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Maradona, gli evasori e i pagliacci

El Pibe de oro, il calcio e le tasse: quando il senso civico «finisce nelle mani dei pagliacci». Come il tele-intrattenitore più coccolato, Fabio Fazio.

Maradona, gli evasori e i pagliacci

Redazione

24 Ottobre 2013 - 01.40


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di Giorgio Cattaneo.

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Maradona,
il calcio e le tasse: quando il senso civico «finisce nelle mani dei
pagliacci». Che sarebbero, nell’ordine: l’ex grande giocatore argentino e
il tele-intrattenitore più coccolato d’Italia, Fabio Fazio. Con la
“complicità” indiretta di un grande eretico della televisione italiana,
Gianni Minà, “colpevole” di aver contribuito a mitizzare il Pibe de Oro,
facendone una sorta di eroe da presentare in prima serata – tra la
Littizzetto e l’anonimo Raffaele Fitto – nel bel mezzo del Grande Nulla
italiano. 

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E’ il grigio campo di gioco nel quale il mainstream di regime
cincischia a bordo campo, proprio come il Dieguito dei bei tempi, pur di
non parlare della crisi che sta scotennando il paese
. Perfetto, nella
grande finzione, anche il sapiente dosaggio emotivo del vicedirettore
della “Stampa”, Massimo Gramellini, bravissimo nel dispensare ai
telespettatori il suo Libro Cuore, dal quale si legge che il grande
Maradona, che palleggiava anche coi mandarini pur di stupire i cronisti,
sapeva spendersi per insegnare magie segrete anche all’ultimo dei
raccattapalle del Napoli, a ragazzini di allora, ai talenti sconosciuti pronti a splendere che poi,
incidentalmente, potevano anche chiamarsi Gianfranco Zola.

Il blogger Sergio Di Cori Modigliani, per una volta,
la pensa come Stefano Fassina e Renato Brunetta, le larghe intese del
rigore e della riprovazione morale
: muoia Maradona con tutti gli evasori
(tutti tranne uno, s”intende). 

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Il viceministro-ombra ricorda che Diego
Armando deve all’erario 40 milioni di euro: la legge italiana, che la
casta strapazza impunemente ogni giorno fino a pensare di riscrivere
addirittura la Costituzione, dev’essere invece rigorosamente rispettata
da un brigante matricolato come l’ex fuoriclasse argentino, specie se si
permette – in televisione – di fare il gesto dell’ombrello nei
confronti di Equitalia. «Un gesto da miserabile». Aggravato, rincara la
dose Brunetta, dalla tolleranza compiacente del conduttore: il
capogruppo Pdl alla Camera ha depositato un’interrogazione alla
Vigilanza Rai. «Episodio indecente», tuona Brunetta: col suo “vaffa”,
Maradona è stato «elevato a testimonial dell’evasione fiscale». E «più
grave ancora è il comportamento di Fabio Fazio, che si è schierato dalla
parte di un grande evasore con i soldi dei contribuenti». Vero, per
maxi-evasione è stato appena condannato un certo Berlusconi, padrone di
metà dell’esecutivo Letta
. Certo il cavaliere non si è abbandonato a
nessun gestaccio: ha solo cercato di far cadere il governo, dopo aver
accusato di eversione golpista la magistratura italiana.

Modigliani
non fa sconti a Maradona: a Buenos Aires, dice lui, lo chiamavano “El Pajaso”. Gli argentini non gli hanno mai perdonato «la totale e cinica
indifferenza riguardo la dittatura militare, nonché la sua
spettacolarità caciarona e volgare – per l’appunto pagliaccesca – che ha
finito, negli anni, per appannare la sua immagine». Prima delle foto
con Fidel Castro e Hugo Chávez ci furono quelle con Carlos Ménem,
l’affossatore populista del paese, agli ordini del neoliberismo
predatore di marca yankee. Rocamboleschi gossip a parte – droga,
cliniche, sofferenze e resurrezioni – l’ex calciatore ha fatto flop
anche come allenatore della nazionale argentina nel 2010. Oggi allena
una squadretta a Dubai, dopo una pessima parentesi in Cina: ebbe noie
con la polizia di Shanghai, racconta il blogger, per essersi rifiutato di
pagare il conto stellare di un albergo di lusso. Oggi che torna in
Italia, Maradona lo fa per auto-candidarsi alla panchina del Napoli,
sostiene Sergio Di Cori Modigliani. E lo fa a costo di sfidare
Equitalia.

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In
realtà, Maradona si professa innocente: in televisione non ha affatto
giustificato l’evasione fiscale
, ma ha rivendicato la sua estraneità
all’infrazione contestatagli
, annunciando una battaglia legale, alla
luce del sole, per far valere le sue ragioni – di qui il gesto
dell’ombrello, che significa: col cavolo che mi arrendo, senza
combattere, a quello che ritengo un sopruso
. Tutto questo, in mezzo al
deserto del Grande Nulla. Dove un gigante come Minà è costretto a
riapparire in televisione in punta di piedi, praticamente clandestino, e
solo perché sincero custode della grandezza di un’epopea in cui – come
per Mohammed Alì nella boxe – lo sport poteva anche essere un”area mediatica
privilegiata, uno strumento straordinario per fare politica dalla parte
degli ultimi, dispensando scomode verità. Proprio come l’indimenticabile
televisione di Gianni Minà, letteralmente cancellata dall’antropologia
della comunicazione di oggi
, gremita – quella sì – di pagliacci in
passerella, con un’unica grande missione: cercare il distrarre il paese
dalla tragedia nella quale sta sprofondando.

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