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'C''è ancora spazio per la Sinistra?'

'L''obiettivo non è rilanciare un’identità forte per la Sinistra, ma promuovere una nuova prassi che renda possibile "diventare" di Sinistra. [Paolo Bartolini]'

'C''è ancora spazio per la Sinistra?'

Redazione

24 Settembre 2015 - 10.06


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di Paolo Bartolini

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Il dibattito sulla Sinistra che verrà – sebbene la questione possa sembrare ad alcuni già superata dagli eventi, e dunque anacronistica – mi pare meriti una ripresa capace di sfidare il qualunquismo e le approssimazioni fin troppo presenti nella galassia dei cosiddetti movimenti anti-sistema. La possibilità che una Sinistra coerente rinasca dalle sue ceneri, dopo decenni di subalternità al pensiero neoliberista, oggi sembra auspicabile per chiunque abbia colto il nesso che lega le politiche europee di austerità (con i loro effetti deprimenti e persino criminali), il dramma dei migranti alla ricerca disperata di una vita dignitosa e il mutare degli equilibri geopolitici sullo scacchiere internazionale.

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L’intreccio delle crisi epocali che sta minacciando la convivenza umana e l’intera biosfera, ha una natura complessa e mette in gioco fattori e concause sui quali i partiti e movimenti di sinistra hanno avuto pochissima presa negli ultimi anni. Ciò è accaduto, fra gli altri motivi, per aver aderito passivamente al mito della crescita infinita e del produttivismo ad ogni costo. Questo punto di notevole portata è, insieme all’ormai squalificato ceto politico di sinistra, una delle ragioni per cui è stata messa in campo (anche da chi scrive) la questione di un superamento della dicotomia destra-sinistra. Eppure credo che sia facile, per questa via, rischiare di cadere in semplificazioni pericolose. Difatti possiamo affermare che negli ultimi decenni, mentre la Sinistra si appiattiva colpevolmente sui diktat dei mercati finanziari coltivando sfacciatamente il mito del riformismo come panacea a tutti i mali, la Destra continuava un po’ ovunque a fare il suo mestiere. Strana dicotomia, allora, quella che vede sparire un polo mentre l’altro prospera e conquista tutto lo spazio della relazione!

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Eccoci quindi costretti, per passare alle vicende politiche degli ultimi mesi, a confrontarci con i numerosi segnali di inquietudine provenienti dai vari paesi europei, e a farlo con la cautela di non cedere alla tentazione di mettere sullo stesso piano tutte le risposte critiche a questa Europa fallimentare e distopica. In altre parole, e senza girarci troppo intorno, continuo a credere che vi sia grandissima differenza tra una prospettiva di trasformazione dell’esistente che si voglia ancora “di sinistra” e una contestazione generica e reazionaria dello status quo come quella operata da partiti quali la Lega di Matteo Salvini, il Fronte Nazionale di Le Pen, L’UKIP di Farage ecc. La crescita di Podemos (nonostante la sua recente flessione), il cammino accidentato ma coraggioso di Syriza, la vittoria alle primarie Labour di Corbyn, per non parlare poi della tradizione sempre viva in Sud America, dicono con chiarezza che se la Sinistra smette di essere ciecamente sviluppista e torna a fare il suo dovere (difendere i più deboli e mettere in discussione radicalmente la pretesa del capitalismo di aver portato a compimento la Storia) l’opposizione tra sinistra e destra riacquisisce immediatamente la sua ragion d’essere.

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A poco serve poi, parlando di Podemos, ricordare che il partito guidato da Pablo Iglesias si è definito “né di destra né di sinistra”, anche perché la nuova opposizione tra “alto e basso”, “pochi e molti”, torna presto in seno all’antinomia Dx/Sx quando ci scontriamo con l’orrore dei migranti che fuggono, ridotti a nuda vita, per salvarsi da guerre e catastrofi di cui l’Occidente stesso ha la maggior parte di responsabilità. E’ infatti dinnanzi all’emergenza dei profughi che crolla qualsiasi neologismo 2.0 e si rivela in modo illuminante chi sta dalla parte dei “molti” oppressi e chi da quella dei “pochi” rinchiusi nel recinto difensivo di un benessere escludente e mai problematizzato. Su un tema del genere, che esibisce in modo crudo e sconvolgente gli effetti della crisi sistemica che stiamo attraversando, diventa assai più facile riconoscere cosa siano la Destra e la Sinistra. Qui non c’è pretesa post-ideologica che tenga, ma solo il conflitto radicale tra una visione del mondo centrata sull’accoglienza-fraternità-giustizia e una basata sugli infiniti distinguo che sacrificano la vita in nome dell’io e del mio (per parafrasare la fonte di ogni sofferenza individuata con precisione dal buddhismo).

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Quanto detto fin qui, sia chiaro, non ha l’obiettivo, persino infantile, di rilanciare un’identità forte per la Sinistra, ma di promuovere – come già più volte ho sostenuto – una nuova prassi che renda possibile “diventare” di Sinistra, mettendo in campo lucidità, autocritica e visione del futuro. Questi mi sembrano i passi necessari, nel medio periodo, per costruire un cammino che ci allontani dal baratro e ci avvicini a quello che desideriamo far esistere:

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1) prefigurare con idee e azioni concrete un futuro post-capitalistico. Il capitalismo non può certo essere sostituito in tempi brevi, ma il suo superamento graduale è l’unico orizzonte per una Sinistra che non voglia illudersi di umanizzare ciò che dell’umano si nutre in forme cannibaliche; tale superamento richiede la capacità, oggi sottostimata, di conservare un buon esame di realtà e di far tesoro delle sconfitte. La turpe canea che si è scatenata attorno a Tsipras dopo la resa forzata ai partner europei mi pare un ottimo esempio di come votarsi anima e corpo a ideali sfuggenti e miseramente fuori portata (vedi l”articolo di Pierluigi Fagan: [url”La lezione di greco”]http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=123927&typeb=0&Loid=315&la-lezione-di-greco[/url])

2) riprendere in mano la bandiera della pace e coordinare nel tempo (perché di tempo ce ne vorrà parecchio) una massa critica capace di mettere in discussione la NATO e i suoi piani di creazione/gestione del caos mondiale

3) far lavorare contemporaneamente, in modo cooperativo e articolato, i livelli della politica elettorale, dell’associazionismo solidale e dell’altraeconomia, dell’implementazione e sperimentazione di forme monetarie parallele alla moneta unica europea, della cultura come educazione al ben-vivere e critica dell’esistente

4) sostenere e rilanciare, sul piano territoriale, nazionale e transnazionale, tutte le lotte che si pongono in difesa del lavoro e della democrazia contro le logiche dell’accumulazione economica fine a se stessa

5) predisporre piani concreti di decrescita guidata per l’Occidente che si accompagnino a politiche di sviluppo e di ridistribuzione per i paesi più poveri (da concordare sempre con i rappresentanti delle culture locali)

6) saldare ovunque le battaglie per la giustizia sociale con quelle per la cosiddetta giustizia ambientale

7) cogliere nell’incontro con persone provenienti da altre culture la possibilità di ripensare profondamente la nostra stessa appartenenza all’Europa ([url”http://ilmanifesto.info/un-conflitto-oltre-le-frontiere/”]http://ilmanifesto.info/un-conflitto-oltre-le-frontiere/[/url]).

Questi pochi punti, per ciò che mi riguarda, dicono con esattezza quale Sinistra ci manca per preparare l’esodo verso “un altro mondo possibile”.

(24 settembre 2015) [url”Torna alla home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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