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Trump: il chiarimento

Il 22 marzo Trump dovrebbe chiarire la sua posizione rispetto al piano dei suoi predecessori di rimodellamento del Medio Oriente allargato [Thierry Meyssan]

Trump: il chiarimento

Redazione

16 Marzo 2017 - 18.57


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«Sotto i nostri occhi» – Cronaca di politica
internazionale n°227

di Thierry Meyssan.

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Due
mesi dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti,
Donald Trump, dovrebbe chiarire la sua posizione rispetto al piano dei suoi
predecessori di rimodellamento del Medio Oriente allargato. Se auspica davvero di
mettere fine al jihadismo, dovrà riconoscere la resilienza della Siria e
riposizionare sia il Regno Unito, sia l’Arabia Saudita e la Turchia.

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Nell’immagine in apertura: Dopo aver detto delle cose trancianti su
diverse questioni militari, il presidente Trump si è rimesso al suo segretario
alla Difesa, il generale James Mattis, per tutti gli aspetti strategici e
tattici. La Casa Bianca fisserà gli obiettivi e i mezzi politici, mentre il
Pentagono avrà carta bianca per la messa in opera. Questa distinzione tra
politico e militare non aveva posto nell”amministrazione Obama: il Pentagono doveva
sottoporre ogni azione letale alla Casa Bianca.

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DAMASCO (Siria) – Al momento della
nomina del nuovo Segretario della Difesa, il generale James Mattis, il
presidente Donald Trump gli aveva chiesto di preparare dei piani che
consentissero non tanto di spostare dei jihadisti di qua o di là, né di fare
affidamento su alcuni e non su altri ma di eliminarli tutti.

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Durante il suo discorso davanti al
Congresso, il 28 febbraio, ha confermato che il suo obiettivo era quello di
porre fine al “terrorismo islamico radicale”. Per evitare errori di
interpretazione, ha precisato che i musulmani e i cristiani erano le vittime di
questo terrorismo. La sua posizione non è dunque contro l”Islam, ma contro
questa ideologia politica che utilizza riferimenti musulmani.

Sembra che la catena di comando
statunitense verrà presto aggiustata. Una volta che l”obiettivo e i mezzi sono
stati fissati dal presidente Trump, i militari avrebbero carta bianca per
condurre l”operazione come meglio credono. Le responsabilità sarebbero quindi
condivise in anticipo: al Pentagono farsi carico delle sbavature e alla Casa
Bianca delle sconfitte.

Ecco perché conviene precisare al più
presto la posizione degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica araba
siriana. Dovrebbe essere annunciata il 22 marzo a Washington, nel corso di una
riunione della Coalizione anti-Daesh alla quale parteciperà il Segretario di
Stato, Rex Tillerson. Il minimo che possiamo dire è che per il momento nulla è
cambiato su questo punto: L’ambasciatrice Nikki Haley ha sostenuto al Consiglio
di sicurezza un’ennesima proposta di risoluzione franco-britannica contro la
Siria e si è sorbita il sesto veto cinese e il settimo russo.

Dietro la manovra franco-britannica volta
a formulare accuse senza prove, soltanto sulla base delle presunte testimonianze
che sono emanazione dei gruppi aggressori, l”ambasciatore siriano Bashar
Jaafari ha denunciato un tentativo inteso a giustificare un cambiamento di
regime e ad assolvere Israele, colpevole di detenere la bomba atomica,
nonostante il Trattato di non proliferazione nucleare.

Farla finita con il jihadismo
significherebbe abbandonare il piano congiunto di Londra e Washington per
rimodellare il Medio Oriente allargato e di piazzarvi ovunque al potere i Fratelli Musulmani. Ciò implicherebbe riconoscere che la “Primavera
araba” fosse solo la riedizione da parte della CIA e dell’MI6 della “Rivolta
araba” del 1916. Questo costringerebbe il Regno Unito ad abbandonare una carta
che ha pazientemente costruito da più di un secolo; l’Arabia Saudita a smontare
la Lega islamica mondiale, che coordina i jihadisti dal 1962; la Francia ad
abbandonare il suo miraggio di un nuovo mandato sulla Siria; e la Turchia a
smettere di sponsorizzare le loro organizzazioni politiche. Non si tratta
dunque probabilmente di una decisione solo statunitense, ma va a coinvolgere
almeno altri quattro Stati.

Nonostante le apparenze, questa
decisione va ben oltre la Siria. Fa riferimento alla possibile fine della politica
imperiale anglosassone e alle sue innumerevoli conseguenze nelle relazioni
internazionali. Si tratta sì del programma elettorale di Donald Trump, ma nessuno
sa se sar
à effettivamente messo
in opera di fronte alla straordinaria opposizione da parte delle élites USA.

Il capo dello stato maggiore congiunto,
il generale Joseph Dunford, nel frattempo ha tenuto un incontro ad Ankara con i
suoi omologhi russo e turco. Questo per prevenire le interferenze reciproche degli
eserciti in un conflitto con molteplici attori. L”Iran non è stato invitato, considerando
che sul terreno le sue forze armate – a differenza di Hezbollah – si accontentano
già da molto tempo di difendere soltanto le popolazioni sciite.

Mentre l”esercito arabo siriano ha di
nuovo liberato Palmira, il contingente dei militari USA presenti illegalmente
sul suolo siriano è stato aumentato fino a 900 elementi. Ha attraversato il
nord della Siria facendosi notare a più non posso.

La più importante questione pratica consiste
nel sapere su quali truppe gli Stati Uniti intendano affidarsi per attaccare
Rakka. La stampa continua a dire che il Pentagono fa conto sui curdi dell’YPG,
ma altre fonti suggeriscono una possibile riproduzione dello schema di Mosul:
consulenti USA che inquadrano l”esercito nazionale.

Durante l”incontro ad Ankara, il
generale Dunford sembrava preoccupato da prevedibili scontri turco-curdi, dal
momento che una parte dell’YPG ha scelto di porsi sotto la protezione di
Damasco di fronte all’annuncio di un possibile attacco turco-mongolo.

È tutt’al più il 22 marzo che si saprà
se il presidente Trump ammette che l”amministrazione Obama ha perso la sua
guerra contro la Siria e se lui è davvero serio nel pretendere di voler
sradicare il jihadismo. Che ne sarà poi di coloro che furono, per un secolo, i
fedeli esecutori della politica britannica?

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

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