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Egregio Pier Paolo Pasolini

Insomma, è tutto un rincorrerti e un tirarti in ipotesi per la giacca, un sputar sentenze e incensarti dietro marchetta. Un gran casino. [Pier Francesco De Iulio]

Egregio Pier Paolo Pasolini

Redazione

6 Novembre 2015 - 19.30


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di Pier Francesco De Iulio

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Il testo è stato pubblicato su [url”NiedernGasse”]http://www.niederngasse.it/[/url], il 2 novembre 2015.

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Egregio Pier Paolo Pasolini,

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non uso il “caro” perché non ci siamo mai conosciuti, e perché non amo molto la confidenza che altri si prendono con te pur essendo nella mia stessa condizione. D”altronde quando ti assassinarono ero ancora un bambino. Quindi mi attengo alle regole minime di una civile conversazione scritta. Per egregio nome e cognome.

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Non userò neanche il “Lei”, che in verità ci vorrebbe, ma ti darò del tu. Mi dicono che sarebbe sconveniente e da piccolo borghese rivolgermi così a te, proprio a te, che i piccoli borghesi li hai sempre combattuti (ma è poi stata sempre vera ”sta cosa? sempre sempre?). Non vorrei insomma, come mi fece capire qualche giorno fa un tuo amico e grande estimatore – lui sì, e scrittore valente di poesie e romanzi e saggi di critica letteraria e biografie su di te e non soltanto su di te –, sentirmi un poco fuori posto, che ormai il “Lei” non abita più in casa di nessuno – e neanche nella di lui casa, dell”amico tuo, pare abiti più.

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Ti scrivo perché sono in molti a farlo – e sembra proprio un atto dovuto – in quest”anno che cade sulla ricorrenza del quarantennale della tua morte. Morte violenta. Come una “vita” di un tuo bel romanzo. Morte di Stato e malaffare. Ma anche, soprattutto, morte di un uomo e di un poeta. Un poeta “come ne nascono tre o quattro in un secolo”, così disse Alberto Moravia per la tua orazione funebre.

Qui dove siamo rimasti e ci sentiamo ancora in vita sulla terra, si parla ancora di te. C”è chi dice che lo si fa troppo e senza motivo, chi dice invece troppo poco. La realtà è che a moltissimi, la maggioranza, se glielo domandassi non saprebbe dirmi neanche il titolo di un tuo libro o film. Figuriamoci il pensiero e l”impegno critico, la funzione tua intellettuale nel secolo ”900. Per quest”ultimo motivo, c”è anche chi afferma – con un”accentuazione ecumenica che ti sarebbe forse piaciuta, a me un po” meno – che “siamo” tutti sconfitti. Che anche tu avevi detto di “educarci alla sconfitta”, ecc. ecc. E fanno di tutto perché se ne convincano anche i più restii e, secondo loro, ingenui sognatori di un cambiamento della realtà. Perché come disse qualcuno, “il capitalismo ha i secoli contati”, ci piaccia o no.

Insomma, è tutto un rincorrerti e un tirarti in ipotesi per la giacca, un sputar sentenze e incensarti dietro marchetta. Un gran casino. Talmente alta è la cacofonia che salvaguardare le voci oneste che ti ricordano con passione – seppure non sempre genuflesse, e per fortuna aggiungo – è compito difficilissimo. Ne conosco personalmente più di una e posso dirti che la tua memoria in loro è ancora vigile e presente e feconda. Te lo voglio dire perché non ti dispiaccia troppo il rumore che probabilmente arriverà fino a te dai tanti venduti e cicisbei della prima e seconda repubblica, quella che hai combattuto e quella che non hai vissuto ma avevi profetizzato con acuta lungimiranza.

Vorrei, invece, che ti arrivasse il rumore del mare. Il bianco della spiaggia di Sabaudia fuori stagione, dove ti rifugiavi negli ultimi anni, con la tua amata e odiata solitudine, la tua pallida e nervosa sofferenza. Consapevole in cuor tuo, anche se non volevi darlo a vedere, che non bisogna mai indugiare troppo nella commiserazione di noi stessi e del mondo. Che non tutto è mai perduto veramente. Che ci sono sempre, seppure deboli ed emarginate – e ci saranno sempre di più – energie, idee, uomini e donne che sapranno uscire dall”angolo della barbarie conclamata e riscattarsi. Lo vedi? Mi fai diventare retorico. E anche tu lo sei stato nella tua vita, in talune occasioni. Eppure, oggi nel ricordo di te trovo soltanto la forza intellettuale e il rigore critico che spesso manca alle intelligenze dei nostri tempi. E la poesia. E l”arte. E questo serve per guardare avanti.

P.S.

Ah!, volevo avvertirti che la “mutazione antropologica” degli italiani di cui tanto parlavi, e tanti ancora oggi se ne colmano la bocca, ha avuto purtroppo il suo corso inesorabile fino alle estreme conseguenze. Avevi ragione, così come su tante altre cose. Essa ha dato luogo, nelle situazioni più radicate e ostili, perfino a una “mutazione antropomorfica” di taluni specifici individui – anche tra quelli che sembrano, a parole, volerti tanto bene – che ora quando scorreggiano devono allo stesso tempo, subordinatamente, anche sorridere.

(2 novembre 2015) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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