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A cosa serve realmente Prism

Il Datagate si allarga a macchia d’olio ma qualcuno ancora non vede a cosa realmente serva questa forma di spionaggio a grana grossa. La grana grossa sono i meta-data

A cosa serve realmente Prism

Redazione

20 Giugno 2013 - 00.10


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di Pierluigi Fagan.

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Il Datagate si allarga a macchia d’olio ma qualcuno ancora non vede a
cosa realmente serva questa forma di spionaggio a grana grossa. La
grana grossa sono i meta-data, l’oggetto concreto che il programma PRISM
produce, dove siamo, dove andiamo, chi contattiamo, quante volte, di
cosa ci interessiamo, le nostre “cerchie” etc. . Apparentemente non c’è
ascolto di alcun contenuto, cioè di nessuna conversazione o scrittura
privata, solo di comportamenti, interessi, relazioni. Per farne cosa?

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Ce lo disse in parte, in un pubblico libro, Albert-László Barabási,
fisico di origine rumeno-ungherese conosciuto per la sua teoria delle
reti. Il libro è tutt’altro che uno scoop complottista, ma un saggio di
divulgazione scientifica pubblicato nel 2011 da Einaudi (Albert-László
Barabási, Lampi, Einaudi, Torino, 2011) che segue un precedente dello stesso autore, per lo stesso editore (Albert-László Barabási, Link, La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004), più o meno sullo stesso argomento.

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Il giovane professore (Indiana, Boston) è conosciuto nell’ambito della Teoria delle reti
che è un di cui della più vasta cultura dei Sistemi e della
Complessità, per aver centrato il concetto di “reti ad invarianza di
scala” soggette alla legge di potenza. Non è nostro
specifico interesse inoltrarci qui nella spiegazione precisa del
concetto. Basterà dire che la rete metabolica, le reti sociali, la rete
delle interrelazioni economiche, Internet come rete di router e server
così come la rete dei link delle pagine web, nonché i social network, il
concetto dei “sei gradi di separazione”, i sistemi di circolazione
delle informazioni, le reti di possibile diffusione dei virus, nonché
vari tipi di sistemi fisici, alcune reti logistiche, le reti
commerciali, rispondono tutti alle descrizioni di questa nuova
disciplina. Il fine della disciplina è sistematizzare i dati empirici
onde trarne inferenze statistiche utili a prefigurare una conoscenza del
comportamento di questi sistemi, per prevederli, controllarli,
riprodurli. Per come lo sintetizzano K.Cukier e V.Mayer-Schoenberger
parte del cui libro è ripreso nell’ultimo numero di Internazionale,
questo approccio dello sguardo scientifico usa dati non pochi ma molti, non precisi ma disordinati, accontentandosi di sistematizzare le correlazioni in luogo della ricostruzione della causalità. E’ una forma di conoscenza di come funzionano taluni sistemi complessi.

Nella scienze delle reti, i punti aggregatori, i punti in cui si intersecano le interrelazioni, sono detti “nodi”, quelli più interconnessi sono detti “hub”
come nella rete che collega tutti gli aeroporti internazionali del
pianeta. Gli hub sono iperconnessi e tramite loro, si dice che nel caso
delle società umane, ogni individuo del pianeta sarebbe in grado di
conoscere chiunque altro, scalando non più di sei gradi (sei
intermediari) di separazione. Tutto ciò crea un macrosistema detto
“piccolo mondo” ovvero un sistema unico ed iperconnesso, in cui non
esistono isole fuori dominio e fuori controllo. Tutto è connesso a tutto
e controllando gli hub che controllano tutti i nodi, che controllano
tutti i connessi, con poco, si controlla Tutto. Più o meno.

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La faccenda non è esente da quello stesso entusiasmo ingenuo che potremo chiamare “versione semplice della complessità”
tanto cara a certo determinismo scientista di marca spiccatamente
americana. Proclami non meno enfatici furono spesi per i progetti di
Artificial Intelligence ed Artificial Life, nonché per l’intero progetto
Genoma. Il carattere entusiasta di quel popolo si sposa con la
presunzione ed il riduzionismo scientista, ma più che
altro si deve sovra-vendere i possibili obiettivi applicativi
(commerciali e militari) delle costose ricerche per invogliare i
finanziatori. I risultati saranno poi sempre ben inferiori alle attese,
ma non nulli. Domare la complessità del mondo richiede strategie e chi
ha più forti interessi nelle cose del mondo, sul loro ordine, sulla
propria posizione nello scenario, non può che porsi il problema
dell’adattamento alla complessità. Non è tanto strano che gli USA
sviluppino delle strategie di adattamento alla complessità, è piuttosto strano non lo si faccia anche noi.

