[2]. In un contesto di continua riduzione di fondi, si può comprendere che, anche in presenza di giovani molto preparati, si tenda a preferire, risparmiando, l’uso di risorse umane già disponibili.

Chi viene reclutato e come avvengono gli avanzamenti di carriera (da ricercatore a professore)? Qui entrano prepotentemente in gioco i criteri di valutazione prodotti dall’Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca (ANVUR). L’ANVUR – il cui costo di funzionamento è stimato a circa 10milioni l’anno – stabilisce un elenco di riviste sulle quali i ricercatori sono chiamati a pubblicare, definendole di [url”classe A”]http://www.anvur.org/attachments/article/254/RIVISTE_CLASSE_A_AREA13_R.pdf[/url] sulla base di tecniche e metodologie alquanto discutibili. Fra queste, si può considerare il fatto che ANVUR considera “eccellente” un ricercatore che pubblichi su riviste con elevata “reputazione”, del tutto indipendentemente dalla rilevanza dei contenuti della ricerca. La “reputazione” di una rivista è certificata dal suo “fattore di impatto” (impact factor), e la sua certificazione è effettuata sulla base di criteri individuati dall’istituto Thomas Reuters, azienda privata anglo-canadese.

In altri termini, in Italia si valuta il contenitore (la rivista), non il contenuto, e il contenitore è buono se lo considera tale una delle più grandi imprese private su scala mondiale che opera nel settore dell’editoria. Va peraltro ricordato che l’impact factor è stato pensato come strumento per selezionare l’acquisto di riviste da parte delle biblioteche universitarie, e, anche sul piano strettamente tecnico, da più parti se ne sconsiglia l’uso ai fini della valutazione della ricerca scientifica: è recente la denuncia dell’Accademia dei Lincei contro l’uso di indicatori bibliometrici per la valutazione della ricerca, soprattutto nelle scienze umane e sociali (per approfondimenti rinvio a [url”www.roars.it”]www.roars.it[/url]). E va anche ricordato che negli Stati Uniti – le cui Università sono comunemente ritenute estremamente sensibili alla “cultura della valutazione” – l’impact factor non è quasi mai considerato un indicatore attendibile per valutare la qualità della produzione scientifica.

In Italia, i (pochi) reclutamenti nelle Università italiane e i (pochi) avanzamenti di carriera dei docenti universitari avvengono prevalentemente sulla base della qualità della ricerca scientifica dei candidati, come certificata dalla lista delle riviste elaborata da ANVUR sulla base del loro impact factor. Il che genera un meccanismo potenzialmente vizioso. La gran parte delle riviste considerate eccellenti tende a pubblicare articoli il cui contenuto è in linea con la visione dominante. Ciò induce attitudini conformiste, soprattutto da parte delle giovani generazioni, impedendo di fatto la produzione di ricerche realmente innovative. E poiché l’attività didattica non è mai disgiunta dall’attività di ricerca, i contenuti dell’insegnamento tendono a diventare sempre più conformi alla visione dominante, rendendo gli studenti sempre meno informati su teorie alternative a quelle dominanti[3].

Qui è rilevante chiedersi cosa e come gli economisti comunicano, ovvero quali teorie espongono e quali tecniche argomentative utilizzano per persuadere i loro interlocutori. Un utile punto di partenza è dato dalla considerazione di McCloskey secondo la quale “la ricerca della Verità è una cattiva teoria delle motivazioni umane” e gli scienziati “come esseri umani, cercano la forza di persuasione, l’eleganza, la soluzione di rompicapi, la conquista di dettagli sfuggenti, la sensazione di un lavoro ben fatto, l’onore e il reddito che derivano da un incarico”. Se si assume questo punto di vista, occorre chiedersi come gli scienziati (nel nostro caso, gli economisti) riescano a ottenere reputazione.

In linea di massima, possono ottenerla per due canali non necessariamente alternativi: diventando “consiglieri del Principe” e/o cercando di ottenere il massimo numero di citazioni dei propri articoli. Con ogni evidenza, ciò avviene all’interno di specifici dispositivi di finanziamento e valutazione della ricerca scientifica, giacché, da un lato, il “Principe” ha sue idee politiche che necessitano di essere legittimate dalla ricerca stessa e, dall’altro, i dispositivi di finanziamento e valutazione non sono affatto neutrali rispetto ai contenuti delle pubblicazioni scientifiche. Anzi, i meccanismi che presiedono al finanziamento e alla valutazione, almeno nel campo delle scienze sociali (e, ancor più, in Economia) sono intrinsecamente normativi e sono normativi nel senso che non possono che assecondare gli interessi economici dominanti – o quantomeno non possono contrastarli. È ciò che si può definire un effetto di cattura degli economisti da parte di gruppi di interesse che esprimono una domanda politica di idee economiche. Occorre rilevare che tale domanda non necessariamente implica che l’economista debba legittimare politiche economiche che avvantaggiano alcuni gruppi a danno di altri, potendo, per contro, incentivare – tramite la distribuzione di finanziamenti e la valutazione della ricerca – il proliferare di studi che eliminano qualunque connotazione politica dal discorso economico. È ciò che viene definito l’imperialismo dell’economia.

