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La destabilizzazione orchestrata da Stati Uniti e Israele e l’ipocrisia sistemica dell’Occidente

Analisi della strategia di destabilizzazione contro l’Iran orchestrata da Stati Uniti e Israele, tra guerra ibrida, sanzioni, pressione politica e doppia morale occidentale. [di Mostafa Milani Amin]

La destabilizzazione orchestrata da Stati Uniti e Israele e l’ipocrisia sistemica dell’Occidente
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27 Gennaio 2026 - 07.09


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di Mostafa Milani Amin.

Nelle ultime settimane l’Iran è stato colpito da disordini e violenze orchestrati dall’esterno. Stati Uniti e Israele, con dichiarazioni e minacce esplicite, hanno intensificato una guerra ibrida basata su sanzioni, pressioni politiche, operazioni psicologiche e sostegno a cellule terroristiche interne, sostenuta da un vasto apparato mediatico e propagandistico.

L’offensiva contro la Repubblica Islamica dell’Iran non è né contingente né reattiva, ma rappresenta l’ennesima fase di una strategia di lungo periodo volta a ridimensionare il ruolo dell’Iran come attore sovrano e autonomo nello spazio regionale e globale. Le tensioni interne registrate nelle ultime settimane si collocano all’interno di questo quadro strutturale, nel quale Washington e Tel Aviv operano come vettori principali di pressione sistemica.

In tale contesto riemerge ciclicamente la figura dei Pahlavi. Reza Pahlavi, figlio dello scià rovesciato dalla Rivoluzione del 1979, viene riproposto come opzione politica nonostante l’assenza di qualsiasi legittimazione popolare e radicamento sociale. Il suo ruolo si configura, nei fatti, come quello di un attore funzionale a interessi esterni, in particolare statunitensi e israeliani, più che come espressione di un progetto autonomo per l’Iran.

La recente evoluzione della sua postura politica è indicativa. Per anni Pahlavi aveva preso le distanze dalla violenza, promuovendo la disobbedienza civile e criticando apertamente derive settarie e antisciite, fino ad affermare che avrebbe preferito la Repubblica Islamica a movimenti fondati sull’odio religioso e razziale. Proprio queste posizioni gli erano valse critiche negli ambienti più radicali dell’opposizione. Oggi, tuttavia, nel contesto segnato dall’ascesa di leadership apertamente estremiste come quelle di Trump e Netanyahu, tale impostazione è stata abbandonata, fino a giungere alla legittimazione di atti sacrileghi e provocatori contro santuari, Corano e moschee. Un cambio di linea che segnala una crescente subalternità politica e strategica.

I disordini in atto non possono dunque essere interpretati come manifestazioni spontanee di protesta sociale, ma come il risultato di operazioni mirate, coordinate e sostenute dall’esterno, finalizzate alla destabilizzazione dello Stato. Queste operazioni hanno assunto la forma di violenza organizzata e terrorismo urbano, colpendo infrastrutture, spazi pubblici e presìdi istituzionali, con un bilancio di vittime tra civili e forze di sicurezza impegnate nella tutela dell’ordine pubblico.

Sul piano strategico, il nodo non è se gli Stati Uniti intendano applicare all’Iran un modello preesistente — sovietico, iracheno o libico — ma quale combinazione adattiva di tali schemi venga oggi calibrata sul contesto iraniano. La guerra ibrida in atto è infatti progettata sulle vulnerabilità ritenute più sensibili della società iraniana. Nella fase attuale emerge con chiarezza il tentativo di riprodurre elementi chiave del modello iracheno post-1991: a uno scontro militare circoscritto fa seguito la massimizzazione dell’erosione economica, sociale e politica attraverso sanzioni, isolamento e sabotaggi, mantenendo costantemente sul tavolo — sotto pressione militare — la richiesta di disarmo strategico.

Le differenze strutturali, tuttavia, sono profonde e determinanti. La Repubblica Islamica dell’Iran dispone di una legittimazione politica interna, di una resilienza economica e di una capacità militare e strategica incomparabili rispetto all’Iraq baathista. Né le Forze Armate iraniane né l’Asse della Resistenza hanno conosciuto collassi sistemici; al contrario, hanno dimostrato capacità di adattamento, assorbimento degli shock e ricalibrazione operativa. Anche il tentativo di costruire, attraverso il terrorismo urbano, uno scenario analogo a quello iracheno del primo dopoguerra del Golfo — quando rivolte interne furono strumentalizzate per preparare nuove fasi di intervento esterno — si scontra con una costante ormai consolidata: le valutazioni occidentali sulla società iraniana si sono ripetutamente rivelate errate.