Ma torniamo ai perché del progetto PRISM. Cosa si ottiene costruendo
un banca di meta-dati di questo tipo? Questa è la formazione del più
grande capitale di merce alla base degli interessi sia
politico-governativi, sia industrial-commerciali contemporanei: l’informazione.
L’informazione di per sé è neutra, può essere usata per difendersi, può
essere usata per attaccare e poi si può dire che si attacca per
difendersi. Nel caso del binomio stato-mercato si tratta di scambi
reciproci. Le singole imprese immettono nella banca dati governativa
centrale dati ed ottengono statistiche generali, cioè basate sul
database di tutte le compagnie (e non solo la propria). Questo
costituisce un vantaggio comparato per le imprese USA, quindi per gli
USA essendo questi basati sul successo della propria economia. PRISM
usa la metafora del prisma in cui entra un singolo raggio di luce
bianca che viene diviso nei suoi costituenti di diverse frequenze
d’onda, cioè di colore. Nel caso in questione è il contrario, entrano
dati su email, video, chat vocali e videochat, video, foto,
conversazioni VoIP, trasferimento di file, notifiche d’accesso e
dettagli relativi a siti di reti sociali ed esce un solo raggio di luce
bianca, quella che illumina chi sono io che scrivo e tu che leggi. In
questo esatto momento, se il nostro server fosse negli USA. Il profiling
è il metadato più importante per qualsiasi marketing,
tanto commerciale che politico, sapere chi sei, che fai, chi vedi, chi
conosci, a quale livello, dove vai, quante volte, cosa guardi su
Internet etc. . Nessuna singola impresa può fare profiling a livello di massa,
la banca dati centrale dello stato americano, sì. Per gli interessi
specifici dello stato, si ottiene il profiling della propria popolazione
sovrapponendo ai dati delle compagnie dell’information technology, le
abitudini di spesa dalle carte di credito, i dati bancari se necessari,
la previdenza, la scuola, insomma sapere tutto ciò che aiuta ad
incasellare le persone in profili statistici standard. Chi ha
comportamenti normati e chi no, chi rientra nelle medie nazionali e chi
se ne distingue, poiché ogni originalità è potenzialmente un problema
per la società che già ai tempi di Tocqueville, mostrava l’inclinazione
alla conformazione di massa. Quel conformismo di massa
che fa da contraltare all’estremo atomismo individualistico tipico di
quel popolo che abborrisce il concetto di “società” ritenuto vincolo
alla libertà. Il controllo paranoide è il dark side del
liberalismo e non a caso -1984-, oggi improvvisamente tornato in cima
alle classifiche di vendita, è stato scritto da un anglosassone.

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Ma più che domandarci cosa se ne fa il governo americano di questi dati oggi, occorre pensare il domani,
questo è fare strategia . Perché? Perché non c’è serio analista che non
sappia che i prossimi, 5, 10, 20, 30 anni, per gli americani, non
saranno anni facili. Gli USA, qualunque cosa facciano, sono comunque
destinati ad una pesante ed anche rapida contrazione economica, in
ragione delle dinamiche planetarie che hanno sottratto ampi
paesi-mercati prima dominati con facilità, che hanno trasformato
ex-colonie in nuovi temibili competitor, che stanno annullando quella
centralità che costituiva la rendita di posizione di un paese che è
dipendente da una ricchezza di troppe volte superiore alla reale
dimensione di quel popolo-nazione. I Global Trends 2030 della CIA (http://tlaxcala-int.org/article.asp?reference=9684) sono lucidi a riguardo. Questa terribile contrazione, colpirà una società assai fragile,
una società che funziona nella misura in cui cresce con forza e
costanza e nella misura in cui può promettere al sottostante sociale di
poter beneficiare di questo successo se ci si impegna (l’american
dream). Se questa promessa non può esser fatta, se fatta non verrà per lungo tempo mantenuta,
perdendo la sua credibilità normativa, non è difficile prevedere un
crollo della società americana, una società fin troppo sperequata, che
non ha meccanismi di solidarietà e redistribuzione, reti sociali
a-economiche, molto eterogenea (che è una ricchezza se le cose vanno
bene, ma diventa un problema se vanno male), alienata, con nuclei
famigliari spappolati e sparsi su distanze di centinaia di chilometri e
basata su quella competizione che a salire diventa “merito e selezione”,
a scendere diventa hobbesiana guerra di tutti contro tutti.
Una società totalmente ordinata dal principio economico, se l’economia
va male, rischia di disintegrarsi. A quel punto, avere una base di dati
“ad personam” con cui risalire alle individuazioni dei potenziali
problemi, ai contatti, a gli ambienti, alle reti di coloro che agiranno
il loro disagio sociale, altro non è che il sogno di controllo
omnipervasivo accarezzato da ogni governo alle prese con una società
instabile, problematica, potenzialmente a rischio di anarchia. La banca
dei meta-data permetterà di prelevare il segnalato, il ribelle, colui o
colei che mostra insofferenza e ricostruire in profondo tutte le sue
azioni sociali, il suo intorno relazionale, le sue coordinate
quanti-qualitative. Noi europei o arabi possiamo immaginare prese della
Bastiglia o masse dimostranti ma in quel paese, ogni settimana c’è un
signor nessuno che esce la mattina con il suo Ar-15 semiautomatico, fa
colazione e poi va a sterminare qualcuno in un posto pubblico. Ecco
perché Obama insiste tanto sulla riduzione della pubblica vendita delle
armi. Noi Hobbes non lo abbiamo capito bene nel suo concetto di “anarchia in salsa barbara”, perché non siamo stati “barbari”.