È un dato di fatto che un numero consistente e crescente di economisti si occupa di temi che non attengono propriamente a ciò che si sarebbe indotti a considerare temi economici. Ne costituiscono esempi l’economia della famiglia, l’economia della religione, l’economia della bellezza, l’economia dello sport, la teoria economica del tempo libero. Si tratta di studi che applicano il criterio della razionalità strumentale a qualunque scelta possibile, a volte giungendo a risultati talmente improbabili da meritare il c.d. IGnobel in Economia o da essere destinati alle “Humor Sessions” dell’American Economic Association. E già il fatto che esistano Humor Sessions nell’ambito dei convegni della più grande associazione scientifica di settore la dice lunga sullo stato della disciplina.

A questi studi si affiancano ricerche puramente empiriche che certificano correlazioni senza causazioni, o correlazioni spurie: si verifica, cioè, che il fenomeno X è statisticamente correlato al fenomeno Y, ma che X non “causa” Y, dal momento che il fenomeno che si intende spiegare dipende da altre variabili e, dunque, la correlazione fra X e Y è del tutto casuale. È come rilevare che al crescere del numero di cicogne cresce il numero di neonati. In più, in questi esercizi spesso le variabili considerate non attengono alla sfera tradizionale dell’indagine economica.

Un esempio estremo, che ha fatto molto discutere nella comunità scientifica internazionale, riguarda un articolo che affronta il fondamentale problema [url”se la lunghezza del pene influenzi la crescita economica”]http://mpra.ub.uni-muenchen.de/32706/1/MPRA_paper_32706.pdf[/url]. L’autore rileva che la correlazione esiste: Paesi nei quali la lunghezza del pene è maggiore tendono ad avere più alti tassi di crescita, e prova a motivarla con l’effetto che il testosterone avrebbe sulla propensione al rischio e, quindi, sulla dinamica degli investimenti. L’autore chiarisce che questo effetto potrebbe anche verificarsi per l’elevata autostima che deriva dall’avere un pene lungo e che un “eccesso” di lunghezza del pene potrebbe generare eccessiva assunzione di rischio. Si tratta di una variante di un certo interesse dell’Economica e del suo imperialismo, dal momento che riflette un’ulteriore tendenza tipica di questo approccio e che si potrebbe definire di misurazione senza teoria. Due caratteristiche accomunano i due approcci: i) l’espulsione di qualunque elemento politico dal discorso economico; ii) la sostanziale irrilevanza dell’oggetto di studio, se si considera rilevante un’analisi che prenda ad esame variabili propriamente economiche.

Il mainstream, la visione egemone, è oggi questo: una galassia di teorie che non sempre e non necessariamente portano a prescrizioni di politica economica di segno liberista, e che spesso si traducono in esercizi autoreferenziali o bizzarri o concepiti nel quadro di una visione cumulativa della conoscenza, associata alla convinzione che l’Economia sia una scienza, nell’accezione della Fisica Teorica.

(11 dicembre 2015)

NOTE

[1] Si veda la [url”denuncia”]http://www.hbritalia.it/blog/item/913-salvare-l%E2%80%99economia-dagli-economisti.html#.VmWO89LhDGg[/url] dello scarso collegamento fra elaborazione teorica e fatti economici di Ronald Coase.

[2] Sulla questione del sottofinanziamento delle Università italiane, si rinvia in particolare all”[url”articolo”]http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/La-crisi-dell-universita-italiana-31995[/url] uscito su Sbilanciamoci.

[3] Come hanno osservato, in particolare, Bellofiore e Vertova, in un articolo pubblicato sul “Manifesto” del 22 marzo 2012, dal titolo “Per una critica della valutazione”, la valutazione della ricerca, basata sulla “cultura della valutazione” (ovvero quella fatta propria dall’ANVUR), inevitabilmente genera omologazione, dal momento che non riconosce l’esistenza di una pluralità di “paradigmi” teorici in conflitto fra loro.

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