È precisamente all’interno di questo impianto strategico che va collocato il comportamento di Stati Uniti e Israele, un comportamento che non è né marginale né dissimulato, ma apertamente rivendicato. Le dichiarazioni di Trump e la postura sistematicamente aggressiva di Netanyahu non lasciano spazio ad ambiguità: esse esprimono una volontà esplicita di interferenza negli affari interni iraniani, in aperta violazione della sovranità statale e dei principi fondamentali del diritto internazionale. Sanzioni extraterritoriali, intimidazioni permanenti, guerra ibrida, operazioni psicologiche e sostegno diretto o indiretto a dinamiche destabilizzanti compongono un arsenale coerente e integrato, espressione di una politica che sostituisce deliberatamente la legalità con il ricatto, la norma con l’eccezione e il diritto con l’imposizione della forza.

A questo si accompagna l’atteggiamento di ampi settori dell’Occidente, segnato da una profonda incoerenza normativa e da una selettività ormai strutturale nell’applicazione dei principi proclamati. Non solo tali pratiche vengono tollerate, ma in molti casi apertamente legittimate, giustificate o persino celebrate nel discorso pubblico e politico. Emblematico è l’opportunismo di alcuni esponenti politici europei, pronti a denunciare l’arroganza statunitense quando essa si traduce in pressioni o ricatti nei confronti dell’Europa, ma silenziosi — o apertamente allineati — quando la medesima logica coercitiva viene applicata contro l’Iran. Questa doppia morale non rappresenta una semplice contraddizione retorica, bensì un fattore attivo di erosione della credibilità dell’ordine internazionale, contribuendo a destabilizzare uno degli snodi geopolitici più sensibili del pianeta e a svuotare di significato le stesse categorie di diritto, sovranità e legalità globale.

A questo quadro si aggiungono le reiterate minacce statunitensi, che riflettono una concezione delle relazioni internazionali fondata sull’arbitrio e sulla coercizione, piuttosto che sul rispetto di regole condivise. Una simile impostazione non è circoscritta al caso iraniano, ma tende per sua natura a generalizzarsi. È quindi legittimo interrogarsi sul fatto che la logica oggi applicata contro Teheran possa domani essere estesa ad altri Stati, inclusi quelli europei e l’Italia stessa. La normalizzazione dell’abuso, infatti, non produce stabilità: costruisce precedenti, legittima l’eccezione permanente e prepara inevitabilmente nuovi bersagli.

In questo contesto, la difesa dell’Iran non può essere ridotta a una reazione politica contingente né liquidata come mera opzione ideologica. Essa assume una dimensione più profonda e strutturale, configurandosi come un dovere storico e statuale: la tutela della continuità di una nazione millenaria e di una civiltà che precede l’ordine internazionale moderno e che, proprio in virtù delle sue radici intellettuali e spirituali, è chiamata anche a misurarne e contrastarne le derive ormai manifeste e sistemiche. La salvaguardia dell’indipendenza, della sovranità e della piena capacità di autodeterminazione dell’Iran non rappresenta dunque una rivendicazione negoziabile, ma una condizione essenziale di sopravvivenza nazionale di fronte a strategie apertamente orientate all’erosione strutturale dello Stato, delle sue istituzioni e del suo tessuto sociale. Negare a Teheran questo diritto-dovere significherebbe non solo accettare una dissoluzione selettiva della sovranità, ma legittimare un precedente sistemico destinato a minare l’equilibrio internazionale e, con esso, la possibilità stessa di sopravvivenza delle civiltà storiche non allineate.

Se oggi l’umanità perde l’Iran, non perde semplicemente uno Stato, ma l’ultimo grande baluardo di una civiltà millenaria ancora capace di opporsi alla dissoluzione dell’ordine, della memoria e della sovranità. Perde un asse storico di continuità tra passato e futuro, una tradizione viva che ha attraversato imperi, catastrofi e modernità senza recidere il proprio fondamento. Con l’Iran, l’umanità perderebbe una parte irreversibile di sé stessa, della propria profondità storica e della possibilità stessa di un mondo plurale fondato su civiltà autonome e non omologate.

Tratto da: https://mostafamilani.ir/blog/2026/01/26/iran-sotto-attacco-gen-2026.

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