Ma il progetto PRISM, in parte, serve al governo americano anche oggi. Serve a corroborare la strategia obamiana di soft power
e non è un caso che tale progetto sia legato a questa amministrazione e
non alle precedenti che avevano comunque facoltà tecniche di poterlo
fare. Si tratta del controllo culturale, un megamarketing delle idee,
delle immagini, degli stili di vita, dei desideri, insomma di quella
droga psichica che aiuta a rasserenare, convogliare le pulsioni su
obiettivi commerciali o innocui, prefigura all’acquisto compulsivo di
merci e servizi, titilla il desiderio lasciandolo perennemente
insoddisfatto quindi “desiderante”, stabilisce per vie inconsce il
giusto, il buono ed il bello. Per il controllo serve innanzitutto la
mappa di ciò che va controllato, i dati su i nostri comportamenti, le
nostre abitudini e preferenze, le nostre più segrete inclinazioni sono
questa mappa.

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Si sa che i francesi sono sciovinisti ma sarebbe far loro torto
ridurre la loro recente impuntatura ad escludere i fattori culturali
dagli accordi per la costituzione di un megamercato USA-UE di libero
scambio, ad un semplice tic di orgoglio nazionale. Del resto la stessa
questione è rimasta irrisolta nei recenti colloqui Obama – Xi Jinping
relativamente all’accesso di Internet. La soft machine dei desiderata,
che viaggi in pubblicità, cinema, i-pad, Internet, tv-sat, telefonini e
tablet, fashion, design, mito, è il primo sistema di controllo ed
indirizzo dei comportamenti individuali, dentro e fuori gli USA. Vieppiù
in una “società di mercato”. E’ l’apripista per la
successiva invasione di cose da vendere per prendere soldi prodotti qua e
portarli là in nome del “libero mercato”, la idrovora del denaro che
serve ad alimentare lo stile di vita americano, il feudo centrale del
sistema.

Infine, serve a monitorare non forse gli individui ma le imprese e le
istituzioni di alleati, nemici, neutrali in giro per il pianeta. La UE
ha chiesto spiegazioni alla amministrazione americana a riguardo ma è
assai deprimente che l’istituzione comune degli europei sia così ingenua
da non sapere già a cosa serva PRISM. Credere che si possa fare una area di libero scambio con gli USA,
senza con ciò spalancare le porte della città all’invasione di quello
che per quanto “amico” geopolitico (“amico” negli scenari passati, in
quelli futuri è tutto da dimostrare) è pur sempre un agente di mercato
concorrente nella logica della ricchezza delle nazioni è come credere
che il cavallo di Troja fosse una innocua offerta per placare gli dei e
propiziare la felice ritirata degli assedianti. E’ lì che colei che
ammonì i trojani, Cassandra, darà nome a tutta quella schiera degli
inascoltati ammonitori del pericolo invisibile a gli occhi degli ingenui
credenti (quando con corrotti e conniventi).

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PRISM è la testimonianza indiretta di quanta paranoia
giri nelle alte sfere statunitensi. Se si impianta un così sofisticato,
pervasivo, allucinante sistema di osservazione e controllo è perché si
ha paura, paura della vulnerabilità. PRISM è l’ammissione indiretta
della Grade paura americana, la paura di perdere quelle condizioni di
possibilità che hanno reso felice un paese di diverse centinaia di
milioni di americani per due secoli. PRSIM in definitiva è un
ansiolitico per il potere americano, ma le ragioni concrete sottostanti
quell’ansia, non si curano con più controllo esterno. Quando è finita, è
finita, insistere è umano ma nessuna civiltà complessa ha mai mostrato i
segni di autoconsapevolezza e di capacità adattiva al proprio
ridimensionamento.

Per questo, prima o poi, sono tutte morte.

Fonte: http://pierluigifagan.wordpress.com/2013/06/19/a-cosa-serve-realmente-prism/.

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